L’uso razionale delle risorse è una questione decisiva. E lo è a maggior ragione quando le risorse sono limitate.

15 Ago

In occasione della recente siccità si è tornati a parlare di un argomento che viene alla ribalta solo occasionalmente: la gestione delle risorse idriche in Italia.

E come sempre accade quando si affronta il tema dell’uso delle risorse (non solo di quelle idriche), se ne parla senza mai considerare l’aspetto-chiave della questione: il collegamento che deve esserci tra il livello qualitativo dell’uso finale (ciò che questo effettivamente richiede) e quello della risorsa (in questo caso, l’acqua) che a quello viene destinata (i requisiti minimi che la risorsa deve possedere per raggiungere l’obiettivo).

L’importanza di questo collegamento, come l’esperienza (ma soprattutto il buon senso) mette in luce, è inversamente proporzionale alla quantità di risorse a disposizione: più diminuisce questa e più aumenta quella (le risorse diventano sempre più preziose mano a mano che diminuiscono di numero, come si può constatare anche al mercato).

Si tratta però di un aspetto del problema che passa sempre in secondo piano: l’attenzione si concentra sullo spreco d’acqua e sul disastroso stato in cui si trovano le tubazioni nelle quali scorre.

Per ridurre il primo si invita la popolazione a non lasciare aperti i rubinetti mentre ci si lava i denti, a usare la doccia e non la vasca da bagno per lavarsi, a far ricorso all’irrigazione a goccia, ecc.

Per ridurre il secondo si invita ad investire sulla rete idrica colabrodo.

Entrambi questi aspetti sono ovviamente da prendere in considerazione (soprattutto il secondo), e questo indipendentemente dalla situazione nella quale ci si trova in questo periodo.

Resta però in ombra l’aspetto-chiave della questione, il collegamento risorsa-uso finale: è qui che si nasconde il diavolo!

Il dato del quale si dovrebbe sempre tener conto quando si affronta il tema generale dell’uso delle risorse (non solo della risorsa “acqua”) è che in natura esistono precise gerarchie di valori: non tutte le risorse sono di uguale livello qualitativo, ciascuna occupa un livello diverso rispetto a tutte le altre nella relativa scala dei valori.

Lo stesso vale per gli usi finali.

L’obiettivo da raggiungere è quello di ridurre al minimo il divario tra il livello della risorsa e quello dell’uso finale: più elevato è questo divario più irrazionale è l’accoppiata “risorsa-uso finale”.

Quanto più contenuto è il maggior livello della risorsa rispetto a quello dell’uso finale tanto più razionale è la scelta di quella risorsa per quell‘uso finale.

Se ora si considera il modo col quale viene utilizzata la risorsa “acqua” risulta evidente l’irrazionalità che lo caratterizza.

Limitando il discorso agli usi domestici (bere, cucina, igiene personale, lavatrice, lavastoviglie, servizi igienici), quello che colpisce è il fatto che per questi usi finali, così diversi tra di loro, si ricorra all’uso di acqua potabile, si ricorra cioè allo stesso tipo di risorsa indipendentemente dall’uso finale.

Quando invece sarebbe logico usare una risorsa meno nobile (l’acqua piovana) in tanti casi in cui si ricorre alla più nobile acqua potabile: irrigazione dei giardini, lavaggio delle terrazze, lavatrice, lavastoviglie, servizi igienici.

Un approccio razionale nell’uso della risorsa acqua porterebbe, inoltre, a prevedere, per gli sciacquoni dei wc, l’uso dell’acqua proveniente dagli scarichi dei lavandini, delle docce, delle vasche da bagno.

Usare acqua potabile (risorsa di elevato livello) per lo sciacquone del wc (uso finale di infimo livello) non è uno spreco, è una bestialità! (come usare il boiler elettrico per produrre l’acqua calda con la quale farsi la doccia).

Non dovrebbe essere necessario, ma vale la pena di dire che le risorse vanno impiegate secondo il loro livello decrescente: da quella a livello più alto a quella a livello più basso, secondo la posizione che ciascuna di esse occupa nella scala gerarchica dei valori.

Questo vuol dire usare l’acqua che proviene dagli scarichi delle docce e delle vasche da bagno per lo sciacquone del wc, e non viceversa (a nessuno sano di mente verrebbe in mente di farsi la doccia o il bagno con l’acqua proveniente dallo scarico di uno sciacquone!).

Allo stesso modo a nessuno verrebbe in mente di radersi con una lametta che sia servita precedentemente a grattare l’inchiostro di china: una lametta prima si usa per radersi e dopo per grattare l’inchiostro, prima per l’uso più nobile e dopo per quello meno nobile (al tempo dell’uso del pennino con l’inchiostro di china per i disegni, per cancellare tratti di disegno si usava grattare la parte interessata con una lametta da barba usata).

P.S.:

Studiando come affrontare in modo razionale il tema dell’uso delle risorse diventa evidente un aspetto ancora più importante, decisivo: la competenza, la capacità di gestire in modo razionale, efficiente, le risorse di cui si dispone.

E questo aspetto risulta ancora più importante in questi anni, in cui si sta pericolosamente diffondendo una pericolosa confusione: quella tra l’essere competenti e l’essere eletti.

Confondendo in tal modo il campo in cui applicare il criterio della competenza con quello in cui applicare quello della rappresentanza.

Le parole sono importanti. Vanno usate rispettandone il significato (a proposito della sentenza sul processo mafia capitale)

24 Lug

Dopo i commenti alla recente sentenza su “mafia capitale”, la scritta che compare sul Palazzo della Civiltà italiana dell’Eur di Roma si arricchisce di una nuova categoria di italiani: non solo infatti un popolo di poeti, di artisti, di eroi... (elenco che già da tempo comprende allenatori della nazionale di calcio e sismologi) ma, da ieri, anche mafiologi.

Ovviamente, come in altri casi, tutti esperti di una materia della quale sono assolutamente ignoranti.

Ma veniamo alla sentenza.

La prima reazione di questi nuovi mafiologi è stata quella di far dire alla sentenza un cosa che la sentenza non dice: che cioè a Roma la mafia non c’è.

In tanti commenti non c’è però soltanto la consueta strumentalizzazione (sia da parte dei politici che da parte dei cosiddetti organi d’informazione) delle parole (in questo caso, voler far dire ad una sentenza una cosa che quella non dice, manomettendola al fine di farne uno strumento utile per far considerare poco credibili certe accuse e ingiuste certe condanne).

In molti commenti si vede infatti confermato anche (e forse, direi, soprattutto) il fatto che in Italia è molto alto il numero di quelli che leggono senza capire quello che leggono, di quelli che vedono quello che non c’è e non vedono quello che c’è.

Cos’è che si dovrebbe capire dalla lettura della sentenza?

Si dovrebbe capire una cosa molto semplice: e cioè che la sentenza non dice affatto che a Roma la mafia non c’è, dice invece che l’associazione criminale processata (di quella si parla, e solo di quella) non è di tipo mafioso.

C’è poi un altro elemento da sottolineare, a proposito di certi commenti, e questo è davvero surreale: il sollievo che in molti ha procurato il mancato accoglimento della tesi sostenuta dalla Procura (l’aggravante mafiosa).

E qui c’è da sottolineare il fatto che ad innescare tutto questo putiferio è stata l’espressione “mafia capitale”, usata per la prima volta (forse con una certa dose di leggerezza) dalla Procura di Roma, come elemento sul quale basare la richiesta dell’aggravante mafiosa.

Dire però che la Procura di Roma ha usato in maniera superficiale la parola mafia (parola che più abusata non si può), associandola alla banda criminale oggetto del processo, non significa affatto sminuire il lavoro di quella Procura, così come non giustifica il tentativo di volerla associare a chi, fino a poco tempo fa, negava l’evidenza, affermando “qui la mafia non esiste”; né, tanto meno, può in alcun modo giustificare l’aver messo la Procura di Roma sul banco degli imputati, come invece hanno fatto, in maniera miserabile, in tanti.

A proposito del ricorso alla parola mafia, va detto che agli italiani questa parola provoca un certo effetto: agli italiani piace considerare la mafia come il non plus ultra del male ma, soprattutto, piace considerarla qualcosa di invincibile (non sono pochi quelli che, proprio per questo, sotto sotto l’ammirano).

Va anche detto che la polemica innescata dal mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa è poi sfociata in commedia (com’è noto, tutto in Italia si trasforma in commedia): alla fazione di quelli che si sono dichiarati sollevati (sprezzanti del ridicolo) si è affiancata infatti quella di chi invece ha tenuto a ribadire che la mafia è presente anche a Roma (pur di evitare che si possa dire che la situazione in cui versa la capitale d’Italia è ancora peggiore di quella di una città in mano alla mafia, a certi personaggi fa comodo poter avere un nemico forte, invincibile, dal quale far dipendere il loro fallimento).

Quelli che si sono sentiti sollevati non tengono conto del fatto che l’associazione di tipo mafioso identifica un determinato tipo di reato (ve ne sono anche altri, di natura diversa ma non per questo meno gravi) e fanno finta d’ignorare che la sentenza non sminuisce la pericolosità di quell’associazione criminale (la sentenza ha detto che l’associazione criminale processata non è di tipo mafioso, come prospettato dalla Procura, ma questo non vuol dire che i danni che ha prodotto siano meno gravi, o che sia meno pericolosa: si può essere pericolosi anche senza essere mafiosi).

Solo in un Paese ridicolo come questo si può essere sollevati per il fatto che un’associazione criminale non venga considerata anche mafiosa (sarebbe come esultare per il fatto che gli esami hanno detto che il tumore che ci condanna senza scampo non è al cervello ma è solo ai polmoni).

Per quanto riguarda invece la fazione di quelli che invece, basandosi sulla denominazione di mafia capitale, hanno puntato a “gonfiare” l’accusa, va detto che in questo comportamento si trova una conferma del fatto che per certi mafia-dipendenti la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

 

 

P.S.:

E come poteva mancare, nei commenti alla sentenza, un richiamo a Leonardo Sciascia, alla sua famosa “linea della palma”?

Quando si parla di mafia scatta subito, in maniera automatica, come un riflesso incondizionato, il richiamo all’autore di quello che va considerato un vero libro spartiacque nel campo della letteratura, “Il giorno della civetta”.

La cosa divertente, di questi superficiali, banali, richiami a Sciascia, è il tentativo di volerne fare un esperto di mafia.

A conferma della loro superficialità (Sciascia, famoso per la sua cura maniacale nell’uso delle parole, avrebbe invitato a non far diventare tutto mafia, e a sciogliere sempre qualche dubbio in quelle che si ritengono certezze aritmetiche), questi non sanno nemmeno che proprio Sciascia, in un articolo del 1982 sul Corriere della Sera (riportato, non a caso, nel suo “A futura memoria”) diceva di sé: non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”.

A conferma del fatto che non basta citare Sciascia per dare a intendere di conoscerlo.

Anche se se ne è letto qualche libro.

Un breve ricordo di Denis Mack Smith

15 Lug

Nei giorni scorsi è morto lo storico inglese Denis Mack Smith.

Anni fa, a Genova, ebbi modo di scambiare alcune considerazioni con lui, in occasione di un convegno su Mazzini.

Era un grande conoscitore della Storia d’Italia, e del Risorgimento in particolare.

A proposito di quel periodo, così tanto mitizzato dagli storici italiani, sosteneva (secondo me non senza ragione) che nell’Italia della seconda metà dell’800 fossero già presenti certi virus e che pertanto il ventennio andasse considerato come una conseguenza logica dell’Italia risorgimentale.

Denis Mack Smith parlava in sostanza di fascismo (che in tanti continuano a confondere col Fascismo, non cogliendo le differenze tra quello che è stato un determinato periodo storico e qualcosa che invece è connaturato negli italiani) anche quando parlava del Risorgimento.

Questa sua visione fu alla base di molte critiche, com’era facile aspettarsi in un Paese che si nutre di retorica e d’ipocrisia.

Gli si addebitava in generale una vena polemica verso i governanti italiani, non capendo che questa era invece segno del profondo amore che nutriva per l’Italia.

Ma non era questa la principale critica che gli si muoveva.

Lo stile giornalistico, il ricorso a numerosi aneddoti, caratteristiche del suo modo di scrivere, contribuivano a rendere gradevole la lettura dei suoi libri, procurandogli in tal modo il favore del pubblico.

Ed era proprio questo successo presso il grande pubblico il “peccato” che non gli veniva perdonato.

Non a caso gli accademici italiani, così privi delle caratteristiche del mondo anglosassone, così inclini a parlare solo a se stessi, solo alla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori” (e non al pubblico), lo accusavano di “superficialità”, cercando in tal modo di sminuirne il valore.

Nulla di nuovo, nel Paese del latinorum, dove si confonde serietà con seriosità, autorità con autoritarismo, semplicità con superficialità, dove i relatori invitati a parlare in un convegno si limitano a leggere delle cartelle, dove le parole più criptiche sono più sono considerate di valore, dove “annoiare” prevale su “suscitare interesse”.

In definitiva, il principale “difetto” che gli accademici italiani rimproveravano a Denis Mac Smith era proprio un suo grande pregio: l’accessibilità.

La cosa tragica è che non se ne rendevano conto.

 

 

 

A proposito della vicenda di Bruno Contrada

11 Lug

Nei giorni scorsi ha destato grande sorpresa la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni di reclusione che la Corte di Appello di Palermo aveva emesso il 25 febbraio 2006 a carico di Bruno Contrada, ex capo della Squadra Mobile di Palermo ed ex funzionario del Sisde, giudicandolo colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (Contrada era stato arrestato il 24 dicembre 1992).

Nel revocarla, la Corte di Cassazione ha definito quella condanna (divenuta definitiva nel 2007) “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.

Alla base di questa revoca sta il fatto che, secondo i giudici della Cassazione, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (gli anni che vanno dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro e prevedibile”.

Non vengono quindi messi in discussione quei fatti, ma la loro riconducibilità ad un reato.

Il punto sul quale si dovrebbe riflettere, con calma, a mente fredda, senza lasciarsi coinvolgere nella solita sfida tra tifoserie contrapposte, senza voler a tutti i costi strumentalizzare questa sentenza di revoca, sta nel modo col quale viene normalmente trattata la delicata materia dei rapporti tra il mondo mafioso vero e proprio e quello esterno ad esso.

Chi conosce la materia sa bene che la caratteristica-chiave dell’organizzazione mafiosa risiede nella fitta rete di relazioni che la lega al mondo esterno, rete senza la quale quella che è una vera e propria struttura di potere verrebbe ridotta ad un’organizzazione solo criminale.

Quello che colpisce della vicenda di Bruno Contrada, più che la condanna penale (peraltro basata su alcune dichiarazioni di quelli che, un termine che più ambiguo, ipocrita, falso, non si può, vengono chiamati “pentiti”), è la condanna morale (e chissà se questa non ebbe un ruolo su quella).

Ed è proprio di questa condanna morale che voglio parlare.

Su che cosa si basa?

Sul fatto che Contrada ebbe contatti con esponenti di Cosa Nostra (contatti la cui esistenza non è in discussione).

Questa condanna prescinde dalle finalità di quei contatti, dall’uso fattone.

I “moralisti” non considerano l’ipotesi che quei contatti possano essere stati instaurati per conoscere dal di dentro l’organizzazione criminale e in questo modo poterla combattere più efficacemente (il discorso cambia, ovviamente, se quei contatti sono in realtà serviti a procurare vantaggi ad alcuni esponenti di Cosa Nostra).

Questi “puristi” pretendono in sostanza che chi, per il mestiere che fa, non può non entrare in contatto con certi personaggi, riesca nell’impresa di restare indenne da qualsiasi contatto compromettente.

Sarebbe come chiedere ad un spazzacamino di pulire l’interno di un camino e poi condannarlo per essersi sporcato di fuliggine gli abiti che indossava.

La complessità della realtà è un dato sempre meno considerato. E così la sua conoscenza diminuisce sempre più.

7 Lug

L’altra sera ero ad un concerto di pianoforte, lo strumento musicale che amo di più.

Quando il pianista ha cominciato a suonare l’adagio di Beethoven (una delle mie musiche preferite), l’emozione, come sempre quando sento  quelle note, ha preso il sopravvento.

Niente come la musica è in grado di suscitare certe emozioni: ricordo quella che provai nel luglio 2001, a Taormina, quando Bob Dylan, in quel palcoscenico unico che è il teatro greco, con sullo sfondo l’Etna che eruttava, attaccò  “Knockin’ on heaven’s door”.

All’uscita dal concerto riflettevo sul fatto che l’autore di quello splendido adagio era un figlio della Germania e che in quella Germania era nata anche gente come Goebbels, Eichmann, Himmler.

Si tratta della stessa “mamma” che ha “partorito” gente come Kant, Bach, Schumann, Einstein, Planck, Gauss e che ha visto nascere lo Sturm und Drang.

Mi è venuto allora in mente il titolo dell’ultimo libro di Alan Friedman (Questa non è l’America), uscito dopo l’elezione di Donald Trump a Presidente degli USA.

Quel titolo sembra voler dire che l’America, quella “vera”, non è quella che ha eletto l’attuale Presidente (come se quelli che hanno eletto Trump non fossero, anche loro, “veri” americani).

Com’è possibile, ci si chiede, che il Paese che passa per essere il più democratico del mondo abbia liberamente scelto come sua guida un uomo simile?

Così come ancora oggi ci si chiede come sia stato possibile che nel Paese di Beethoven sia accaduto quello che è accaduto negli anni trenta del Novecento.

Sono domande molto ingenue, rivelatrici di un pensiero banale, povero, ma soprattutto sono domande sintomatiche di un errore logico, tanto antico quanto diffuso: quello di prendere un pezzo di una realtà (sia esso bello o brutto) e pretendere di spiegare tutta quella realtà utilizzando solo quel pezzo.

Non si tratta del classico vizio di dividere una moltitudine di individui secondo schemi rigidi, suddividendoli in settori non comunicanti, né di considerare, per propri interessi, uno schieramento prevalente rispetto agli altri.

Il difetto sta nell’illudersi di annullare le diversità, di omogeneizzare elementi tra loro non omogenei, di pretendere di considerare elemento unificante quella che invece non è che una caratteristica che identifica solo una parte del tutto.

L’errore di generalizzare, di applicare cioè a un intero gruppo di persone ciò che in realtà si riferisce solo a singoli, è molto diffuso ed è alla base di tante false verità.

 

Il mare mette in contatto popoli diversi. Anche senza che questi lo vogliano.

29 Giu

Il mare rappresenta la più importante via di comunicazione. Attraverso il mare circolano idee, cose, usi, persone.

All’alba del 20 giugno 1783 una barca di pescatori genovesi si stava avvicinando alla baia di Corte, località che oggi è un quartiere del Comune di Santa Margherita Ligure.

All’improvviso un marinaio vide galleggiare una figura.

La raggiunsero e la issarono sulla barca.

Si trattava di una statua della Madonna che stringeva al cuore il Bambino Gesù e in mano teneva una lettera.

Giunti a terra, la nascosero sul fondo della barca.

I ragazzini che giocavano sulla spiaggia corsero a curiosare su quella barca e quando videro quello che i marinai avevano cercato di nascondere cominciarono a gridare: “La Madonna è venuta a Corte”.

Richiamati da quelle grida accorsero tutti e i cortesi, aiutati dal loro parroco, s’accordarono con i pescatori genovesi per poter tenere quella statua.

Successivamente si venne a sapere che quella statua era caduta in mare a Messina in seguito al terremoto che nella notte tra il 5 e il 6 febbraio 1783 aveva sconvolto la Calabria e la città siciliana sullo Stretto.

Si racconta che quella statua era giunta nella baia di Corte spinta dalla corrente del mare.

Da quel giorno la Madonna della Lettera è la Regina della parrocchia di San Giacomo di Corte di Santa Margherita Ligure.

Qual è l’origine di quel nome (Madonna della Lettera)?

Secondo la tradizione, San Paolo, giunto a Messina per predicare il Vangelo, trovò la popolazione ben disposta a lasciarsi convertire: ben presto molti cittadini si convertirono al Cristianesimo e nel 42, quando Paolo si accingeva a tornare in Palestina, alcuni messinesi chiesero di accompagnarlo per poter conoscere la Madonna.

Una delegazione di messinesi si recò così in Palestina con una missiva, nella quale i concittadini convertiti al Cristianesimo professavano la loro fede e chiedevano la protezione di Maria.

Maria li accolse e, in risposta alla richiesta dei messinesi, inviò indietro una sua lettera, scritta in ebraico, arrotolata e legata con una ciocca dei suoi capelli.

La delegazione tornò a Messina l’8 settembre del 42 recando con sé l’importante lettera, nella quale Maria lodava la loro fede, diceva di gradire la loro devozione ed assicurava loro la sua perpetua protezione.

La protezione è sintetizzata nella frase Vos et ipsam Civitatem benedicimus, scritta a caratteri cubitali alla base della stele della Madonna che si trova sul braccio estremo del porto di Messina, ben visibile a chi giunge in Sicilia attraversando lo Stretto.

Il culto della Madonna della Lettera, comunque, si affermò solo nel 1716, anno in cui il monaco Gregorio Arena portò a Messina una traduzione dall’arabo della lettera di Maria.

A Castellaro, piccolo Comune dell’entroterra della provincia di Imperia, si trova il Santuario di Nostra Signora di Lampedusa.

Cos’è che lega Castellaro e Lampedusa, località tra loro così distanti?

Anche in questo caso, come in quello della Madonna della Lettera, si tratta del mare.

La storia del Santuario di Castellaro è legata alla figura di Andrea Anfossi, un abitante del piccolo Comune ligure.

Secondo una leggenda, nel 1561 fu fatto prigioniero da alcuni pirati turchi, mentre dava loro la caccia in mare.

La nave turca sulla quale fu caricato fece scalo nell’isola di Lampedusa.

Per rifornire di legname la nave, Andrea Anfossi fu mandato nei boschi dell’isola (fino a metà ottocento Lampedusa era un’isola piena di alberi, soprattutto pini di Aleppo) e lì, secondo la leggenda, in mezzo ad un’abbagliante luce, trovò in una nicchia una tela raffigurante la Vergine Maria, Gesù Bambino e Santa Caterina d’Alessandria.

Avuta l’idea di fuggire dall’isola e tornare libero nella sua terra, Andrea Anfossi ricavò da un tronco un’imbarcazione di fortuna e usò quella tela come vela.

Spinto dalla corrente, giunse sulle coste liguri, nei pressi di Arma di Taggia, e poté quindi far ritorno nella sua Castellaro (era il 1602).

Qui fece voto di erigere un santuario, per ringraziare la Madonna della felice conclusione di quell’avventuroso viaggio.

Al di là della veridicità di questi episodi, resta il fatto che il Mar Mediterraneo è, da sempre, una “strada” che mette in comunicazione i popoli che vi si affacciano.

E questo, si badi bene, indipendentemente dalla volontà di quegli stessi popoli.

A comandare sono i venti, le correnti, elementi indifferenti alla volontà degli esseri umani, semplici spettatori.

Paradiso e inferno esistono per davvero. Ma nella vita terrena, non in quella immaginaria dell’aldilà

8 Giu

In una località della costiera amalfitana, su una mattonella di ceramica, c’è la seguente scritta: “Quando, dopo la mia morte, sarò in paradiso, per me sarà un giorno come un altro”.

Ciò che caratterizza questa frase non è la presunzione (ritenere di avere i “titoli” per andare in paradiso) ma l’indifferenza, per chi ha vissuto la propria vita in un paradiso reale, di “vivere”, da morto, in un paradiso immaginario.

Cosa potrebbe cambiare, infatti, per chi da vivo ha vissuto in un paradiso realmente esistente, se, da morto, dovesse “vivere” in un paradiso che esiste solo nella fantasia di qualcuno?

Non sarebbe forse una semplice continuazione?

Dov’è il guadagno, il premio?

Ho preso spunto da quella frase per una considerazione di carattere generale: nella vita quello che veramente conta è la quotidianità, quello che avviene nella gran parte dei giorni, non quello che capita in rare occasioni; la regola, non le eccezioni.

Che importanza ha, per esempio, mangiare e bere bene solo un paio di volte in un anno (tipicamente a Pasqua e a Natale) se poi nella stragrande maggioranza dei giorni si mangia e si beve male?

Che importanza ha trascorrere quindici giorni l’anno in un bel posto, a respirare aria pulita, se poi, per 350 giorni, si vive in un posto squallido, a respirare veleni?

Quello che conta è stare normalmente bene, essere abituati a vivere bene, essere normalmente circondati dalla bellezza, dalla pulizia.

Ovviamente, nel presupposto di essere consapevoli della bellezza, presupposto che esiste solo se si è in grado di riconoscerla, e di apprezzarla.

L’inferno e il paradiso esistono per davvero, solo che sono qui, nel mondo reale, in mezzo a noi, e non in un mondo che esiste solo nell’immaginazione.

Dare l’illusione che si possa “vivere”, da morti, in un paradiso immaginario serve solo a far accettare l’idea di vivere, da vivi, in un inferno reale.

A proposito di un’indagine su un carabiniere

13 Apr

La vicenda che vede coinvolto un capitano dell’Arma dei carabinieri nell’ambito del caso Consip si presta a tante considerazioni, di carattere generale, non limitate cioè a questo specifico fatto di cronaca, ma non è di questo che parlo in questo post.

Quello che secondo me è più interessante evidenziare ha a che vedere con qualcosa che ricorre spesso in questo Paese, e cioè col modo con il quale vengono trattati i fatti, soprattutto da parte dei cosiddetti mezzi d’informazione.

Com’è noto, la Procura di Roma sta indagando su un capitano dei Carabinieri per falso.

Due i comportamenti di cui questo capitano è chiamato a rispondere: avere accreditato la tesi di un’ingerenza dei servizi segreti nel corso di alcuni accertamenti e avere attribuito la paternità di una frase, intercettata, ad una persona diversa da quella che in realtà l’aveva pronunciata.

Lo scopo di quest’indagine è stabilire la natura di questi comportamenti: sono da considerarsi errori oppure azioni messe in atto volontariamente, intenzionalmente?

Ovviamente, qualora a conclusione dell’indagine dovesse essere stabilito che in quei comportamenti c’era del dolo, sarà poi necessario domandarsi: perché li ha commessi?

E magari trovare la risposta.

Ma non è di questo caso che voglio parlare, quanto piuttosto del modo col quale questo caso, come tanti altri, viene affrontato.

Come detto, la definizione della natura di quei comportamenti è demandata ad un’indagine.

Solo alla fine di questa indagine sarà possibile sapere come vanno considerati quei comportamenti (l’indagine si fa proprio per questo motivo).

Eppure, nonostante ciò, molti commenti qualificano già quei comportamenti come “errori”.

Al di là delle opinioni che ciascuno può farsi in proposito, c’è però una cosa che trovo assolutamente priva di senso, in questo caso come in tanti altri: vedere come tanti commentatori basino le loro considerazioni dando per scontato che si tratti di errori, dando cioè come presupposto del loro ragionamento una cosa che è invece tutta da dimostrare.

Si tratta di un classico errore di logica, molto diffuso.

Si chiama “petizione di principio”.

Che lo commettano cittadini comuni è un conto, che invece lo commettano i professionisti dell’informazione o, più ancora, coloro ai quali è demandata l’amministrazione della giustizia, è un altro.

La lingua è l’elemento identificativo di un popolo

13 Mar

In un famoso passo della Bibbia si narra della battaglia fra Galaad e Efraim, due tribù di Israele.

Gli uomini di Galaad controllavano i guadi del fiume Giordano e, per individuare i loro nemici, ed impedire così che lo attraversassero, chiedevano, a chi dichiarava di non essere un Efraimita, di pronunciare la parola ebraica scibbolet.

Gli Efraimiti, incapaci di pronunciare il suono sc, dicevano sibbolet e così venivano scoperti e quindi uccisi.

Nella Bibbia è scritto che in quell’occasione morirono 42.000 uomini di Efraim.

Per la prima volta una differenza fonologica, esemplificata dalla parola ebraica scibbolet (‘ruscello’, ‘spiga di grano’), venne usata per diagnosticare la provenienza geografica.

Nei Paesi di lingua inglese il termine shibboleth è entrato in uso in questo senso, come parola che, per le sue difficoltà di suono, è molto difficile da pronunciare correttamente per chi parla un’altra lingua e che per questo motivo viene utilizzata per riconoscere chi appartiene ad un’altra comunità.

A Palermo, il lunedì di Pasqua del 1282, sul sagrato della chiesa dello Spirito Santo, all’ora della funzione del Vespro, un soldato francese, col pretesto di una perquisizione corporale, mise le mani addosso ad una giovane nobile siciliana, accompagnata dal marito.

In segno di reazione a quell’offesa lo sposo sottrasse la spada al soldato francese e lo uccise, dando così il via alla rivolta passata alla storia come i Vespri siciliani.

Secondo un’antica leggenda, tanto popolare quanto assai poco verosimile, per individuare i francesi che tentavano di camuffarsi fra la popolazione, i siciliani, come i Galaaditi della Bibbia, ricorsero ad uno shibboleth: mostrando dei ceci (cìciri in siciliano), chiedevano di pronunziarne il nome.

I francesi, tradendo la loro nazionalità, pronunciavano scisciri e così, una volta individuati, furono uccisi.

A proposito delle prime misure adottate da Trump

30 Gen

Tra le reazioni che ci sono state alle prime misure adottate da Trump, quella che trovo più preoccupante è quella (espressa anche da alcuni conduttori di media) secondo la quale non ci si dovrebbe stupire più di tanto di queste misure dal momento che Trump non sta facendo altro che dar seguito a ciò che aveva promesso nel corso della sua campagna elettorale.

Anzi, secondo i sostenitori di questa posizione, questa “coerenza” andrebbe pure considerata un fatto positivo, un motivo di rispetto!

La cosa che trovo preoccupante in una simile posizione è la povertà di pensiero che traspare da queste parole (le parole esprimono sempre un pensiero), la banalità con la quale si affrontano gli argomenti, l’uso distorto che si fa della parola “democrazia”.

La cosa che fa cadere le braccia, tanta è la povertà di pensiero che traspare, è il pensare che la legittimità di una decisione presa da un eletto, quale che essa sia, derivi, semplicemente, dal fatto che questa sia stata preannunciata in campagna elettorale.

Di fronte a tanta povertà di pensiero si resta senza parole: cosa volete che si replichi a persone così povere, così misere?

L’aspetto ridicolo della questione è che a sostenere un simile punto di vista sia gente che non fa che ergersi a paladina della Costituzione.

Ma in fondo, se ci si riflette un po’ su, di cosa meravigliarsi?

Non è forse vero che la gran parte degli adulti di questo Paese non è capace di capire quel che legge (a cominciare dall’articolo 1 della Costituzione)?

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