L’evoluzione della sorte dell’investigatore nei romanzi di Leonardo Sciascia

19 Ott

<<Era un cretino>> disse don Luigi.

Con queste parole si conclude “A ciascuno il suo”, uno dei più intriganti romanzi di Leonardo Sciascia.

Quelle parole sono rivolte al professor Laurana, il personaggio che nel romanzo impersona la figura di colui che cerca di dipanare una matassa aggrovigliata per poter venire a capo della verità.

Non solo non ci riesce, non solo viene ucciso per aver indagato, ma viene pure deriso (“era un cretino”).

C’è un’amarezza, in quelle tre parole, una rabbia, un’ammissione d’impotenza di fronte a quello che sembra essere il destino di chi cerca la verità, che si rimane  senza parole, senza speranza.

Nei suoi romanzi successivi Sciascia avrebbe riproposto la figura dell’investigatore perdente, sconfitto, di colui che, proprio per la sua attività investigativa, viene ucciso.

Nel “Contesto” si tratta dell’ispettore Rogas, “il più acuto investigatore di cui disponesse la polizia”, e poi sarà la volta del Vice, il commissario di polizia che indaga nel “Cavaliere e la morte” (il romanzo forse più autobiografico dello scrittore di Racalmuto).

Entrambi questi funzionari dello Stato, così come era toccato al professor Laurana, vengono uccisi per aver indagato, per aver cercato di avvicinarsi alla verità.

Sembra che Sciascia voglia dire che la verità (e quindi la giustizia) è qualcosa di irraggiungibile, che il solo mezzo a disposizione per avvicinarsi ad essa, fino a sfiorarla, è la letteratura.

A proposito della sorte riservata alla figura dell’investigatore, è interessante seguirne l’evoluzione nel corso degli anni, dal “Giorno della civetta” (scritto nel 1960) fino a “Una storia semplice”, l’ultimo romanzo di Sciascia, scritto nello stesso anno della sua morte (1989).

Ed è proprio questo aspetto che voglio evidenziare in questo breve scritto (cerco sempre di usare il minor numero possibile di parole per esprimere ciò che voglio dire).

Se la sorte toccata a Rogas e al Vice è ancora più amara di quella toccata a suo tempo al capitano Bellodi (che se ne torna, sconfitto, nella sua Parma), ben diversa, e nuova, è la conclusione della vicenda di “Una storia semplice”.

Innanzitutto, a dispetto del titolo (in Sciascia c’era molta ironia, molto spesso non capita o, peggio, travisata), “Una storia semplice” è in realtà una storia complicatissima, nella quale si intuisce quanto siano fitte le ragnatele che coprono, nascondendola, la verità.

Eppure, una volta tolto il velo che la ricopre, la verità è semplice (nella vita quasi sempre si fa di tutto per rendere complicato ciò che in realtà è semplice).

Come ben sapevano gli antichi greci, per conoscere come stanno realmente le cose, per scoprire la verità, basta togliere quel velo, più o meno sottile, che la ricopre.

La figura dell’investigatore, che nel romanzo “Una storia semplice” è impersonata da un giovane brigadiere (anche in questo caso, chi va alla ricerca della verità è un vice, segno forse di una sfiducia dell’autore nei confronti delle figure ufficiali poste a capo delle istituzioni), riscatta tutte quelle dei romanzi precedenti.

Per la prima, ed unica volta, la vicenda narrata in un romanzo di Sciascia non si conclude con la sconfitta dell’investigatore, di colui che cerca la verità, ma con quella del colpevole: il giovane brigadiere spara per primo, uccidendolo, al commissario, che stava per sparargli.

E non sono certo casuali, come epigrafe di “Una storia semplice”, le parole di Dürrenmatt: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia.

Quali possibilità erano rimaste a disposizione della giustizia a conclusione della vicenda, una volta che il giovane brigadiere aveva scoperto come erano andate le cose, una volta che aveva scopertola verità?

N.B.: nel suo ultimo romanzo, scritto in procinto di lasciare questo mondo, è al colpevole (in questo caso il commissario) che Leonardo Sciascia riserva l’epiteto di “cretino”, che anni prima aveva riservato all’innocente e ingenuo “investigatore” professor Laurana.

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Alla ricerca della causa prima

28 Set

Alcuni osservatori della politica italiana non fanno che sottolineare l’opportunità di considerare le cause che hanno portato alla situazione attuale, piuttosto che limitarsi a evidenziare le stravaganze del governo attualmente in carica.

Questo loro invito tende a non considerare “nuovo” il comportamento dell’attuale governo; sotto sotto sembra che vogliano dire “la colpa non è solo di quelli che ci sono ora, ma anche di quelli che li hanno preceduti”.

Anzi, secondo questo modo di ragionare, il “vero” colpevole sarebbe chi ha causato la situazione attuale.

Sarebbe interessante capire fin dove, fino a quale epoca, secondo questi osservatori, si dovrebbe risalire nella ricerca della causa della situazione attuale.

Forse fino alla “causa prima” aristotelica?

È sicuramente importante capire le cause che hanno portato ad una determinata situazione ma questa attività intellettuale non significa affatto, come si crede e si vorrebbe far credere, che di per sé determini l’uscita dalla situazione nella quale ci si trova.

E l’obiettivo dovrebbe essere questo, guarire dal male, e non limitarsi a capire perché ci si è ammalati.

Sempre che sia possibile guarire.

A me sembra che il momento nel quale la situazione ha cominciato a cambiare, in maniera irreversibile e in senso peggiorativo, sia da individuare nell’avvento della televisione, soprattutto quando se ne è scoperto l’immenso potere di strumento per vendere pubblicità.

Da quel momento in poi i cittadini sono stati trasformati in clienti, e siccome “il cliente ha sempre ragione”, ecco che assecondarne i gusti, dirgli quel che vuole sentire, è diventata la “missione” della tv.

Altro che informare!

Un dato essenziale, del quale non si tiene conto a sufficienza in questa ricerca delle responsabilità, è che le persone incapaci di ragionare in modo logico, razionale, non solo giungono a conclusioni sbagliate (e di conseguenza compiono scelte sbagliate), ma, proprio a causa di questa loro incapacità, non se ne rendono conto.

Il cuore del problema sta in quella incapacità, che impedisce di rendersi conto delle scelte sbagliate che si compiono.

L’istruzione sembrerebbe la soluzione più corretta, ma il problema è che la scuola è parte integrante del problema, essendosi rivelata incapace di formare adeguatamente chi la frequenta, di “produrre” individui dotati di capacità di pensiero critico, in grado di costruire argomentazioni logiche, di condurre un ragionamento complesso.

E questo fondamentale ruolo della scuola è ancora più importante in un’epoca in cui i social media trasformano miti, storie sentite in giro, banali voci, in fatti.

Gran parte dei naviganti in rete non è in grado di distinguere tra informazione reale e notizie che circolano liberamente nel web.

Ed essere disinformati è una condizione ancora peggiore che essere ignoranti: chi in mare non sa dove si trova è meno in pericolo di chi crede di trovarsi in un luogo diverso da quello nel quale in realtà si trova.

 

Le conseguenze non sono sempre contemporanee alle decisioni che le hanno determinate

8 Set

Da tanto tempo noto che in molte occasioni si fa fatica (a volte non ci si riesce proprio) a capire che le conseguenze di certi comportamenti, di certe decisioni, di certe azioni, non sono sempre immediatamente successive al verificarsi di quei comportamenti, di quelle decisioni, di quelle azioni.

In molti casi passano anche molti anni perché si manifestino le conseguenze di certi fatti.

Sempre più spesso si è portati invece a pensare che il collegamento temporale tra causa ed effetto (qualora il rapporto tra due fatti sia di questo tipo) debba essere immediato, come quello che c’è tra l’azionamento di un interruttore e l’accensione della lampadina a questo collegata.

Penso che questo singolare modo di pensare si sia rafforzato nel corso degli ultimi anni, sempre più caratterizzati da un appiattimento sul presente, sull’oggi, sull’immediato.

Basta un clic su un mouse, o una leggera pressione su un touch screen, ed ecco che appare una pagina, un’immagine, una fotografia: il rapporto temporale causa-effetto è immediato.

Questo fenomeno, per il quale si potrebbe usare il termine (brutto) “presentizzazione”, fa sì che la realtà, tutta, venga percepita come qualcosa privo di cause che non siano ad essa contemporanee, qualcosa che sia privo di radici profonde, di cause ben antecedenti a ciò che appare oggi.

Servirebbe conoscere la Storia, materia che invece è pressoché sconosciuta alla stragrande maggioranza delle persone.

Conoscendo, studiando gli avvenimenti accaduti prima di oggi, ci si renderebbe inoltre conto che in molti casi gli autori di certe decisioni, di certe scelte, di certe scoperte, non hanno nemmeno visto le conseguenze di quei fatti che li hanno visti protagonisti.

Va poi considerato il fatto che in alcuni casi certe decisioni prese nel passato hanno messo in moto meccanismi che gli stessi autori non si aspettavano e che, in ogni caso, si sono dimostrati incapaci di governare.

Un esempio, tra i più evidenti, è dato da Internet.

Da strumento pensato per migliorare la vita delle persone, per accrescerne la conoscenza, per rendere possibili cose prima impensabili, è diventato uno dei più grossi problemi delle società democratiche di tutto il mondo, un vero e proprio “mostro” fuori controllo.

Le migliaia di siti finalizzati a inquinare, attraverso l’uso dei social media, le elezioni in tutto il mondo, ne sono una chiara prova.

Sarebbe utile capire in quale momento la rete è diventata quello che è oggi, cos’è che l’ha trasformata da strumento utile a pericoloso.

Credo che tutto abbia avuto inizio verso la fine degli anni ’90, quando Internet cominciò ad assumere il ruolo di strumento finalizzato al mondo degli affari, un sistema avente come obiettivo principale quello di far soldi, sulla base dell’idea che tutte le attività dovessero basarsi sulla pubblicità.

Un sistema ancora più potente delle tv commerciali, che già negli anni ’80 avevano cominciato ad inquinare la società italiana, che aveva adottato stili di vita della società americana, già da anni segnata dal potere delle tv commerciali.

E se l’obiettivo è vendere pubblicità, risulta allora fondamentale catturare l’attenzione di chi naviga in rete per poter vendere pubblicità.

E se si conosce come son fatte le persone, com’è fatta la loro psicologia, catturarne l’attenzione, ricorrendo a qualsiasi mezzo, risulta un’impresa facile, banale.

Ecco che allora quello che vediamo oggi appare essere la naturale conseguenza di quel che avvenne alla fine degli anni ’90 del secolo passato.

A proposito del crollo del ponte Morandi di Genova

18 Ago

A distanza di qualche giorno, a mente più fredda, scrivo alcune note su quello che è successo a Genova martedì 14 agosto, poco dopo le 11.30.

Scrivo con l’intento di proporre un approccio freddo, lucido, razionale, in una vicenda che definire incredibile è poco.

Com’è inevitabile, nel mondo dominato dalla rete, subito dopo il crollo del ponte Morandi è partita la serie di commenti sui social media, che come ormai è chiaro, sono, nella stragrande maggioranza dei casi, assolutamente irrazionali, privi di alcun senso, mossi unicamente dalla voglia di buttarsi nella mischia e dire (o meglio, gridare) “ehi, ci sono anch’io”.

A conferma poi dell’assoluta incapacità dei commentatori di distinguere, della loro diffusa tendenza a mettere tutto nello stesso calderone, così da confondere, (tanto a loro mica interessa capire, comprendere il perché delle cose, la sola cosa che interessa è dire la loro) si è arrivati anche a paragonare opere tra di loro completamente diverse, come il ponte di Genova e quello di Agrigento, solo perché avevano in comune il nome del progettista (il ponte Morandi di Genova era un unicum, non solo in Italia, ma in tutta Europa, e come tale avrebbe dovuto essere trattato).

Torniamo alla vicenda di Genova.

Le domande che si affacciano alla mente sono tante ma, su tutte, due sono quelle che considero le principali, quelle prioritarie:

  1. perché è crollato quel ponte?
  2. perché il crollo ha causato vittime?

Si tratta di questioni ben distinte, e come tali vanno affrontate in maniera diversa.

Rispondere alla prima domanda significa individuare responsabilità di natura tecnica, che riguardano l’intera vita del ponte: dalla fase di progettazione a quella realizzativa e a quella di esercizio.

Esistono cause riconducibili a carenze/errori riguardanti la fase di progettazione (ovviamente, sulla base delle conoscenze disponibili a quell’epoca)?

Esistono cause riconducibili alla fase di approvazione del progetto?

Esistono cause riconducibili alla fase esecutiva dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di direzione dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di collaudo (in corso d’opera e finale) dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di esercizio?

Esistono cause riconducibili alla fase di manutenzione (ordinaria e straordinaria) alla quale è stato sottoposto il ponte?

Esistono cause riconducibili al controllo a carico del concedente sui lavori di competenza del concessionario?

Rispondere alla seconda domanda significa invece individuare responsabilità di natura politica.

Esistono cause riconducibili alla decisione di aver lasciato aperto quel ponte?

Esistono cause riconducibili alla decisione di non aver alleggerito il carico da traffico gravante sul ponte?

Al momento non si ha la risposta sulle cause del crollo (la più probabile sembra essere il cedimento di due stralli), ma una cosa però è chiara fin d’ora: il crollo del ponte Morandi ha causato vittime perché al momento del crollo il ponte era aperto al traffico (per di più senza che questo fosse stato in alcun modo limitato), pur in presenza di segni da tanti ritenuti critici.

Se le indagini dovessero accertare che le condizioni del ponte (con particolare riferimento a quelle degli stralli) erano deteriorate ad un punto tale da far ritenere più che possibile, e senza alcun preavviso, un suo cedimento, qualora fosse stato mantenuto aperto al traffico regolare, allora la responsabilità delle vittime sarebbe di natura, più che tecnica, politica e dovrebbero essere chiamati a risponderne tutti quelli che, pur a conoscenza degli elevati rischi connessi al mantenimento in esercizio del ponte, non ne hanno deciso la chiusura, né un esercizio ridotto (alleggerito).

Com’è ormai prassi in Italia, si è demandato alla magistratura il compito di rispondere a queste domande.

E non è detto che ci si riesca.

A scuola si dovrebbe imparare, prima di tutto, a ragionare.

12 Lug

Gli anni più formativi nella vita di uno studente sono quelli della scuola media inferiore.

In più, in quegli anni si forma l’impalcatura sulla quale, negli anni successivi, ciascun individuo costruirà la propria vita.

Ed è proprio in quel segmento temporale della vita che a scuola si dovrebbe agire per far sì che gli studenti possano sviluppare quelle capacità critiche necessarie per vivere degnamente, una volta adulti, la loro vita.

La scuola dovrebbe essere frequentata non solo per imparare le basi delle materie che poi si approfondiranno negli anni successivi ma, prima ancora e soprattutto, per imparare a ragionare, ad aprire la mente.

Ciò che importa non è che gli studenti imparino dei fatti ma che sappiano metterli in relazione tra loro, che riescano a vedere i collegamenti.

Ed è fondamentale che si impari a farlo in quegli anni, in cui il cervello umano è nella sua fase di massima plasticità.

Se si lascia passare invano quel periodo di tempo, tutto, poi, diventerà sempre più difficile.

A questo proposito, penso che potrebbe essere utile adottare un sistema d’insegnamento basato sulle associazioni, sui collegamenti, piuttosto che sulla rigida suddivisione per materie.

Spaziando da un campo all’altro del sapere, da una materia ad un’altra, da un’epoca storica ad un’altra, e facendo vedere come la Storia non sia costituita da una semplice successione di fatti, scollegati gli uni dagli altri, ma come ci sia un filo che li unisce.

Un paio di esempi, sperando che siano in grado di trasmettere quel che intendo dire:

1. studiando la figura di Carlo Magno, far vedere cosa avvenne in quegli anni nel resto del mondo, indipendentemente da quello specifico argomento e dalla materia “Storia medievale”;

2. parlando di Federico II, far presente che il 1215, anno in cui fece trasferire nella Cattedrale di Palermo le tombe che Ruggero II aveva fatto installare nel Duomo di Cefalù, la sua Cattedrale del cuore (una tomba era destinata a sé stesso e l’altra ad un altro esponente della famiglia reale degli Altavilla), è l’anno in cui fu firmata la Magna Charta, il primo documento a garanzia delle libertà individuali, e prendere spunto da questo fatto per parlare della Costituzione italiana.

Spaziare da un campo all’altro, da un tempo all’altro.

Nell’antichità il sapere non era suddiviso in compartimenti stagni, non comunicanti tra loro.

I filosofi, per esempio, erano anche matematici.

Per vivere assieme agli altri serve sicuramente l’istruzione. Ma da sola non basta.

5 Lug

Ogni giorno che passa è sempre più evidente che il popolo italiano ha (ri)trovato in Matteo Salvini il suo leader naturale, quello che rappresenta in maniera efficace la sua natura più profonda, un misto di ignoranza, superstizione e fede (le cose sono evidentemente legate tra di loro).

Non è affatto casuale che si vadano facendo sempre più frequenti gli episodi di comportamenti in linea con le idee messe in circolazione dal leader della Lega, partito che non a caso ha tolto dalla sua sigla la parola “nord”, così da imporsi come partito nazionale (il consenso che Salvini ottiene nel Sud dell’Italia conferma che il tumore, che per trent’anni non è stato curato, ha ormai generato metastasi).

Sembra proprio che con la formazione del nuovo governo (il famoso governo del cambiamento) e, soprattutto, col ruolo in esso assunto da Salvini, il popolo italiano sia senta finalmente liberato dall’ipocrisia che lo costringeva a tenere repressi i suoi istinti, che si senta autorizzato a manifestare la sua vera natura, a non nasconderla più, a non doversene più vergognare (e d’altra parte, dov’è ormai la vergogna?).

C’è però da dire che Salvini non ha creato nulla di nuovo: il leader della Lega ha semplicemente (ri)svegliato il mostro che da sempre vive, mimetizzato, nella mente della maggioranza del popolo italiano, il famoso popolo tanto idealizzato e osannato, soprattutto dalla sinistra.

È evidente che chi ha costruito cattedrali (nel deserto) sul mito del popolo “naturalmente buono”, rovinato dalla “società”, faccia fatica ad accettare l’idea che il successo di gente come Salvini sia conseguenza di quel “popolo”, della sua infinita miseria umana.

Eppure non è difficile capire da dove nasce l’ostilità verso lo “straniero”: bisognerebbe studiare la Storia, avendo accanto un mappamondo.

Di certo però non basta conoscere: occorre avere una mente aperta, abituata al rapporto con gli altri.

E questa caratteristica non è qualcosa che si possa imparare: o la si ha o non la si ha, fa parte del proprio patrimonio genetico.

Pozzallo e Pontida, per esempio, sono luoghi che appartengono allo stesso Stato, ma di certo non alla stessa nazione.

Si tratta di popolazioni completamente diverse.

Si tratta di specie umane diverse.

Grave errore è quello di considerare il popolo un sistema omogeneo

14 Mar

Poche parole hanno una presa sulle persone, un potere quasi di fascinazione, evocativo di paradisi, come la parola “popolo”, parola magica.

Ma in realtà cosa vuol dire “popolo”?

Ne esistono diverse definizioni, come per esempio “comunità etnicamente omogenea”, “classe sociale più numerosa e meno privilegiata, “massa etnico-politica al livello inferiore e anonimo”, ecc.

Come si vede, non esiste una definizione univoca per questa parola, valida per tutti quelli che ne facciano uso.

Ma, in tutti i casi, uno è l’elemento che la caratterizza: l’omogeneità delle persone che fanno parte di questo insieme.

Ed è proprio qui che sta il problema, è proprio qui che casca l’asino: l’uso di un termine che presuppone omogeneità per indicare qualcosa che omogeneo non è.

Questo paradosso è presente soprattutto nel campo della sinistra politica italiana.

Se c’è infatti una cosa che la sinistra italiana non vede, non concepisce, della quale non si rende conto, è che il popolo non è solo quello di cui loro si sentono gli unici, autentici, titolati a rappresentare.

Non lo capirono nel 1956 (per loro era incomprensibile che quella rivolta in Ungheria potesse essere una rivolta popolare), non lo capirono col Fascismo (hanno sempre negato il largo consenso popolare del regime), non l’hanno mai capito con la criminalità organizzata meridionale (non capiscono, non vedono, che una parte considerevole del popolo meridionale si riconosce nei “valori” che la criminalità organizzata ha fatto propri, proprio per acquisire consenso presso il popolo).

C’è anche da dire che quella di far confusione col popolo non è un’abitudine nuova nella sinistra italiana.

Non lo capirono, per esempio, nel 1857, quando i 300 “giovani e forti” della spedizione di Carlo Pisacane vennero uccisi dal popolo non appena sbarcarono a Sapri, brutalmente uccisi da quello stesso popolo che pensavano insorgesse a loro favore.

A proposito del voto del 4 marzo 2018

6 Mar

La foto dell’Italia che esce dal voto di domenica scorsa è prima di tutto quella di un Paese a chiazze.

Non che prima di domenica l’Italia fosse un Paese omogeneo, ma dopo la sua storica disomogeneità appare destinata ad aumentare.

In particolare, quello che dopo il voto appare sempre più largo e profondo è il fossato che separa il Sud e il Nord.

Da una parte (il Sud) una grossa fetta di Paese sempre più rassegnata a vivere in condizioni di sottosviluppo, e proprio per questa preda di facili illusioni (il reddito di cittadinanza), dall’altra una fetta altrettanto grossa di Paese, quella più produttiva, attratta dalla promessa di minori tasse (la cosiddetta flat tax).

Come sempre, quello che, dopo le elezioni, fa ridere è ascoltare i commenti dei vari osservatori sul voto degli elettori, sul perché hanno votato per Tizio, per Caio, per Sempronio, non conoscendo nulla di quelli che hanno votato per Tizio, per Caio, per Sempronio.

L’elemento però che trovo più divertente è sentir parlare di “popolo” gente che non ne fa parte, o che non ne rappresenta che una piccola, minuscola, numericamente insignificante, parte.

In questo ritrovo un classico difetto di ragionamento: la pretesa, di fronte ad una realtà disomogenea, formata da diverse parti, tra di loro diverse, e in molti casi privi di qualsiasi tipo di legame, di fermarsi ad esaminare con la lente d’ingrandimento solo un pezzetto di una delle tante tessere che compongono questo puzzle e, in forza di questo metodo, assolutamente superficiale, di poterlo considerare rappresentativo dell’intero puzzle.

Come se si esaminasse un pezzetto del fegato di un essere umano e lo si considerasse, quel pezzetto, non rappresentativo solo di quel fegato ma di tutto il corpo (ignorando cuore, polmoni, reni, occhi, cervello, ecc.).

Come se il corpo umano fosse un sistema omogeneo, come se fosse composto solo da un enorme fegato.

Questo metodo di analisi denota un’incapacità assoluta di cogliere le complessità dei fenomeni, e a maggior ragione, quella di capire le interazioni che esistono tra le diverse parti che compongono il tutto.

Ma ancor di più denota l’arroganza, tipica di alcune piccole minoranze, di pretendere di rappresentare qualcosa che in realtà non si rappresenta, di essere la voce autentica di chi voce non ha.

Non si erano ancora conclusi i primi commenti al voto di domenica ed ecco che, ieri pomeriggio, Renzi ha annunciato le sue dimissioni da segretario del PD e, nel farlo, ha anche dettato la linea del partito: nessun appoggio agli estremisti, nessun sostegno a chi ha condotto una campagna elettorale piena di odio, di falsità, di offese personali.

Subito dopo queste parole, chiare, nette, inequivocabili, sono venuti allo scoperto alcuni dirigenti del PD, che hanno preso le distanze dal loro segretario (un vecchio detto dice che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo).

Ha poi parlato Emiliano (non si sa bene a che titolo), dicendo che le parole di Renzi ormai non contano nulla (e le sue, quelle di Emiliano, quanto contano?).

Il PD appare sempre più chiaramente una cittadella sotto assedio, circondata da assalitori che allettano gli assediati per poter far breccia nelle porte che chiudono l’ingresso.

Dall’alto delle torri di guardia si guarda però solo verso ciò che accade al di fuori della cittadella.

Come la Storia insegna, bisognerebbe guardare con molta attenzione anche (e soprattutto) a ciò che accade all’interno delle mura: in molti casi gli assalitori non hanno avuto bisogno di sfondare le porte, né di far ricorso a stratagemmi per entrare e aprirle dall’interno (come nel caso del famoso cavallo di Troia).

In molti casi le porte gliele ha aperte chi stava all’interno delle mura.

E la Storia si ripete, anche se non la si conosce.

Enea non poteva incontrare Didone. Ma il mito è più reale della verità.

8 Feb

Il potere politico si è sempre servito dell’arma della propaganda per creare, giustificare e mantenere il proprio potere.

E ha sempre trovato degli intellettuali disposti ad assecondarlo.

E su cosa si è fatto leva per raggiungere quest’obiettivo?

Semplice: sul fatto che l’essere umano non è un essere razionale (e di conseguenza, i suoi comportamenti sono principalmente dettati dalle emozioni, dai sentimenti, da motivazioni irrazionali).

Gli uomini, soprattutto, hanno bisogno di credere, di fantasticare, di sognare.

E quale strumento migliore della poesia per far sognare?

Non è forse vero che, come diceva Shakespeare, siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni ?

E gli antichi, abili costruttori di miti, conoscevano bene com’è fatto l’animo umano.

E sapevano bene che nella costruzione di un mito poco importa aver cura della veridicità della storia che si narra.

L’obiettivo è puntare ad emozionare, a suscitare sentimenti.

E i sentimenti non hanno nulla a che vedere con la logica, con la ragione.

Pensare che gli esseri umani, se messi davanti alla realtà concreta, quella dei fatti, possano non credere più alle storie, anche se queste sono contraddette da quella, è solo un’illusione, una pia illusione.

Si pensi, per esempio, al mondo del giornalismo, nel quale in questi anni si fa un gran parlare del cosiddetto fact-checking.

Sarebbe interessante, a questo proposito, verificare l’effettiva incidenza di questo lavoro di verifica, in un mondo in cui milioni di individui sono indifferenti alla verità, a come stanno in realtà le cose.

Se si esamina la Storia umana, è facile vedere come questa sia piena di esempi di indifferenza degli esseri umani nei confronti della realtà dei fatti.

Ed è proprio conoscendo il passato che ci si può rendere conto di come non ci sia non c’è migliore fonte d’ispirazione per chi vuole sfruttare a proprio favore la natura umana: la conoscenza della Storia non impedisce che ciò che è accaduto in passato si ripeta.

Anche se si tratta di fatti atroci (e la cronaca di questi anni fornisce numerosi esempi in proposito).

Uno degli esempi più chiari di rapporto tra potere e intellettuali, di uso dei mezzi d’informazione a fini di preservazione del potere, di cosa voglia dire costruzione di un mito e di quanto siano irrilevanti, in questo senso, le incongruenze, ce lo fornisce il più famoso poema epico latino: l’Eneide.

Scritto da Virgilio nel terzo decennio a.C. su commissione di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, primo imperatore romano (il titolo di Augusto gli fu conferito dal Senato romano nel 27 a.C.), rappresentò un potentissimo strumento di propaganda augustea.

Vale la pena di notare che, nello scrivere il poema che lo ha reso immortale, Virgilio non si fece alcuno scrupolo di retrodatare la fondazione di Cartagine (avvenimento che risale all’814  a.C.) ai tempi della guerra di Troia (1200 a.C.), pur di creare un collegamento tra il mito di Enea e quello di Didone.

Tutto ciò serviva al suo intento: creare un collegamento tra Roma e la Grecia e fornire una giustificazione mitica all’odio tra Roma e Cartagine.

La Storia ha confermato come il mito, il sogno, la fantasia, vincano sulla realtà, sulla verità.

 

A proposito della morte di Totò Riina

17 Nov

Da questa mattina, una volta appresa la morte di Totò Riina, è tutto un susseguirsi di analisi, di commenti, per la gran parte ad opera dei tanti tuttologi ignoranti che popolano i media italiani.

Gli ultimi 24 anni della sua vita Totò Riina li ha trascorsi da carcerato, dopo averne trascorsi altrettanti da latitante.

Come sempre, anche nel caso del cosiddetto “capo dei capi” (per il quale sarebbe forse più corretto parlare di ”ultimo dei capi”), si è posto l’accento sull’aspetto più appariscente, quello criminale, più su Cosa Nostra che sulla Mafia.

Continua a mancare un’analisi vera, sincera, spietata, del brodo di coltura dell’organismo Mafia, delle complicità ambientali di cui gode, da sempre e a tutti i livelli, questa struttura vivente.

Un giornalismo serio, per esempio, avrebbe indagato a fondo sulle tante complicità che hanno permesso una latitanza incredibilmente lunga (24 anni!) di Totò Riina, su quella vasta e fitta rete di relazioni che lo ha protetto, nella sua terra.

Così come un giornalismo serio avrebbe denunciato all’opinione pubblica nazionale la variegata composizione di quelli che frequentavano a suo tempo la tenuta di caccia di Michele Greco, a Ciaculli.

E invece i media italiani si sono sempre limitati a parlare dell’aspetto militare, quello più appariscente, più spettacolare, senza mai scavare nel terreno fertile nel quale affondano le radici della Mafia, fatta sempre passare come fenomeno esclusivamente criminale.

Ad indignare, a scandalizzare, è il gran numero di morti, non le condizioni che hanno reso possibile il potere della Mafia.

Per l’ipocrisia italiana la Mafia è inaccettabile, fa paura, solo se uccide, non se corrompe, non se condiziona, non se svuota di senso la parola democrazia.

Non se (com’è accaduto negli anni ‘50 e ‘60) sfregia Palermo e uccide la Conca d’oro che un tempo la cingeva come una corona.

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