A proposito di Mafia e del potere di cui gode.

30 Mag

Nella seconda metà di questo mese, in coincidenza del 23, data che da 28 anni è entrata nel lungo elenco delle date-simbolo della retorica nazionale, si è tornati a parlare di Mafia.

La cosa che trovo incredibile è che ancora oggi, dopo quasi 160 anni dal suo ingresso nel vocabolario italiano (il debutto ufficiale risale al 1863), questa parola, una delle creazioni siciliane più famose, esportata in tutto il mondo, continui ad essere usata in maniera superficiale, generica.

Sempre più spesso si parla di mafia per indicare cose che nulla hanno a che vedere con la cosa che quel nome indica.

Ma soprattutto va tenuto conto del fatto che in quel 1863, anno in cui venne rappresentata I mafiusi di la Vicaria, il fenomeno che in quell’opera teatrale dialettale veniva, per la prima volta, descritto era già da tempo presente in Sicilia.

I nomi delle cose nascono per designare cose che già esistono.

Ecco cosa scrisse, il 3 agosto 1838, a Trapani, Pietro Calà Ulloa, Procuratore Generale del Regno delle Due Sicilie, per informare il Re Ferdinando II sullo stato economico e politico della Sicilia:

Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolò è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’inscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile.

In quel rapporto, pur non comparendo mai la parola mafia, si parlava di sette, gruppi di persone che avevano tutte le caratteristiche delle cosche mafiose.

Le cose esistono indipendentemente dal fatto che esista un nome che le indichi!

La forza di gravità esisteva anche prima che la famosa mela colpisse in testa Newton!

Mafia è una parola che spinge tanti a parlarne, soprattutto chi non sa di cosa si tratta (ma questo non succede solo con questa parola).

Quelli che vogliono far capire di aver letto qualcosa sull’argomento, usano anche il termine Cosa Nostra, espressione usata per la prima volta nel mese di ottobre del 1963, davanti ad una commissione del Congresso americano sulla criminalità organizzata, da Joe Valachi.

A proposito delle dichiarazioni rese in quell’occasione da Joe Valachi, il primo mafioso che scelse di collaborare con la giustizia, Robert Kennedy, allora a capo del Dipartimento di Giustizia del Governo americano, dichiarò: “Le rivelazioni di Joseph Valachi ci hanno aiutato, come mai in precedenza, a capire come funzionano le operazioni della mafia… senza escludere quelle riguardanti la corruzione politica”.

Vale la pena di notare come le parole di Robert Kennedy ricordino quelle usate da Giovanni Falcone a proposito di Tommaso Buscetta.

Vale però anche la pena di ricordare che Joe Valachi e Tommaso Buscetta non furono i primi mafiosi che decisero di collaborare con la giustizia.

Già nella seconda metà dell’800, infatti, alcuni esponenti mafiosi siciliani avevano deciso di collaborare con le autorità inquirenti.

Anche allora la collaborazione con la giustizia fu considerata, da parte dei mafiosi collaboranti, uno strumento utile per colpire gli avversari.

Ed è proprio agli inizi dello Stato unitario che risalgono i primi rapporti tra capi mafia e importanti esponenti politici, è in quegli anni che compaiono i primi esempi di quell’intreccio tra delinquenza mafiosa e autorità pubbliche di cui si parla ancora oggi.

A proposito di questo intreccio, che ha caratterizzato lo Stato italiano fin dai suoi primi anni di vita, vale la pena di ricordare le parole che Gaspare Pisciotta urlò nell’aula della Corte d’Assise di Viterbo, dopo la lettura della sentenza del processo sulla strage di Portella della Ginestra: “siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.

Quanto fa ridere che si parli di trattativa Stato-Mafia solo con riferimento alla primavera-estate del 1992!

Il fenomeno dei mafiosi collaboranti si ripetè negli anni trenta del ‘900: anche allora alcuni siciliani, esponenti dell’organizzazione criminale, decisero di collaborare con le autorità inquirenti.

Con la loro collaborazione quei personaggi rivelarono dettagliate informazioni sulla struttura interna dell’organizzazione mafiosa, così come avrebbe fatto, mezzo secolo dopo, Tommaso Buscetta con Giovanni Falcone.

Inoltre, fu proprio negli anni ‘30 del ‘900 che comparve, per la prima volta, il termine pentito, e la cosa che colpisce è che ad usarlo fu proprio un mafioso.

Ma veniamo adesso a quello che è uno dei principali elementi all’origine del potere della Mafia, forse il più importante di tutti: i suoi legami, le sue relazioni col mondo esterno all’organizzazione criminale.

Fu proprio con riferimento a questo aspetto centrale del fenomeno Mafia che Giovanni Falcone, da profondo conoscitore del fenomeno qual era, avvertì la necessità di far capire che l’azione dello Stato non si dovesse limitare al solo mondo interno all’organizzazione criminale, ma che dovesse andare oltre, investendo anche il mondo esterno a questa, ben consapevole della necessità, vitale, dell’organizzazione criminale di entrare in relazione col mondo esterno.

Una delle principali caratteristiche della Mafia, quella che ritengo sia la più importante, è proprio quella di vivere di relazioni.

Sta infatti nella convergenza di interessi con l’organizzazione criminale una delle principali cause del potere mafioso.

Ed è proprio questa convergenza d’interessi che ostacola la repressione di quel potere.

Da questa necessità nasce il ricorso al cosiddetto concorso esterno in associazione mafiosa, reato che, per essere riconosciuto tale, presuppone l’esistenza di un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti dell’associazione criminale.

Da un punto di vista strettamente penale, va considerato il fatto che, pur non esistendo nel codice italiano una norma specifica per il concorso esterno in associazione mafiosa, esistono comunque l’art. 110, che parla espressamente di concorso in reato e l’art. 416-bis, che prevede il reato di associazione mafiosa.

Vale la pena di sottolineare il fatto che in Italia l’associazione mafiosa è diventata reato solo il 13 settembre del 1982, con l’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre; fino a quella data il reato che poteva essere contestato ad un mafioso era semplicemente quello di associazione per delinquere (Pio La Torre, l’ideatore del reato di associazione mafiosa, fu ucciso dalla Mafia il 30 aprile 1982).

L’estensione del fenomeno non si limita però all’ambito penale, ed è in questa limitazione che io vedo uno dei più gravi errori commessi da sempre da parte di chi si occupa di Mafia.

Certamente un principe socio in affari di un mafioso non è tecnicamente definibile mafioso, così come non lo è un barone che affida ad un mafioso la guardianìa di un suo podere.

Allo stesso modo non è definibile mafioso un medico che fa nascere in una clinica privata i figli di un mafioso.

Nessuno di questi esponenti del mondo esterno all’organizzazione criminale è un mafioso, né uno che fornisce un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti dellassociazione criminale.

Eppure, senza questo genere di appoggio esterno, non configurabile come reato, la Mafia non avrebbe il potere che ha.

Come tante volte ricordato, obiettivo del mafioso è l’arricchimento personale, l’accumulo di denaro.

Secondo le parole usate da Leonardo Sciascia, la mafia è un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato.

Eppure il potere del mafioso non è solo quello dei soldi, non si esaurisce con un illecito arricchimento.

Il potere al quale il mafioso aspira va oltre quello che deriva dal denaro.

E che cos’è questo potere, in che cosa consiste?

Nella consapevolezza di disporre di un potere riconosciuto come tale, di essere legittimato nel ruolo ricoperto nella comunità.

E come sarebbe possibile il raggiungimento di questo potere senza la complicità di gente che non appartiene all’organizzazione criminale chiamata Cosa Nostra?

Dopo essere stato arrestato (il 20 febbraio 1986), Michele Greco, il capo mafia soprannominato il papa, fino all’inizio del 1982 considerato solo un ricco agricoltore dalle amicizie influenti, si mostrò meravigliato di essere finito dietro le sbarre.

Non si capacitava di essere finito dietro le sbarre, proprio lui che nella sua tenuta della Favarella (dall’arabo fawara, sorgente d’acqua), alle porte di Palermo, in quella zona che fu la Conca d’Oro, organizzava favolose battute di caccia, alle quali partecipavano Procuratori della Repubblica, aristocratici, politici, imprenditori.

Un tavolino a tre gambe sta in piedi solo se ci sono tutte e tre le gambe

23 Apr

Da giorni in Italia non si fa che parlare della app Immuni, che il Governo ha selezionato, tra 300, per raggiungere un obiettivo tanto importante quanto parziale, nella strategia di contrasto alla diffusione del virus SARS-CoV-2: il tracciamento delle persone venute in contatto con soggetti contagiati dal virus.

Fin da quando si è iniziato a parlare di un progetto tendente a tracciare gli spostamenti delle persone, per di più tenute ad indicare nella app dati personali, ci si è preoccupati non solo di essere controllati (preoccupazione ingiustificata, visto l’uso quotidiano che già da anni si fa di sistemi di pagamento elettronico e di social media) ma, soprattutto, e più sensatamente, di una invasione nella propria sfera personale e del rischio di un “commercio” dei nostri dati personali.

Se però si tiene conto delle condizioni che devono essere soddisfatte perché il sistema del quale questa app fa parte funzioni, ci si rende conto di quanto sia improbabile che questo progetto del Governo italiano possa raggiungere l’obiettivo, che, vale la pena di sottolineare, non è solo quello di tracciare gli spostamenti delle persone.

Le probabilità che anche questo vada ad aggiungersi alla ricca lista dei progetti italiani miseramente falliti non sono basse, anzi.

Due soli esempi, peraltro assai recenti: il reddito di cittadinanza e la didattica a distanza.

Quanti sono ad oggi, tra tutti quelli che hanno percepito il reddito di cittadinanza, quelli che hanno trovato un lavoro grazie al supporto dei famosi navigator?

E quante sono, in ciascuno dei quasi 8000 comuni italiani, le classi che stanno facendo didattica a distanza, misura tecnologica adottata in tempi di lockdown conseguente all’epidemia da SARS-CoV-2 ?

Torniamo alla famosa app Immuni.

Perché le probabilità che si tratti di un fallimento annunciato non sono da trascurare?

La risposta non sta tanto nell’effettiva funzionalità della app (ammesso e non concesso che ad utilizzarla sarà almeno il 60% della popolazione italiana e che non nascano problemi di funzionamento nei sistemi operativi dei telefoni esistenti in Italia) quanto nelle conseguenze che una app del genere può avere in un contesto come quello del mondo di Internet (leggasi hacker) e, soprattutto, nelle altre due delle tre gambe che devono reggere il tavolino progettato.

L’utilità della app è infatti legata all’adozione di un insieme di altre misure, di natura organizzativa e sanitaria, senza le quali Immuni, da sola,  risulterebbe inutile.

Perché il progetto di cui la app Immuni fa parte raggiunga l’obiettivo è necessario infatti che esistano le altre due T previste, il che vuol dire disporre della capacità di eseguire i test che saranno richiesti e di una efficiente rete di strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale.

Se, per esempio, non si sarà in grado di fare i tamponi subito dopo aver individuato i contagiati, la app risulterà inutile.

Ciò che porta a considerare non trascurabili le probabilità che, anche questa volta, ci si trovi di fronte ad un progetto già fallito prima ancora di essere partito, non è tanto, e non solo, la facile previsione che questa app Immuni sarà utilizzata da meno del 60% della popolazione italiana quanto la consapevolezza dell’assenza, su tutto il territorio nazionale, di una rete di strutture sanitarie con adeguate capacità organizzative.

Ed è soprattutto questo secondo aspetto quello che dovrebbe maggiormente interessare, quello sul quale si dovrebbe puntare l’attenzione.

Ci si dovrebbe rendere conto che senza un’efficiente rete di strutture sanitarie su tutto il territorio nazionale, senza le necessarie capacità organizzative, anche nell’ipotesi di un suo uso massiccio e privo di problemi tecnici di funzionamento, la app Immuni risulterà inutile.

A cosa serve infatti Immuni se il territorio nazionale è privo di strutture sanitarie specificamente dedicate al trattamento dei soggetti individuati dal tracciamento? 

La cosa diventa poi paradossale se si considera che le criticità del sistema aumenterebbero notevolmente proprio in presenza di un uso massiccio della app!

Ma allora perché si partirà con questo progetto?

E qui veniamo al cuore del problema.

Questo progetto serve solo a far credere che al governo ci sia gente che sa come uscire dal tunnel.

Non importa che ciò non sia vero, l’importante è che tanti ci credano.

Non è forse vero che, già ormai da anni, in Italia si vive nel mondo della comunicazione, del marketing?

E cos’è che conta in questo mondo? Conta la percezione, non la realtà.

A proposito del coronavirus SARS-CoV-2

8 Apr

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L’epidemia di questo SARS-CoV-2 ha fatto venire alla luce le incredibili complicazioni che caratterizzano la struttura amministrativa dello Stato italiano.

Una struttura piena di complicazioni inutili, fini a sé stesse, molto spesso folli, frutto di una mentalità gravemente malata (questo è, almeno, il giudizio che ne dà una persona che ha nel pensiero razionale il suo faro).

In questi giorni si è aperta una gara per individuare il colpevole, la fonte di questa mostruosa ragnatela che avvolge, immobilizzandola, la società italiana.

C’è chi attribuisce la responsabilità alla burocrazia e c’è chi invece la attribuisce al legislatore, dicendo che la burocrazia non fa che applicare le leggi.

Ecco che si ripresenta, in questa surreale partita di ping pong, la mentalità dell’on/off, quella per cui esistono solo due alternative, che si escludono a vicenda, quella per cui le possibili soluzioni dei problemi sono solo due.

In questo caso, la responsabilità è o del legislatore o dei burocrati.

Chi, ancora oggi, non cade nella trappola dell’on/off, della logica binaria, capisce che il problema non è così semplice e che la mentalità binaria non è adatta ad affrontarlo in maniera corretta.

Capisce, per esempio, che le responsabilità del legislatore non escludono quelle della burocrazia, e viceversa.

E che entrambe non ne escludono altre.

Prendiamo ad esempio il caso del modulo di autocertificazione: chi lo ha pensato, chi lo ha materialmente scritto, chi ne ha autorizzato la diffusione?

Ha senso, in questo caso, dire che si tratta di responsabilità del legislatore?

Ha senso dire che è colpa del legislatore se quel modulo è scritto in quel modo, se si è fatto ricorso a quei termini?

No, non sta certo nel legislatore la responsabilità di quel mostro.

E nemmeno nella burocrazia (tra l’altro, sia burocrazia che legislatore sono parole generiche, che non vogliono dire nulla di preciso.

Al contrario, si ha a che fare con persone specifiche, persone in carne ed ossa, persone che nessuno ha obbligato a scrivere in quel modo, ad usare quei termini.

Cos’è, per esempio, che ha impedito agli italiani di disporre di un modulo scritto come quello a disposizione dei francesi?

Cos’è che ha impedito all’amministrazione italiana di scrivere un modulo nel modo in cui è stato scritto in Francia?

E che dire delle famose mascherine? Chi ha deciso di scrivere ordinanze che obbligano ad indossarle, sapendo che non ce ne sono, quanto meno nella quantità necessaria?

Il problema più grosso e grave dell’Italia non sta nel numero abnorme di leggi, ma nella mentalità che porta a credere che i problemi si risolvano semplicemente, automaticamente, scrivendo leggi, e che ogni problema richieda una legge.

La faccenda diventa poi surreale quando si considera che lo Stato italiano non è, storicamente, in grado (per incapacità o per calcolo politico) di far applicare le leggi che promulga.

La convinzione, che affonda le proprie radici in una cultura basata sulla parola, che prescinde dai fatti, è che basti scrivere perché l’oggetto di quello scritto si materializzi da quelle parole (il potere magico delle parole, quelle che nella favola di Cenerentola trasformano una zucca in carrozza).

In questo mondo fantastico, il numero di leggi è solo la naturale conseguenza di questa mentalità.

Concludo con le parole di Cartesio, faro per i cultori del pensiero razionale, parole che trovo si applichino in maniera perfetta al caso italiano: “Spesso il gran numero delle leggi fornisce scuse ai vizi, per cui uno Stato è tanto meglio regolato quando, avendone pochissime, esse vengono rigorosamente osservate”.

 

La mancanza della prova non prova nulla

10 Feb

Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità.

Con queste parole Sherlock Holmes indica una strada per giungere a scoprire la verità.

Si tratta di un metodo razionale, logico: si procede per esclusioni successive, non considerando ciò che non va considerato e che per questo va eliminato.

Prima di eliminare, perché impossibile (e quindi sbagliata), una delle possibili soluzioni bisogna dimostrare, con estrema chiarezza, che quella che si elimina non può essere quella giusta, spiegando perché non può esserlo.

Alla fine, eliminate, perché impossibili, tutte altre soluzioni, si deve poter dire, con assoluta certezza, che l’unica soluzione rimasta è quella giusta perché non può che esserlo.

Quella deve essere la verità, non può che essere la verità.

In un’indagine, sia che si tratti di un’indagine di polizia che di un’indagine storica, si va alla ricerca delle fonti, si cercano le prove.

Ma a volte le prove non si trovano.

Questo può accadere o perché non le si sa cercare o perché non esistono!

Per trovare qualcosa bisogna saperlo cercare. Ma, prima ancora, quello che si cerca deve esistere.

Non è possibile trovare qualcosa che non esiste!

Non trovare le prove di un fatto non significa che quel fatto non esista, o che in passato non sia esistito, significa solo che non si riesce a dimostrare che esista, o che sia esistito.

Ovviamente, può darsi che quel fatto non sia mai esistito.

Ancora oggi si parla di un appoggio della Mafia agli Alleati anglo-americani in occasione dello sbarco del luglio 1943 in Sicilia.

Ovviamente è una cosa priva di senso pensare ad un appoggio di natura militare a quello sbarco!

Altra cosa è invece parlare di un appoggio nella gestione del dopo sbarco.

Gli storici affermano di non aver trovato le prove di questo appoggio.

Ma questo non significa che quell’appoggio non ci sia stato.

Quello che si può dire, dopo aver ricordato che la Sicilia (più che l’Italia) rivestiva un interesse strategico per gli americani, è che non esistono prove documentali che consentano di affermare che quell’appoggio ci sia stato.

Appare comunque singolare pensare che possa esistere un documento scritto nel quale gli Alleati da una parte e la Mafia dall’altra concordano come procedere dopo lo sbarco in Sicilia!!! (è come pensare che possano esistere documenti scritti che provino i servizi prestati dalla Mafia ai suoi vari committenti!).

In questo caso non solo trovo riduttivo pensare solo a prove documentali (le prove che interessano gli storici non esauriscono il campo di tutte le prove possibili a supporto di una tesi), ma mai come nel caso del dopo sbarco è opportuno tener presente che la mancanza della prova non significa la prova della mancanza.

Il non aver trovato le prove della colpevolezza di una persona indagata, per esempio, non significa aver la certezza della non colpevolezza di quella persona.

Il che non vuol dire affatto che una persona giudicata innocente è solo una persona della cui colpevolezza non si sono ancora trovate le prove!!

Non aver trovato le prove della presunta colpevolezza di una persona può benissimo significare che quella persona non è colpevole (e quindi quelle prove non possono essere trovate per il semplice motivo che non esistono, e non esistono per il semplice fatto che non possono esistere).

Certo sarebbe meglio trovare le prove della sua non colpevolezza.

Si può benissimo essere davanti ad un caso di colpevolezza e non riuscire a trovare le prove di quella colpevolezza, così come si può benissimo essere davanti ad un caso di non colpevolezza e non riuscire a trovare le prove di quella non colpevolezza.

Esistono casi in cui le possibili soluzioni tra le quali scegliere quella esatta (che in alcuni casi esiste) sono circoscritte ad un numero finito: in questi casi le prove in negativo sostituiscono quelle in positivo.

Come nel caso del sudoku.

A volte la strada che porta alla soluzione è composta da una successione finita di eliminazioni.

 

 

Essere liberi è difficile. E costa.

16 Gen

Da anni il termine rete è comunemente associato alla tecnologia.

Internet è la rete per antonomasia.

La rete della quale parlo qui non è però quella informatica dei social, ma una molto più antica.

Mi riferisco alla rete di conoscenze, di ricatti, di favori.

Si tratta di una rete molto sottile, quasi invisibile, ma molto potente, una rete che protegge, una rete nella quale è coinvolta una grande quantità di persone (molto più numerosa di quanto non si creda).

Molti ci vivono in silenzio, molti altri non la vedono (perché non vogliono vederla), molti altri ancora ne negano persino l’esistenza.

Il successo di questa rete non è affatto casuale.

Lo conferma il fatto che non è mai scemato nel corso della Storia umana, e questo perché fa comodo a tanti: appartenere a questa rete procura tanti vantaggi.

Chi accetta di lasciarsene catturare vive bene: gli imprenditori ottengono vantaggiosi contratti (accanto a quelli che subiscono il ricatto della Mafia ce ne sono tanti altri che invece la cercano, attratti dalla sua capacità di assicurare protezione), i professionisti ottengono incarichi, non solo per sé, anche per i propri familiari.

Emanciparsi, decidere di vivere senza la protezione di questa rete, significa uscire allo scoperto, confrontarsi, e tutto questo costa (non solo in termini economici), soprattutto se non si è all’altezza del compito.

Vivere liberi (al di là della retorica sulla parola libertà) è molto più difficile che vivere schiavi.

Decidere di non muovere un dito per ottenere favori (così com’è giusto fare), significa, per esempio, non lamentarsi per non essere stati scelti per un incarico.

Scegliere di evitare le anticamere dei potenti, di non essere ai loro ordini, di non umiliarsi, significa scegliere di pagare certi prezzi.

La persona adulta, matura, non si lamenta per le conseguenze della sua libertà.

Come ha detto Epitteto, filosofo greco nato a Ierapoli (nell’attuale Turchia) intorno al 50 d.C., Chiunque ha volontà di essere libero, faccia di non appetire né fuggir mai cosa alcuna di quelle che sono in potestà d’altri; o che altrimenti gli bisognerà in ogni modo essere schiavo.

Semplice non significa affatto facile.

2 Gen

Solo chi ha studiato molto, solo chi è andato a fondo alle questioni, è capace di far apparire semplice ciò che in realtà è complesso.

Se però si giudica tutto in base all’apparenza, non solo non si vede la complessità che sta dietro quella non casuale semplicità ma, soprattutto, si ignora il lavoro che è stato fatto per giungere a quel risultato, grazie al quale è possibile mostrare in maniera semplice ciò che in realtà è complesso.

Esporre in maniera semplice un concetto complesso è qualcosa tutt’altro che semplice.

Solo chi conosce a fondo una materia può esprimerla in maniera semplice.

L’originalità di certi scrittori, per esempio, non sta certo nel fatto che abbiano trattato temi già affrontati in passato da altri autori ma nel fatto che siano stati capaci di combinare in maniera nuova, originale, le parole del vocabolario per esprimere in una nuova maniera, più chiara, più semplice, concetti già esposti in passato.

Il problema di fondo sta nel confondere la maniera semplice con la quale si espone un concetto complesso con la natura non semplice del significato che sta dietro quel concetto.

Un conto è infatti leggere scritti in cui vengono esposti in maniera semplice temi complessi, un altro è capire l’essenza di quei temi, che restano difficili da capire anche se esposti in forma semplice.

Cosa c’è di più semplice, nella forma, delle equazioni S=k logW e E=mc², così facili da imparare a memoria?

A proposito di Galileo Galilei

6 Ott

È col pensiero greco che, nel VII secolo a.C., ha inizio la scienza.

È in quel mondo infatti che affonda le proprie radici il pensiero scientifico, è in quell’epoca che nasce la logica, sublime invenzione dei filosofi greci.

Fu Talete (vissuto tra il VII e il VI secolo a.C.) che capì che l’altezza di una piramide e la lunghezza dell’ombra da questa proiettata erano legate dalla stessa relazione tra la sua altezza e la lunghezza della sua ombra (e questo, per qualsiasi oggetto).

Ma la vera rivoluzione nella millenaria storia del pensiero scientifico è quella che si è avuta con Galileo Galilei, il vero padre della scienza moderna.

È a Galileo infatti che si deve la creazione del metodo sperimentale, in forza del quale la verità scientifica si fonda sull’esperimento, e solo su questo.

Qualsiasi teoria, pur se bellissima, pur se logicamente perfetta, in realtà non ha alcun valore se non viene confermata per via sperimentale.

Il metodo di Galileo fa capire che c’è una netta differenza tra basare le proprie convinzioni su un ragionamento astratto e fondarle invece sull’osservazione della realtà.

La caratteristica del metodo sperimentale è quella di essere induttivo, l’esatto opposto di quello aristotelico.

Cerca di capire le leggi della natura attraverso lo studio dei loro effetti, per poi da questi risalire alle cause (furono gli antichi filosofi greci i primi a pensare non solo che esistessero leggi della natura ma che si potesse anche arrivare a scoprirle).

Come ogni sovvertitore dell’ordine costituito, a maggior ragione se il sovvertimento svela pregresse falsità, Galileo fu sottoposto a numerosi e violenti attacchi.

E non sorprende affatto che i primi ad attaccare Galileo siano stati suoi “colleghi” (avviene anche nei tempi moderni).

La sua rivoluzione ne metteva infatti in discussione dogmi e metodi.

E per questo, il prezzo che gli fu fatto pagare fu molto alto, in primis da parte di tanti intellettuali (sia prima che dopo gli attacchi della Chiesa cattolica).

Ad attaccarlo furono anche persone considerate “illuminate”, come Martin Lutero e Giovanni Calvino.

Il dato sconfortante è che Galileo venga ancora oggi ricordato più che per gli enormi contributi che diede alla fisica, ed alla cultura in generale, per la persecuzione che dovette subire ad opera dell’Inquisizione.

Eppur si muove”, sono le prime parole che vengono comunemente associate a Galileo, quelle che secondo la leggenda lo scienziato pisano avrebbe pronunciato uscendo dal Tribunale dell’Inquisizione, nel 1633, dopo essere stato costretto a rinnegare le sue teorie astronomiche.

In realtà quelle parole Galileo non le pronunciò mai.

Sembra proprio una specie di contrappasso dantesco: il creatore del metodo sperimentale, in forza del quale una proposizione può essere giudicata vera solo se confermata, per via sperimentale, dalla realtà, condannato ad essere ricordato per una frase che in realtà non esiste, non esistendo di essa alcuna conferma.

La chiusura dei porti è una questione temporanea, quella delle menti è per sempre.

19 Ago

Com’è ormai sempre più evidente, l’uso dei social media ha fatto emergere in tutto il suo splendore l’imbecillità umana, elemento che caratterizza un’enorme moltitudine di individui.

Le conseguenze dell’uso dei social erano chiare già da tempo, ancor prima che ne parlasse Umberto Eco, quando, quattro anni fa, disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

La cosa divertente, che Umberto Eco, da logico qual era, non poteva certamente non aver previsto, è che da allora non si contano gli imbecilli che commentano quella frase, fornendo, con i loro commenti, la migliore dimostrazione della verità contenuta in quelle parole.

Ma non è solo l’imbecillità l’elemento fatto emergere dai social media.

Assieme ad essa, infatti, è venuta a galla un’altra caratteristica di una vasta categoria di persone: la grettezza mentale, la chiusura di pensiero.

Appartengono a questa variegata moltitudine diversi tipi di individui.

Ci sono quelli che conoscono una sola materia (poco importa la sua natura) e parlano sempre e solo di quella; se li si porta su un altro campo vanno in tilt, il loro cervello si blocca, come se all’improvviso venisse a mancare la fonte di energia che lo alimenta (a Palermo c’è un’espressione con la quale si indica una persona che, invece, è in grado di affrontare con competenza un’ampia gamma di argomenti: Unni u tocchi, suona).

Ci sono poi quelli che non conoscono altro mondo all’infuori del loro ambito lavorativo, piccolo o grande che sia, e parlano sempre e solo di quello (se si tratta di lavoratori dipendenti, si ha a che fare con persone per le quali l’azienda non è solo un semplice datore di lavoro ma l’entità dalla quale dipende la loro vita; sono individui dipendenti in toto, in cui il legame con l’azienda è assoluto, totalizzante, come quello di un feto con la madre, con quel cordone ombelicale senza il quale non sarebbero capaci di sopravvivere; una dipendenza che dà loro la possibilità di dare un senso alla loro vita, di illudersi di non condurne una che spesso è banale, triste, povera, insignificante).

Ci sono infine quelli che credono che il mondo sia costituito solo dal luogo dove sono nati (la cosa che rende particolarmente ridicole queste persone è il fatto che si sentano orgogliose di qualcosa che non è dipeso in alcun modo da loro).

E non è raro vedere agire queste caratteristiche in contemporanea, in una miscela micidiale.

Difficile fare una graduatoria in proposito, ma di certo imbecillità e grettezza mentale appartengono ad una specie diversa rispetto alla semplice ignoranza.

Quest’ultima rappresenta di sicuro una grave carenza, presupposto di altri mali, che su di essa affondano le proprie radici, ma, per quanto grave, è comunque un male curabile: con lo studio, sorretto dalla volontà d’imparare, dalla curiosità di vedere cosa c’è al di là del proprio naso, vi si può porre rimedio.

Per quanto riguarda invece imbecillità e grettezza mentale, non c’è nulla da fare.

Si tratta di fattori genetici: tra i mattoncini che compongono il dna delle persone che ne sono affette non ci sono quelli dell’apertura mentale e della capacità di pensiero razionale.

La chiusura dei porti (tema da mesi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica) è una questione temporanea, a differenza di quella delle menti, che è per sempre.

A proposito del fenomeno Camilleri

18 Lug

Il 6 maggio 1999 il pubblico di Rai 2 conobbe Salvo Montalbano, e con lui Vigàta, Fazio, Catarella ecc.

Andò in onda, quella sera, “Il ladro di merendine”, il terzo giallo di Camilleri con protagonista il commissario Montalbano (prima c’era stato “Il cane di terracotta” e, prima ancora, “La forma dell’acqua”).

Chissà quanti, quella sera di vent’anni fa, dopo aver visto “Il ladro di merendine”, avrebbero scommesso sul successo di quel nuovo commissario di polizia.

Significativo il fatto che quel primo episodio sia stato trasmesso sul secondo canale e non sulla rete ammiraglia della Rai.

Segno che i primi a nutrire dubbi sul successo di quel nuovo personaggio erano proprio i dirigenti Rai.

Quell’episodio era tratto dal racconto omonimo di Camilleri, un autore già molto noto in Rai ma pressoché sconosciuto al grande pubblico.

Anche a quello televisivo, nonostante che si trattasse di un nome che, da quasi 40 anni, era di casa non solo nel mondo della televisione ma anche in quello del teatro.

Chissà quanti, per esempio, avevano associato il nome di Camilleri a quel Camilleri che compariva nei titoli di coda dei primi episodi del commissario Maigret, trasmessi dalla Rai a metà degli anni ’60.

Quello che è successo dopo la visione di quel primo episodio è qualcosa di incredibile, di inspiegabile.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, ci si chiede a cosa sia dovuto l’incredibile successo del commissario Montalbano (gli esseri umani hanno un istintivo bisogno di spiegare qualsiasi cosa accada secondo una logica di causa-effetto).

Tante le ipotesi, ma nessuna convincente.

L’idea che mi son fatto è che il successo di Camilleri, un successo planetario, senza precedenti, sia un successo indotto: non è l’autore la chiave, ma i personaggi da lui creati, unitamente all’ambiente nel quale questi agiscono.

E quando parlo di ambiente non mi riferisco ai luoghi reali, ma all’immaginazione, alla fantasia, a ciò che quei luoghi evocano, al fascino millenario che li circonda: la Sicilia che fa da sfondo alle avventure di Montalbano non è la Sicilia reale, quella delle strade impercorribili, quella delle montagne di spazzatura che da tempo immemorabile fanno da sfondo, quella degli intrallazzi, quella delle collusioni di larghi strati della società col potere mafioso, quella delle coste deturpate da un abusivismo osceno, ma quella che il nome stesso “Sicilia” evoca, al solo pronunciarlo, nella mente di chi ascolta, di chi guarda, quella dei miti del passato, quella che ancora oggi, nella mente di tante persone, rappresenta il mondo esotico a portata di mano.

E chi più di Camilleri poteva avere la consapevolezza della potenza creatrice della letteratura?

Non a caso, a chi gli chiedeva come mai non avesse mai scritto di Mafia, Camilleri rispondeva dicendo di non averlo mai fatto per paura di creare, seppure involontariamente, eroi simpatici (forse pensava al Padrino, di Mario Puzo, personaggio reso simpatico da Marlon Brando).

Tornando al successo del creatore del commissario Montalbano, credo che questo lo si debba più alle scene televisive che non alle pagine dei romanzi.

Si tratta in sostanza di un fenomeno mediatico (mediatico, non solo editoriale) ed è inutile, vista la natura del fenomeno, cercare spiegazioni: sarebbe come cercare causalità in eventi casuali.

E cercare di spiegare in termini di causalità quelli che sono fenomeni casuali è qualcosa di irrimediabilmente sbagliato.

A proposito della singolarità di certe traduzioni

11 Lug

Agli inizi del XX secolo nelle comunità degli italiani che erano emigrati negli Stati Uniti d’America alla fine dell’800 era diffuso l’uso dell’espressione goose by me.

Tradotta letteralmente, significa oca per me.

In realtà quell’espressione veniva usata per dire per me sta bene.

Si trattava di una specie di lasciapassare, orale ma non per questo meno importante, usato specialmente nell’ambiente della malavita, che proprio in quegli anni stava mettendo radici in America.

Ma cosa c’entrava un’oca con quel lasciapassare?

Il fatto è che per quegli italiani la pronuncia della parola ok (ochei), che sentivano usare dagli americani ogni volta che questi intendevano dire che erano d’accordo su qualcosa, aveva trasformato quell’ok in oca.

Quegli italiani, che stavano cominciando ad integrarsi nelle loro nuove città, pensarono allora di tradurre quell’oca nella loro nuova lingua, ed ecco venir fuori goose.

Un caso analogo di traduzione “creativa” è quello che riguarda il palermitano Francesco Procopio Cutò.

Appena ventenne, Cutò lasciò la sua città natale ed emigrò a Parigi, città nella quale fondò, nel 1686, il più antico caffè della ville lumière (le Café Procope), il primo caffè letterario (il locale si differenziava dagli altri per la disponibilità di giornali e di carta e calamaio).

A quel giovane palermitano si deve la scoperta di due cose importanti nella fabbricazione del gelato: l’uso dello zucchero al posto del miele e quello del sale marino assieme alla neve, per farla durare più a lungo.

Il giovane Procopio, per adattarsi alla sua nuova città, trasformò il suo cognome in Couteaux.

Quel Couteaux fu poi tradotto in italiano in “de’ Coltelli” (per via del fatto che la pronuncia della parola couteaux, che Procopio aveva scelto per assonanza con quella che in francese significa coltelli, richiamava proprio il nome Cutò).

E fu così che il nome Cutò fu soggetto ad una doppia trasformazione: fu dapprima francesizzato in Couteaux, per poi essere italianizzato in de’ Coltelli! Un vero doppio salto mortale!

N.B.: Il nome Cutò deriva dal greco κουτός (sciocco, stupido) ed è presente solo nella zona del messinese (si tratta di un piccolo torrente che, nei pressi di Bronte, si immette nel Simeto, il fiume più importante della Sicilia).

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