Paradiso e inferno esistono per davvero. Ma nella vita terrena, non in quella immaginaria dell’aldilà

8 Giu

In una località della costiera amalfitana, su una mattonella di ceramica, c’è la seguente scritta: “Quando, dopo la mia morte, sarò in paradiso, per me sarà un giorno come un altro”.

Ciò che caratterizza questa frase non è la presunzione (ritenere di avere i “titoli” per andare in paradiso) ma l’indifferenza, per chi ha vissuto la propria vita in un paradiso reale, di “vivere”, da morto, in un paradiso immaginario.

Cosa potrebbe cambiare, infatti, per chi da vivo ha vissuto in un paradiso realmente esistente, se, da morto, dovesse “vivere” in un paradiso che esiste solo nella fantasia di qualcuno?

Non sarebbe forse una semplice continuazione?

Dov’è il guadagno, il premio?

Ho preso spunto da quella frase per una considerazione di carattere generale: nella vita quello che veramente conta è la quotidianità, quello che avviene nella gran parte dei giorni, non quello che capita in rare occasioni; la regola, non le eccezioni.

Che importanza ha, per esempio, mangiare e bere bene solo un paio di volte in un anno (tipicamente a Pasqua e a Natale) se poi nella stragrande maggioranza dei giorni si mangia e si beve male?

Che importanza ha trascorrere quindici giorni l’anno in un bel posto, a respirare aria pulita, se poi, per 350 giorni, si vive in un posto squallido, a respirare veleni?

Quello che conta è stare normalmente bene, essere abituati a vivere bene, essere normalmente circondati dalla bellezza, dalla pulizia.

Ovviamente, nel presupposto di essere consapevoli della bellezza, presupposto che esiste solo se si è in grado di riconoscerla, e di apprezzarla.

L’inferno e il paradiso esistono per davvero, solo che sono qui, nel mondo reale, in mezzo a noi, e non in un mondo che esiste solo nell’immaginazione.

Dare l’illusione che si possa “vivere”, da morti, in un paradiso immaginario serve solo a far accettare l’idea di vivere, da vivi, in un inferno reale.

A proposito di un’indagine su un carabiniere

13 Apr

La vicenda che vede coinvolto un capitano dell’Arma dei carabinieri nell’ambito del caso Consip si presta a tante considerazioni, di carattere generale, non limitate cioè a questo specifico fatto di cronaca, ma non è di questo che parlo in questo post.

Quello che secondo me è più interessante evidenziare ha a che vedere con qualcosa che ricorre spesso in questo Paese, e cioè col modo con il quale vengono trattati i fatti, soprattutto da parte dei cosiddetti mezzi d’informazione.

Com’è noto, la Procura di Roma sta indagando su un capitano dei Carabinieri per falso.

Due i comportamenti di cui questo capitano è chiamato a rispondere: avere accreditato la tesi di un’ingerenza dei servizi segreti nel corso di alcuni accertamenti e avere attribuito la paternità di una frase, intercettata, ad una persona diversa da quella che in realtà l’aveva pronunciata.

Lo scopo di quest’indagine è stabilire la natura di questi comportamenti: sono da considerarsi errori oppure azioni messe in atto volontariamente, intenzionalmente?

Ovviamente, qualora a conclusione dell’indagine dovesse essere stabilito che in quei comportamenti c’era del dolo, sarà poi necessario domandarsi: perché li ha commessi?

E magari trovare la risposta.

Ma non è di questo caso che voglio parlare, quanto piuttosto del modo col quale questo caso, come tanti altri, viene affrontato.

Come detto, la definizione della natura di quei comportamenti è demandata ad un’indagine.

Solo alla fine di questa indagine sarà possibile sapere come vanno considerati quei comportamenti (l’indagine si fa proprio per questo motivo).

Eppure, nonostante ciò, molti commenti qualificano già quei comportamenti come “errori”.

Al di là delle opinioni che ciascuno può farsi in proposito, c’è però una cosa che trovo assolutamente priva di senso, in questo caso come in tanti altri: vedere come tanti commentatori basino le loro considerazioni dando per scontato che si tratti di errori, dando cioè come presupposto del loro ragionamento una cosa che è invece tutta da dimostrare.

Si tratta di un classico errore di logica, molto diffuso.

Si chiama “petizione di principio”.

Che lo commettano cittadini comuni è un conto, che invece lo commettano i professionisti dell’informazione o, più ancora, coloro ai quali è demandata l’amministrazione della giustizia, è un altro.

La lingua è l’elemento identificativo di un popolo

13 Mar

In un famoso passo della Bibbia si narra della battaglia fra Galaad e Efraim, due tribù di Israele.

Gli uomini di Galaad controllavano i guadi del fiume Giordano e, per individuare i loro nemici, ed impedire così che lo attraversassero, chiedevano, a chi dichiarava di non essere un Efraimita, di pronunciare la parola ebraica scibbolet.

Gli Efraimiti, incapaci di pronunciare il suono sc, dicevano sibbolet e così venivano scoperti e quindi uccisi.

Nella Bibbia è scritto che in quell’occasione morirono 42.000 uomini di Efraim.

Per la prima volta una differenza fonologica, esemplificata dalla parola ebraica scibbolet (‘ruscello’, ‘spiga di grano’), venne usata per diagnosticare la provenienza geografica.

Nei Paesi di lingua inglese il termine shibboleth è entrato in uso in questo senso, come parola che, per le sue difficoltà di suono, è molto difficile da pronunciare correttamente per chi parla un’altra lingua e che per questo motivo viene utilizzata per riconoscere chi appartiene ad un’altra comunità.

A Palermo, il lunedì di Pasqua del 1282, sul sagrato della chiesa dello Spirito Santo, all’ora della funzione del Vespro, un soldato francese, col pretesto di una perquisizione corporale, mise le mani addosso ad una giovane nobile siciliana, accompagnata dal marito.

In segno di reazione a quell’offesa lo sposo sottrasse la spada al soldato francese e lo uccise, dando così il via alla rivolta passata alla storia come i Vespri siciliani.

Secondo un’antica leggenda, tanto popolare quanto assai poco verosimile, per individuare i francesi che tentavano di camuffarsi fra la popolazione, i siciliani, come i Galaaditi della Bibbia, ricorsero ad uno shibboleth: mostrando dei ceci (cìciri in siciliano), chiedevano di pronunziarne il nome.

I francesi, tradendo la loro nazionalità, pronunciavano scisciri e così, una volta individuati, furono uccisi.

A proposito delle prime misure adottate da Trump

30 Gen

Tra le reazioni che ci sono state alle prime misure adottate da Trump, quella che trovo più preoccupante è quella (espressa anche da alcuni conduttori di media) secondo la quale non ci si dovrebbe stupire più di tanto di queste misure dal momento che Trump non sta facendo altro che dar seguito a ciò che aveva promesso nel corso della sua campagna elettorale.

Anzi, secondo i sostenitori di questa posizione, questa “coerenza” andrebbe pure considerata un fatto positivo, un motivo di rispetto!

La cosa che trovo preoccupante in una simile posizione è la povertà di pensiero che traspare da queste parole (le parole esprimono sempre un pensiero), la banalità con la quale si affrontano gli argomenti, l’uso distorto che si fa della parola “democrazia”.

La cosa che fa cadere le braccia, tanta è la povertà di pensiero che traspare, è il pensare che la legittimità di una decisione presa da un eletto, quale che essa sia, derivi, semplicemente, dal fatto che questa sia stata preannunciata in campagna elettorale.

Di fronte a tanta povertà di pensiero si resta senza parole: cosa volete che si replichi a persone così povere, così misere?

L’aspetto ridicolo della questione è che a sostenere un simile punto di vista sia gente che non fa che ergersi a paladina della Costituzione.

Ma in fondo, se ci si riflette un po’ su, di cosa meravigliarsi?

Non è forse vero che la gran parte degli adulti di questo Paese non è capace di capire quel che legge (a cominciare dall’articolo 1 della Costituzione)?

A proposito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016

6 Dic

Davanti al cadavere di Salvatore Giuliano, Tommaso Besozzi, inviato del settimanale “L’Europeo”, pronunziò queste parole: “Di sicuro c’è solo che è morto”.

Oggi, alla luce dell’esito del referendum di domenica scorsa sulla legge che avrebbe dovuto riformare la Costituzione, si può solo dire: di sicuro c’è solo chi ha perso.

E invece non si contano quelli che ritengono di essere i vincitori del 4 dicembre 2016.

Il quadro risulta ancora più confuso se si considera che fra i sedicenti vincitori ce ne sono alcuni che ritengono di essere più vincitori di altri.

Vedere poi che ad intestarsi la vittoria è gente che in realtà conta quanto il due di picche conferma che, come al solito, la situazione italiana è grave ma non seria.

L’ampio margine con cui i NO hanno vinto dimostra, per esempio, l’ininfluenza della minoranza del PD (che in cuor suo sperava sì in una sconfitta del “sì” ma non con questo margine).

A questo proposito, viene ancora una volta confermato che non c’è niente che renda felici certi personaggi della sinistra italiana come la sconfitta di un esponente del loro schieramento.

A rendere le cose ancora più grottesche, ecco gli immancabili aruspici, già all’opera subito dopo l’esito del voto, impegnati a prevedere l’imprevedibile, quando non sono nemmeno in grado di capire cos’è già accaduto.

Ma poi, perché preoccuparsi della situazione venutasi a creare domenica sera?

Non è forse vero che un fine stratega della politica italiana come Massimo D’Alema (quello per il quale la Lega era una costola della sinistra) ha detto che, in caso di vittoria del NO, sarebbero state sufficienti poche ore per formare un nuovo governo e pochi mesi per sfornare una nuova Costituzione?

E allora, di che cosa ci si preoccupa?

Di errori Renzi ne ha certamente commessi parecchi (a cominciare dai criteri adottati per la selezione dei suoi collaboratori), ma quelli più gravi sono senza dubbio due:

1. aver puntato tutto sulla voglia di semplificazione degli italiani, non tenendo conto che si tratta di un popolo che vive sugli azzeccagarbugli;

2. aver cercato di garantire la governabilità, non tenendo conto che l’ingovernabilità non è vista affatto come un problema dagli italiani, anzi, è proprio ciò che vogliono, dal momento che non accettano l’idea stessa di essere governati.

A furia di credere nella tecnologia, Renzi ha finito probabilmente per ritenere “reale” quello che invece è solo virtuale, costruito ad hoc, e per ciò semplice, lineare, ignorando in tal modo com’è fatto in concreto questo Paese, governato dal caos, nel quale la realtà supera la fantasia, nel quale l’incredibile è reale.

Per rendersene conto basta, per esempio, considerare il seguito di fan che un giornalista di destra gode presso la sinistra.

Realtà soggettiva e realtà oggettiva: due realtà molto diverse

22 Nov

Quella di deformare la posizione dell’interlocutore, attribuendo alle sue parole un significato che in realtà queste non hanno e di spostare, così facendo, l’attenzione su qualcos’altro, e su questo costruire una tesi che di conseguenza risulta essere basata sul nulla, è una ben nota tecnica di disinformazione, vecchia come il cucco.

Quasi sempre, alla base di queste costruzioni fantasiose, autentici castelli in aria, c’è un difetto di capacità di ragionamento, peraltro facilmente evidenziabile e quindi smontabile.

Questo difetto fa sì che, a partire da determinate premesse, si traggano da queste deduzioni che con quelle stesse premesse nulla hanno a che vedere.

In alcuni casi c’è anche il dolo (depistaggio e disinformazione sono tecniche ben note, abitualmente usate dalle varie chiese che ci sono in giro).

L’abitudine, anche inconsapevole, d’impostare un discorso basandolo su qualcosa che non è vero (in molti casi quel qualcosa non vero è addirittura proprio ciò di cui l’interlocutore pretende, con quel discorso, di dimostrare la verità) è molto più diffusa di quanto non si creda: la storia italiana è piena di esempi in proposito.

Per una persona razionale non esiste cosa più insensata (e quindi da evitare, sempre) che prendere parte a discussioni basate su presupposti non veri.

A questo riguardo c’è però da considerare che per molte persone esistere nella mente equivale ad esistere nel mondo delle cose concrete.

Non si rendono conto del fatto che molte delle cose alle quali credono esistono solo nella loro mente, nella loro realtà, ma non nella realtà dei fatti: non c’è dubbio che una cosa “pensata” esista (nella mente di chi la pensa) ma è ancora più indubbio che non è affatto detto che, solo per questo motivo, esista effettivamente.

Confondere questi due luoghi, queste due realtà (una soggettiva, l’altra oggettiva) è spesso segno di una mente debole: si vive nella propria “realtà” come se questa fosse vera, comune a tutti gli altri, confondendo in tal modo pensieri e realtà effettiva, fattuale.

La Cappella Palatina di Palermo: un miracolo della Storia

25 Ott

La più bella chiesa del mondo”: così Guy de Maupassant definì la Cappella Palatina quando, nel 1885, visitò Palermo.

Si tratta del luogo più affascinante, più spettacolare, tra quelli toccati dal cosiddetto “itinerario arabo-normanno”, termine utilizzato per indicare alcuni tra i monumenti costruiti in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio.

A proposito dell’espressione “arabo-normanno”, trovo che parlare in questi termini del fenomeno che caratterizzò la Sicilia di quel periodo, limitandolo così a due sole componenti, con la prima per di più identificata con un termine, “arabo”, generico, non consenta di cogliere la particolarità di quella Sicilia: la grande quantità delle culture che in quegli anni vi convissero (la Sicilia del XII secolo era abitata da musulmani, greci, ebrei, latini, tutti con notevole autonomia).

Andrebbe ricordato che non solo in quel periodo in Sicilia erano presenti altre culture (a cominciare da quella greco-bizantina) ma anche che le tecniche utilizzate nella realizzazione della Cappella Palatina erano nate in Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente in periodi antecedenti alla caduta di quei territori sotto il potere musulmano.

Nella decorazione della parte interna della cupola, per esempio, operarono artisti che provenivano dall’Egitto, dove quelle tecniche erano giunte tanto tempo prima, dall’Iraq; nella realizzazione del soffitto, per fare un altro esempio, vennero applicate tecniche derivate dall’arte persiana e in seguito sviluppate in Iraq.

Come si può allora ignorare che la contaminazione culturale che caratterizza la Sicilia di quegli anni fu ben più ampia di quella alla quale rimanda l’espressione “arabo-normanno”?

È proprio alla mescolanza di quelle diverse influenze che si deve l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico, portato in Sicilia dagli “uomini del nord”, si sposò felicemente con l’uso dei mosaici, espressione dell’arte bizantina, e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas, espressione dell’arte islamica (quelle del soffitto ligneo sono un autentico capolavoro, senza pari al mondo).

Ed è proprio questa ricca e fortunata mescolanza di tanti stili, di tante culture, di tanti elementi diversi, l’elemento che non traspare dall’uso dell’espressione “arabo-normanno”.

Perché, a questo proposito, non usare il termine “siciliano” quando ci si riferisce allo stile dei monumenti costruiti in Sicilia, in quella Sicilia?

È del tutto evidente come quel periodo storico, irripetibile, a volte mitizzato, rappresenti solo una breve parentesi nella storia millenaria dell’isola ma è altrettanto evidente come quel “miracolo” sia avvenuto solo in Sicilia.

Ritornando alla Cappella Palatina, credo che ciò che ne fa un unicum assoluto, magico, sia la concentrazione, in uno spazio molto limitato, di un’incredibile ricchezza di decorazioni.

Se si istituisce un confronto con altri monumenti dell’itinerario arabo-normanno si può notare che, a differenza del Duomo di Monreale (dove c’è pari rilevanza tra l’elemento architettonico e quello decorativo) e del Duomo di Cefalù (dove invece l’elemento architettonico predomina), la Cappella Palatina di Palermo si caratterizza, rispetto ai primi due, per una netta predominanza delle decorazioni.

Le composizioni realizzate con le tessere colorate abbagliano come in nessun altro luogo, e non caso.

Ruggero II aveva infatti voluto far le cose in grande (volle “fari fiura”, come si dice a Palermo): la ricchezza delle decorazioni, la grande quantità di oro, utilizzato a profusione, dovevano innanzitutto suscitare stupore, meraviglia, nei visitatori, e mostrare a tutto il mondo il ruolo centrale del suo regno.

Ma la Cappella Palatina di Palermo non è solo una meravigliosa opera d’arte, sarebbe riduttivo limitarsi a considerarla tale: si tratta infatti anche, e forse soprattutto, di uno straordinario simbolo, evocativo come pochi altri al mondo.

Chi la visita si trova infatti davanti a quella che è la più chiara concretizzazione visiva del capolavoro politico di cui furono capaci i re normanni (in particolare Ruggero II): riuscire a fare stare insieme popolazioni differenti, dando vita ad un popolo solo, ad una civiltà sola.

Il regno normanno ebbe la capacità di conservare e di valorizzare ogni traccia delle precedenti civiltà e ancora oggi, a quasi mille anni di distanza, la sua eclettica amministrazione resta un esempio per gli uomini di tutto il mondo di che cosa significhi convivenza (parola che non necessariamente significa mancanza di problemi).

L’iscrizione trilingue posta su una parete poco prima dell’ingresso nella Cappella ricorda ai visitatori che nella Palermo normanna si parlavano tre lingue (il latino, il greco e l’arabo), a conferma del livello culturale che Palermo aveva raggiunto con Ruggero II.

Il dato sul quale bisognerebbe insistere, per sottolineare cos’era Palermo in quegli anni (e per rendersi conto del baratro nel quale è poi precipitata), è che nessun’altra città dell’epoca dava la possibilità d’imparare, in uno stesso luogo, il latino, il greco e l’arabo.

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P.S.

Si parla tanto, spesso con eccessiva enfasi, della tolleranza manifestata dai normanni nei confronti delle altre culture allora presenti in Sicilia.

La Sicilia però, per la sua posizione geografica, posta com’è proprio in mezzo a quello che gli ebrei chiamavano il “Grande Mare”, era già stata, ben prima dell’arrivo dei normanni e, prima ancora, di quello degli arabi, teatro di rapporti con altre culture.

Come non tener conto che fu proprio questa antica familiarità siciliana con gli altri ad aver creato le condizioni perché certe abitudini continuassero nel tempo?

Nato e cresciuto in un’isola che è stata sempre naturalmente aperta, predisposta, all’incontro con gli altri, come sono i popoli che viaggiano, un’isola abitata da Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli, non sono mai riuscito a capire come sia possibile concepire discriminazioni tra esseri umani semplicemente per la loro appartenenza a popoli diversi.

E men che meno per il colore della loro pelle.

Un leader guida il suo popolo, un follower lo segue.

23 Set

La notizia che negli ultimi giorni ha polarizzato l’attenzione dei media italiani è stata senza dubbio quella del rifiuto della città di Roma di organizzare le Olimpiadi del 2024 (oltre, ovviamente, a quella del divorzio tra Angelina Jolie e Brad Pitt…).

Anche se, nel caso del rifiuto romano, si tratta di una non notizia, trattandosi di qualcosa già da tempo annunciato.

Leggendo le principali motivazioni fornite finora in merito al rifiuto si nota che queste sono state di due tipi: da una parte si è detto che in tal modo si è voluto evitare che i soldi che sarebbero arrivati a Roma finissero nelle mani di intrallazzatori e criminali, dall’altra si è detto che si è voluto evitare che la capitale d’Italia vedesse aumentare ancora di più il proprio debito (del quale peraltro nemmeno si conosce l’esatto ammontare).

Accanto a queste motivazioni ufficiali risulta però più che legittimo leggerne anche altre.

Come non leggere, per esempio, dietro quel NO, una fuga dalle proprie responsabilità e, cosa ancora più allarmante, un’ammissione d’incapacità di gestire correttamente un evento complesso?

Non sarebbe stato logico attendersi, da parte di chi ha chiesto a gran voce di essere messo alla prova, di dimostrare in concreto, avendone la possibilità, la propria capacità d’impedire che soldi pubblici finissero nelle tasche di intrallazzatori e di criminali?

Non sarebbe stato logico attendersi un’assunzione di responsabilità in tal senso?

Per quanto riguarda poi la seconda motivazione ufficiale, quella che vede alla base del rifiuto la volontà di evitare un aggravio del bilancio comunale, come non pensare che dietro quel NO agli sprechi ci sia, accanto alla paura di fallire, anche una mancanza di capacità di guardare oltre il breve termine, una mancanza di capacità strategiche?

Il problema è che molti di quelli che oggi vengono impropriamente chiamati leaders sono in realtà dei semplici followers: anziché guidare il loro popolo ne seguono le voglie, mutevoli come queste.

E cosa c’è di più semplice, soprattutto in certi ambienti, che puntare a guadagnare popolarità mostrandosi “contro”, sfruttando in tal modo il consenso di quelli che hanno nell’essere “contro” la loro ragione di vita?

Cosa c’è di più comodo che sfruttare il fatto che essere “contro” viene da molti vissuto come atto di libertà, di ribellione contro le ingiustizie (incuranti del fatto che essere “contro” a prescindere, sempre e comunque, può anche voler dire essere “contro” il buon senso, “contro” la logica)?

Quello che non si capisce è che a guidare certe scelte non può essere solo la contabilità.

Il pensiero “corto”, che, assieme alla mancanza di pensiero critico, al fanatismo (in tutte le forme in cui questo si manifesti), è il vero cancro di questi anni, impedisce di capire che i ritorni di certi investimenti non si misurano solo in termini quantitativi e, soprattutto, che vanno valutati sul medio-lungo periodo.

Se poi si pensa che qualsiasi investimento debba essere valutato solo sulla base di un’analisi costi-benefici, tanto vale allora far gestire tutto ad un ragioniere.

O ad un algoritmo.

Sai quanti soldi si risparmierebbero!

P.S.:

A supporto della bontà della scelta di aver rinunciato, nell’interesse dei romani, ad ospitare a Roma le Olimpiadi del 2024 si è detto che le città che le hanno ospitate in passato si sono enormemente indebitate.

E a proposito di città indebitatesi per aver organizzato le Olimpiadi sono stati fatti diversi esempi.

Tra questi però non credo che aver citato Barcellona giovi alla causa: basta infatti conoscere la capitale della Catalogna, girare per le sue strade, per rendersi conto dell’importanza che quelle Olimpiadi hanno avuto per il rilancio di quella città.

Che fine ha fatto il pensiero critico?

13 Set

Ormai la Storia non è più oggetto di studio, di approfondimento; da qualche anno a questa parte è diventata oggetto di continue revisioni.

Queste revisioni, però, oltre ad essere spesso delle vere e proprie invenzioni, sono caratterizzate dal fatto di essere condotte in gran parte da persone mosse non dal desiderio di conoscere la verità riguardo a fatti del passato ma solo dalla voglia di trovare, nel mare della rete, appigli alle loro convinzioni, al fine di rendere quei fatti così “revisionati” compatibili con il loro obiettivo: quello di una storia al servizio delle loro idee politiche, confondendo sempre più spesso i loro desideri e la realtà.

La strumentalizzazione di libere interpretazioni di fatti storici è ormai prassi.

In psicologia c’è un termine che descrive molto bene questo fenomeno: si tratta del cosiddetto bias di conferma.

Chi è vittima di questo meccanismo mentale, particolarmente potente quando in gioco ci sono temi che toccano convinzioni profondamente radicate nella mente delle persone, tende a indirizzare l’attenzione solo su determinate informazioni (su quelle che confermano le sue pregresse credenze) e ad ignorare quelle che invece le contraddicono.

Essere incapaci di disfarsi delle proprie convinzioni, anche se contraddette dall’esperienza, tendere a ricercare o ad interpretare le prove in modo che siano favorevoli alle proprie convinzioni, sono tutti segni di mancanza di pensiero critico.

Mancanza che trovo largamente diffusa in questi anni, favorita in questo da un uso sempre più massiccio dei social media da parte di persone sprovviste di idonei strumenti culturali.

Questi improvvisati “esperti” di Storia confondono una veloce navigazione in rete con quella che è una seria, approfondita, ricerca, che, com’è noto, dipende dalle fonti che si utilizzano (verso le fonti è bene esercitare sempre un sano scetticismo), dalla loro vicinanza temporale ai fatti dei quali parlano e, soprattutto, dalla loro affidabilità.

La cosa tragica è che questi “navigatori” nemmeno si rendono conto dell’enorme confusione che fanno.

Quando l’architettura è in grado d’interpretare un ruolo-chiave nel processo di rigenerazione di una città.

21 Ago

Anni fa in Italia si è molto dibattuto a proposito di una battuta di una personalità politica nazionale, secondo la quale “con la cultura non si mangia”.

Come sempre succede nel Paese della chiacchiera, a quelle parole si è risposto con altrettante parole, solo parole, sempre parole.

Mai che queste vengano supportate da fatti, da numeri, per confermare o smentire quanto con esse affermato.

Per rendere evidente quanto quella battuta non corrisponda affatto alla realtà dei fatti basta fare riferimento a quanto accaduto a Bilbao nella fine degli anni ’90 del XX secolo, anni che hanno significato la rivitalizzazione di quella città basca, dopo la crisi industriale che l’aveva duramente colpita.

Quello che nel giro di pochi anni è accaduto in quella città del nord della Spagna è infatti la perfetta concretizzazione di un’idea, quella della cultura come motore economico delle città.

Il 1997, anno dell’inaugurazione del Museo Guggenheim di Bilbao, opera dell’architetto Frank Gehry (in quell’anno fu inaugurato anche il ponte Zubi Zuri, di Santiago Calatrava, forse l’unico ponte al mondo ricoperto da un tappeto, misura resasi necessaria per evitare che chi l’attraversa scivoli sul pavimento di vetro) non rappresenta però soltanto la data dell’inaugurazione di un nuovo museo.

Quello che è da tutti considerato uno dei capolavori mondiali dell’architettura contemporanea rappresenta infatti qualcosa di molto più importante di un contenitore di opere d’arte (anche se in questo caso l’opera d’arte più importante del museo è il museo stesso): sta ad indicare un nuovo modo di concepire una realtà museale.

L’effetto che il Museo Guggenheim ha avuto sulla città di Bilbao (e non solo in quella) non si è fatto sentire solo nel mondo dell’arte: un milione di visitatori l’anno è un dato economico, altro che “con la cultura non si mangia”!

Quello che è successo a Bilbao è ormai entrato nelle scuole di architettura e di urbanistica, nelle quali è noto come l’effetto Guggenheim: l’architettura come elemento-chiave nella nuova economia, a dimostrazione di come opere spettacolari possano agire come fattori rilevanti nei processi di rigenerazione urbana.

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