Le parole sono sacre. Anche se non si è credenti.

21 Mag

Se c’è una parola che può essere portata ad esempio dell’uso improprio, spesso strumentale, che si fa del linguaggio, questa è la parola arabo.

Con questa parola si intende sia un popolo, sia una lingua.

Il popolo arabo prende il suo nome dalla zona geografica nella quale originariamente abitava: arabi era infatti il nome col quale venivano chiamate le popolazioni che vivevano nell’alta Mesopotamia, nella regione situata tra il Mar Morto e il golfo di Aqaba (regione chiamata Wadi Araba).

Con la rivelazione coranica, avvenuta in arabo (il Corano rappresenta il primo vero testo arabo), la parola arabo (nomade del deserto) si svincola dall’etnia araba: a partire da quel momento la parola non indica più solo le popolazioni originarie della penisola araba ma viene usata per indicare anche quelle che, pur appartenendo ad altri gruppi etnici (maghrebini, andalusi, anatolici, ecc.), parlano in arabo.

Da quel momento la lingua araba costituisce uno strumento di unificazione sociale.

Il dato importante è che, in forza della sua origine, la lingua araba, per un credente, non è soltanto una lingua semitica: è molto di più, è la parola divina, è la via attraverso la quale Allah si è rivelato.

Da qui l’importanza data alle parole, non solo al loro significato ma anche al modo col quale vengono scritte: l’attenzione data alla calligrafia è anche un modo di manifestare rispetto alla divinità.

Torniamo adesso all’uso improprio, molto frequente, di arabo, parola che si presta come poche altre ad essere usata in maniera strumentale, sia con l’intenzione di dare ad essa un valore positivo sia con l’intenzione di dargliene uno negativo.

È classico, in casi come questo, uno degli errori logici più diffusi, quello di prendere in considerazione soltanto quei fatti che confermano le proprie opinioni, tralasciando/ignorando quelli che invece le smentiscono.

E quando entrano in gioco le ideologie, che stanno alla base delle convinzioni più fortemente radicate nella testa degli esseri umani, quest’errore è pressoché inevitabile.

Com’è noto, infatti, le parole fanno emergere il pensiero che sta loro dietro/sotto (parlare male significa pensare male).

Ecco che allora, da parte di alcuni, si fanno passare per arabi scienziati che arabi non erano.

In alcuni testi, anche importanti (sic!), alcuni scienziati erroneamente indicati come arabi vengono indicati come musulmani, confondendo così musulmano con arabo (non solo si fa confusione tra “esprimersi in lingua araba” ed essere arabo ma anche tra “esprimersi in lingua araba” ed essere musulmano).

Analoga confusione (quella tra chi pratica una religione e chi parla una lingua) viene fatta anche nel campo cristiano, ad opera di chi evidentemente ignora il fatto che esistono cristiani di lingua latina, così come ne esistono di lingua greca e di lingua araba.

Ed ecco alcuni esempi, tra i più famosi, dell’errore al quale ho accennato sopra (si tratta di tre grandi scienziati persiani):

1. Ibn Sīnā (nacque nel 980 a Afshana), che sarebbe poi stato conosciuto nel mondo latino col nome di Avicenna;

2. al-Khwārizmī (nacque nella regione iraniana del Khwārizm intorno al 780);

3. al-Biruni, nato anche lui nella regione iraniana del Khwārizm, nel 973 (portano il suo nome un cratere della Luna ed un asteroide).

La confusione nasce dal fatto che quegli scienziati hanno scritto le loro opere in arabo.

Ma scrivere in una lingua non significa essere della nazione alla quale quella lingua è associata, nella quale quella lingua è nata.

Nessuno direbbe che Newton era italiano solo perché “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” l’ha scritta in latino.

Così come nessuno direbbe che Jorge Luis Borges è spagnolo solo perché le sue opere le ha scritte in spagnolo.

Non a caso in spagnolo esiste la parola hispanohablante, che non significa spagnolo.

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A proposito della trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino

8 Mag

Seguendo il dibattito che da giorni infiamma la trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino c’è da restare allibiti.

Non però per ciò che è successo (aver accettato che vi partecipasse la casa editrice Altaforte) ma per il dibattito che si è scatenato intorno a questo fatto.

Dibattito, come al solito in questo Paese, non sui fatti, ma sull’interpretazione che se ne dà, sulla mistificazione che se ne fa.

Va innanzitutto ricordato, come premessa, che il Salone del libro di Torino è una Fiera commerciale, ed essendo tale non c’è alcun dovere, da parte di un autore, di andarci o di non andarci.

Si tratta di un’opportunità, ed ognuno è padronissimo di coglierla o di non coglierla.

Si dice poi che il Salone rappresenta (anche) un’occasione per una libera circolazione di idee, cercando così di camuffare, ipocritamente, l’essenza della manifestazione, che resta quella di fiera commerciale.

Ovviamente, se i decisori sono autorità pubbliche, nel perseguire i loro obiettivi commerciali sono in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dello Stato, a cominciare da quella più importante, vale a dire la Costituzione.

Venendo alla polemica che quest’edizione ha scatenato, ed al gioco delle tre carte che si sta giocando, spostando sempre il punto-chiave della questione, la cosa che fa rabbia è non si capisca, o che si faccia finta di non capire, che il problema non è la libera circolazione delle idee, ma la messa in atto di comportamenti che a certe idee sono collegati.

Il problema infatti è che si fa finta di non vedere le azioni concrete che ormai da mesi si susseguono in Italia, azioni collegate alle idee che quella casa editrice fa circolare liberamente.

Ed a proposito di ipocrisia (quella sabauda ha fatto scuola in questo Paese, che non a caso è nato avendo in mente una sua piemontesizzazione), fa veramente pena assistere al vergognoso rimpallo di responsabilità, a proposito dell’accettazione della partecipazione della casa editrice Altaforte, tra il comitato editoriale del Salone e la direzione commerciale.

Sempre a proposito di ipocrisia, spiccano le parole degli organizzatori, per i quali le scelte effettuate sono state guidate dalla volontà di tener fuori dal Salone la campagna elettorale, non la politica (come se ciò fosse possibile!).

Si è arrivati a dire, da parte degli organizzatori del Salone, che quest’anno sono stati esclusi i libri scritti da politici o su partiti politici, ignorando quello scritto sul ministro dell’Interno, pubblicato (guarda caso) proprio dalla casa editrice al centro della polemica.

Quello che vedo riproporsi in occasioni come questa del Salone del libro di Torino è un vecchio problema italiano, uno dei più gravi e pericolosi: in nome di una superiorità morale della quale alcuni si sentono gli esclusivi portatori (quello della libera circolazione delle idee è solo uno dei tanti ripari dietro i quali questi presunti “esclusivisti” si nascondono), si dà visibilità a gente che merita semplicemente di essere messa ai margini di una società civile e là essere mantenuta.

E non è affatto casuale che ad aver consentito, anni fa, lo sdoganamento di certe idee (che da tempo ormai si sono trasformate in azioni), abbiano contribuito personaggi appartenenti a questa schiera di presunti esclusivisti.

Quello che poi si dovrebbe capire una buona volta è che il “gioco” è viziato da un’evidente asimmetria: da una parte del campo c’è chi consente a chi ha opinioni diverse dalle proprie di poterle esprimere liberamente, dall’altra c’è chi non lo consente e non si fa scrupolo di ricorrere anche alla violenza fisica per impedire che ciò accada.

A Palermo si dice quannu c’è u rammi e tè, l’amicizia sempre c’è; quannu c’è u rammi e bu, l’amicizia nun c’è cchiù.

P.S.: ricordo con tanta nostalgia la prima edizione del Salone del libro di Torino, a Torino Esposizioni. Era il 1988, un’altra epoca, un’altra Torino, un’altra Italia.

A proposito di Risorgimento. E di miti.

27 Mar

È dal 17 marzo 1861, giorno di proclamazione del Regno d’Italia e data di nascita dello Stato unitario, che in Italia, ogni volta che si affronta il tema “Risorgimento”, spunta sempre fuori la tesi secondo la quale, per una parte non marginale di italiani, quella fase della storia italiana non fu tanto quella che portò alla fusione, in uno solo, di quelli che erano i diversi Stati pre-unitari, quanto invece una “rivoluzione mancata”.

Perché “mancata”?

E perché il Risorgimento italiano fu caratterizzato da un’esigua partecipazione popolare?

Rispondere a queste domande significa evidenziare il carattere strumentalmente visionario, velleitario, della tesi della “rivoluzione mancata”, carattere che tornerà alla luce più volte nella storia dello Stato italiano.

Il difetto fondamentale di quella tesi sta nel fatto che i suoi sostenitori non hanno mai considerato che non era possibile una sollevazione popolare da parte di un popolo incapace, perché privo dei presupposti necessari, di fare quello che in tanti speravano (meglio dire, sognavano) che facesse.

Si tratta di un dato di primaria importanza: in questa mancanza di consapevolezza, in questa incapacità di misurarsi con la realtà, in questo prescindere dai dati di fatto, emerge infatti un difetto molto diffuso nella cultura italiana, direi una sua caratteristica: non tenere mai conto (allora come ora) di quanto sia debole, di quanto sia fragile, la coscienza nazionale degli italiani.

Il popolo italiano, semplicemente, non era quello che i sostenitori della tesi del Risorgimento come “rivoluzione mancata” pensavano che fosse.

Appare incredibile che ancora oggi, nonostante che siano passati quasi 160 anni da quel 17 marzo, si continui a commettere lo stesso errore, quello di ritenere che il popolo sia qualcosa che corrisponda a quella che è in realtà un’astrazione, un’idea, l’idea che se ne ha (a seconda dei casi).

Ciò che esiste solo nell’immaginazione, nella fantasia, ha poco o nulla a che fare con ciò che esiste nella realtà.

Errore incredibile ma non incomprensibile, ove si consideri che della parola popolo (parola peraltro di una genericità assoluta) si è sempre fatto un mito.

Così come quello che è stato costruito sul Risorgimento.

E i miti contano più della scienza, più delle religioni.

Quando si parla di miti non bisogna dimenticare che la loro funzione non è solo quella di creare una realtà, da sostituire a quella vera, ma anche quella di nascondere la verità.

Il Risorgimento italiano fornisce un chiaro esempio in proposito, con la creazione del mito più famoso costruito attorno alla nascita dello Stato italiano, quello della spedizione dei Mille.

Per la creazione di questo mito era fondamentale far passare l’idea che fossero stati quei mille uomini, da soli, a compiere l’impresa: quell’idea doveva diventare realtà, doveva entrare nella mente degli italiani, doveva alimentare la loro fantasia, doveva farli sognare, anche a sprezzo del ridicolo.

Poco importava che non fosse razionalmente sostenibile l’idea che mille uomini, da soli, siano in grado di sconfiggere un intero esercito.

I miti sono indifferenti alla logica, se no non sarebbero miti.

Non è forse considerato “vero” che Enea, fuggito da Troia, si fermò a Cartagine (fondata quattro secoli dopo la guerra al centro dell’Iliade), dove visse una storia d’amore con Didone (la regina che aveva fondato quella città)?

Perché il mito della spedizione dei Mille potesse nascere (e durare nel tempo), era però necessario nascondere il ruolo (strategico, se non decisivo) giocato dagli inglesi nella caduta dei Borbone.

Occorreva innanzitutto nascondere la copertura militare fornita dalla marina militare inglese in occasione dello sbarco di Marsala.

Era necessario nascondere il fatto che quell’11 maggio 1860 le fregate Argus e Intrepid della British Mediterranean Fleet si erano poste, intenzionalmente, sulla linea di fuoco dei vascelli borbonici, a protezione dei garibaldini.

Quella manovra, infatti, impedì il cannoneggiamento dei Mille, che in tal modo poterono tranquillamente sbarcare (lo stesso Garibaldi riconobbe il ruolo cruciale svolto con quella manovra dalle due fregate inglesi).

Allo stesso modo occorreva ignorare il ruolo svolto dalla Camorra nell’estate di quel 1860, quando le bande camorristiche (che avevano il pieno controllo di Napoli) facilitarono lo sbarco delle truppe piemontesi e l’ingresso in città dei volontari garibaldini.

I miti però non riescono ad impedire che la realtà, anche se nascosta, si manifesti attraverso i segni che, prima o poi, emergendo, la rivelano per quella che è.

Come nel caso dell’assetto unitario dello Stato italiano, precario fin dalle sue origini, fin da quel 17 marzo 1861.

Il Gattopardo e I Viceré: due modi diversi di raccontare lo stesso periodo storico.

9 Feb

Da anni si discute sulla natura di alcuni romanzi, ci si domanda se sia più corretto definirli romanzi storici o romanzi di costume.

Come al solito, ci si perde in interminabili discussioni sul nome anziché sulla cosa.

Non si considera il fatto che il romanzo è, semplicemente, uno strumento che può risultare efficace (in alcuni casi molto di più di un dotto saggio) anche per raccontare pagine di Storia.

A volte, e non di rado, è proprio attraverso la lettura delle pagine di un romanzo che si giunge a scoprire una verità storica, una verità alla quale si arriva non attraverso le parole di uno storico ma attraverso quelle di un romanziere.

Ricordo ciò che in proposito diceva Leonardo Sciascia: “l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte“.

Un romanzo, attraverso una o più storie umane, può rendere l’idea di una comunità, illustrarne quelle che sono sue caratteristiche profonde, prodotto della sua Storia, molto più efficacemente di un saggio che ricostruisca tutta una serie cronologica di avvenimenti.

Illustrare le conseguenze che alcuni avvenimenti storici determinano nella vita di una società può far capire molto meglio la natura e la portata di quegli avvenimenti che non la loro semplice descrizione.

Quanta Storia d’Italia c’è, per esempio, in un romanzo come “I Promessi Sposi”!

Quante cose ci dice Manzoni dell’Italia, del carattere degli italiani, attraverso la vicenda di due giovani popolani!

E quanto di cosa ha significato l’ETA nella storia dei Paesi Baschi c’è nel romanzo “Patria”, di Fernando Aramburu (anche in questo caso lo scrittore ci parla di un periodo storico, del significato della Storia, delle sue conseguenze, attraverso una storia di gente comune).

E quanto ci dicono, in merito ad un periodo cruciale della Storia italiana, romanzi come “Il Gattopardo” e “I Viceré”!

A proposito di questi due romanzi, vale forse la pena di evidenziarne alcune significative differenze, che possono spiegare anche le diverse accoglienze che furono loro riservate.

Sia “Il Gattopardo” che “I Viceré” rappresentano un grande affresco della Sicilia negli anni a cavallo della sua annessione al regno di Sardegna.

Il primo, pubblicato nel 1958, racconta non solo il tramonto dell’aristocrazia siciliana ma, e direi soprattutto, la sua sostituzione ad opera di una nuova classe sociale.

Sulla notorietà associata al nome “Gattopardo” c’è da dire che questa è più dovuta al film di Visconti (uscito nel 1963) che non al romanzo: quando si parla del Gattopardo la prima cosa che viene in mente è il famoso ballo fra il Principe-Burt Lancaster e Angelica-Claudia Cardinale, non il testo di Tomasi di Lampedusa (non a caso in molti credono che la frase-simbolo del romanzo Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi sia stata pronunciata dal Principe di Salina e non, com’è invece nella realtà, da Tancredi).

“Il Gattopardo” ricorda un po’ un altro grande romanzo, “I Buddenbrook”, di Thomas Mann, pubblicato a inizio del ‘900.

Anche nel romanzo dello scrittore tedesco, come in quello dello scrittore siciliano, si parla di una sostituzione: nei Buddenbrook una famiglia di parvenu scalza una vecchia famiglia della borghesia, di  forte tradizione e di grande prestigio, nel Gattopardo invece la sostituzione non è fra due famiglie appartenenti alla stessa classe, la borghesia, ma fra due classi: da una parte c’è l’aristocrazia siciliana, dall’altra il malaffare (“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”).

Anche dietro la vicenda raccontata nel romanzo di De Roberto c’è un affresco dell’aristocrazia siciliana a cavallo dell’annessione della Sicilia al regno di Sardegna, ma in questo caso lo scrittore non è parte di ciò che descrive.

E sta proprio in questo la più grande differenza tra i due romanzi, che pure raccontano lo stesso periodo storico.

De Roberto infatti, a differenza di Tomasi, non è coinvolto direttamente nei fatti che racconta, e può per questo essere distaccato, cinico, sprezzante, nella sua denuncia, nell’impietosa analisi che fa della società siciliana (analisi che ricorda tanto quella condotta da Alessandro Manzoni sulla società italiana nei Promessi Sposi).

Nelle pagine del Gattopardo traspare invece invece una certa nostalgia che l’autore prova per un mondo che sta per scomparire, il suo, quasi un sentimento di pietà per la società siciliana, la sua, che vi è descritta.

Va inoltre tenuto conto del fatto che “I Viceré”, a differenza del “Gattopardo”, è stato scritto in anni molto vicini a quelli descritti (il romanzo di De Roberto viene pubblicato nel 1894), anni in cui già appariva chiara la delusione dei siciliani nei confronti del nuovo sistema politico subentrato a quello dei Borbone, e con essa la fine della speranza nutrita nei confronti del nuovo Stato unitario.

Netta, fredda, è la denuncia di De Roberto, denuncia che non è indirizzata solo alla decadente aristocrazia siciliana ma allo Stato appena nato, non solo agli errori commessi dai nuovi governanti (il più grave è quello di aver pensato di governare la Sicilia con i metodi piemontesi, di esportare in mondi culturalmente assai diversi norme in uso in altre realtà, errore che si ripete sempre) ma anche alla permeabilità delle nuove istituzioni alla corruzione.

Inaccettabile, per chi aveva puntato sul grande inganno, rivelare che le nuove istituzioni si prestavano di più alla corruzione!

Per non parlare della denuncia dei tanti aspetti oscuri legati all’annessione della Sicilia!

Chiare, a questo proposito, le parole del principe Giacomo: “Libertà è una parola che non significa niente ma che accontenta tutti”.

Credo stia qui, in questa denuncia, spietata, nel giudizio cinico che De Roberto dà del Risorgimento nell’Italia meridionale (cosa che in un Paese ipocrita come l’Italia è, ieri come oggi, inaccettabile) uno dei motivi, se non il principale, della fredda accoglienza riservata ai “Viceré”, che considero invece uno dei più grandi romanzi dell’800 italiano.

In conclusione, credo che tanto “Il Gattopardo” quanto “I Viceré”, anche se non definibili romanzi “storici”, cionondimeno raccontino in maniera molto efficace, pur dai diversi punti di osservazione dei loro autori, ciò che avvenne in una fase cruciale della Storia d’Italia.

Sono le passioni a muovere i comportamenti umani, non la ragione.

4 Feb

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος οὐλομένην

Con queste parole si apre una delle storie più belle mai concepite dalla mente umana.

Si tratta dell’Iliade, un libro che ha influenzato la letteratura di tutti i tempi.

A proposito dei grandi classici della letteratura, credo sia un peccato che vengano letti (per di più solo parzialmente) soltanto a scuola.

La scuola ha il compito di farli conoscere, di creare le occasioni perché i ragazzi sappiano cos’è stato scritto, di cercare di accendere la loro curiosità.

Sta poi ai ragazzi, una volta cresciuti e diventati adulti, rileggere, con menti (si spera) più aperte, i libri che hanno incontrato per la prima volta sui banchi della scuola e scoprire quello che era contenuto in quelle pagine, quello che a quell’età non potevano vedere (forse intuire).

Ritornando all’Iliade, trovo sia limitativo dire che racconti solo la famosa guerra di Troia, avvenuta intorno al 1200 a.e.v.

Nell’Iliade, come nella successiva Odissea, c’è di più, molto di più.

In quei versi si parla infatti dell’essere umano, di che cos’è, di com’è fatto.

A cominciare da ciò che lo caratterizza più fortemente: le passioni.

Non c’è nulla infatti che determini i comportamenti umani più dei sentimenti.

E non è un caso che l’Iliade si apra e si chiuda con due passioni: l’ira e la pietà (l’ira è addirittura la prima parola).

L’ira di Achille, provocata dal rapimento di Briseide, e la pietà che lo stesso Achille prova nei confronti di Priamo, il re di Troia che arriva al punto di inginocchiarsi davanti all’uomo che aveva ucciso il suo Ettore e di baciarne le mani (proprio quella mano destra che aveva scagliato la lancia assassina).

Ma cos’è che fa scattare l’ira di Achille, cos’è che fa da innesco?

È l’onore, un altro dei sentimenti forti dell’essere umano (Briseide era infatti il dono d’onore che i Greci avevano assegnato ad Achille).

Com’è illusorio pensare che l’essere umano sia un essere razionale!

E che grande illusione è stata l’Illuminismo!

L’isola Eolia non può essere una delle Eolie

18 Gen

E all’isola Eolia arrivammo;

Con queste parole si apre il libro X dell’Odissea.

Da secoli si crede che l’isola Eolia, nella quale Ulisse giunge dopo l’avventura con Polifemo, sia una delle isole dell’arcipelago che si trova a nord della costa tirrenica della Sicilia, di fronte a Milazzo, tanto che a quelle isole fu dato il nome di Eolie.

Dopo essere stato trattenuto per un mese intero dal dio dei venti, Ulisse lasciò l’isola Eolia e, spinto solo dal vento Zefiro, si diresse verso Itaca.

Nove giornate di seguito navigammo di giorno e di notte, al decimo già si scorgevano i campi paterni, gli uomini intorno ai fuochi vedevamo, vicini.

Quasi giunti alla meta, i compagni di Ulisse sciolsero l’otre regalato da Eolo e all’improvviso i venti che il loro dio aveva rinchiuso in quell’otre uscirono fuori e riportarono la nave di Ulisse al largo, lontano da Itaca.

Le navi furono portate di nuovo all’isola Eolia, dalla quale Eolo, adirato, cacciò via Ulisse e i suoi compagni.

Ora, facendo riferimento al testo dell’Odissea, cercherò di spiegare perché l’isola Eolia non può essere una delle Eolie.

Il punto chiave sta nel fatto che nel viaggio che lo riporta nell’isola di Eolo Ulisse non attraversa lo Stretto di Messina!

Leggendo infatti il testo di Omero Ulisse attraversa lo Stretto solo due volte: la prima, dopo aver lasciato l’isola di Circe diretto a Itaca, lo attraversa da nord verso sud (la direzione non poteva che essere quella da nord a sud, dovendo raggiungere Itaca), la seconda, dopo aver lasciato la Sicilia, dopo che i suoi compagni avevano ucciso le vacche più belle del Sole, lo attraversa da sud verso nord, essendo spinto dal vento Noto (e venne subito il Noto, portando angosce al mio cuore, perché ancora indietro verso la rovinosa Cariddi tornassi).

Una volta chiarito che l’isola di Eolo non può essere una delle Eolie, resta aperta la domanda: qual è allora l’isola Eolia?

Ai fini di una sua corretta identificazione, la lettura degli “Atti degli Apostoli” di Luca fornisce utili indicazioni.

Luca scrive infatti che la nave sulla quale Paolo, fatto prigioniero dai romani, veniva condotto a Roma (Paolo volle essere condotto a Roma, dove arrivò nel 62 d.C., perché, come civis romanus, aveva rivendicato il diritto di essere giudicato dall’imperatore),dopo essere salpata da Creta fu colpita da una tempesta e fece naufragio nell’isola di Malta.

Come la nave di Paolo, anche quella di Ulisse fu colpita da una tempesta mentre si trovava nella zona greca del Mediterraneo.

E come la nave di Paolo, anche quella di Ulisse fu spinta verso ovest (considerate le avventure successive alla cacciata dall’isola di Eolo, Ulisse con la sua nave non potè che essere spinto verso ovest).

Osservando ora una carta del Mediterraneo, e considerando le correnti che lo percorrono, l’ipotesi che anche Ulisse, come Paolo, sia stato spinto dalla tempesta che lo colpì mentre si trovava nel Mediterraneo greco (Itaca non è poi così lontana da Creta) sulle coste dell’isola di Malta appare un’ipotesi molto probabile.

 

 

 

 

 

 

L’evoluzione della sorte dell’investigatore nei romanzi di Leonardo Sciascia

19 Ott

<<Era un cretino>> disse don Luigi.

Con queste parole si conclude “A ciascuno il suo”, uno dei più intriganti romanzi di Leonardo Sciascia.

Quelle parole sono rivolte al professor Laurana, il personaggio che nel romanzo impersona la figura di colui che cerca di dipanare una matassa aggrovigliata per poter venire a capo della verità.

Non solo non ci riesce, non solo viene ucciso per aver indagato, ma viene pure deriso (“era un cretino”).

C’è un’amarezza, in quelle tre parole, una rabbia, un’ammissione d’impotenza di fronte a quello che sembra essere il destino di chi cerca la verità, che si rimane  senza parole, senza speranza.

Nei suoi romanzi successivi Sciascia avrebbe riproposto la figura dell’investigatore perdente, sconfitto, di colui che, proprio per la sua attività investigativa, viene ucciso.

Nel “Contesto” si tratta dell’ispettore Rogas, “il più acuto investigatore di cui disponesse la polizia”, e poi sarà la volta del Vice, il commissario di polizia che indaga nel “Cavaliere e la morte” (il romanzo forse più autobiografico dello scrittore di Racalmuto).

Entrambi questi funzionari dello Stato, così come era toccato al professor Laurana, vengono uccisi per aver indagato, per aver cercato di avvicinarsi alla verità.

Sembra che Sciascia voglia dire che la verità (e quindi la giustizia) è qualcosa di irraggiungibile, che il solo mezzo a disposizione per avvicinarsi ad essa, fino a sfiorarla, è la letteratura.

A proposito della sorte riservata alla figura dell’investigatore, è interessante seguirne l’evoluzione nel corso degli anni, dal “Giorno della civetta” (scritto nel 1960) fino a “Una storia semplice”, l’ultimo romanzo di Sciascia, scritto nello stesso anno della sua morte (1989).

Ed è proprio questo aspetto che voglio evidenziare in questo breve scritto (cerco sempre di usare il minor numero possibile di parole per esprimere ciò che voglio dire).

Se la sorte toccata a Rogas e al Vice è ancora più amara di quella toccata a suo tempo al capitano Bellodi (che se ne torna, sconfitto, nella sua Parma), ben diversa, e nuova, è la conclusione della vicenda di “Una storia semplice”.

Innanzitutto, a dispetto del titolo (in Sciascia c’era molta ironia, molto spesso non capita o, peggio, travisata), “Una storia semplice” è in realtà una storia complicatissima, nella quale si intuisce quanto siano fitte le ragnatele che coprono, nascondendola, la verità.

Eppure, una volta tolto il velo che la ricopre, la verità è semplice (nella vita quasi sempre si fa di tutto per rendere complicato ciò che in realtà è semplice).

Come ben sapevano gli antichi greci, per conoscere come stanno realmente le cose, per scoprire la verità, basta togliere quel velo, più o meno sottile, che la ricopre.

La figura dell’investigatore, che nel romanzo “Una storia semplice” è impersonata da un giovane brigadiere (anche in questo caso, chi va alla ricerca della verità è un vice, segno forse di una sfiducia dell’autore nei confronti delle figure ufficiali poste a capo delle istituzioni), riscatta tutte quelle dei romanzi precedenti.

Per la prima, ed unica volta, la vicenda narrata in un romanzo di Sciascia non si conclude con la sconfitta dell’investigatore, di colui che cerca la verità, ma con quella del colpevole: il giovane brigadiere spara per primo, uccidendolo, al commissario, che stava per sparargli.

E non sono certo casuali, come epigrafe di “Una storia semplice”, le parole di Dürrenmatt: Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia.

Quali possibilità erano rimaste a disposizione della giustizia a conclusione della vicenda, una volta che il giovane brigadiere aveva scoperto come erano andate le cose, una volta che aveva scopertola verità?

N.B.: nel suo ultimo romanzo, scritto in procinto di lasciare questo mondo, è al colpevole (in questo caso il commissario) che Leonardo Sciascia riserva l’epiteto di “cretino”, che anni prima aveva riservato all’innocente e ingenuo “investigatore” professor Laurana.

Alla ricerca della causa prima

28 Set

Alcuni osservatori della politica italiana non fanno che sottolineare l’opportunità di considerare le cause che hanno portato alla situazione attuale, piuttosto che limitarsi a evidenziare le stravaganze del governo attualmente in carica.

Questo loro invito tende a non considerare “nuovo” il comportamento dell’attuale governo; sotto sotto sembra che vogliano dire “la colpa non è solo di quelli che ci sono ora, ma anche di quelli che li hanno preceduti”.

Anzi, secondo questo modo di ragionare, il “vero” colpevole sarebbe chi ha causato la situazione attuale.

Sarebbe interessante capire fin dove, fino a quale epoca, secondo questi osservatori, si dovrebbe risalire nella ricerca della causa della situazione attuale.

Forse fino alla “causa prima” aristotelica?

È sicuramente importante capire le cause che hanno portato ad una determinata situazione ma questa attività intellettuale non significa affatto, come si crede e si vorrebbe far credere, che di per sé determini l’uscita dalla situazione nella quale ci si trova.

E l’obiettivo dovrebbe essere questo, guarire dal male, e non limitarsi a capire perché ci si è ammalati.

Sempre che sia possibile guarire.

A me sembra che il momento nel quale la situazione ha cominciato a cambiare, in maniera irreversibile e in senso peggiorativo, sia da individuare nell’avvento della televisione, soprattutto quando se ne è scoperto l’immenso potere di strumento per vendere pubblicità.

Da quel momento in poi i cittadini sono stati trasformati in clienti, e siccome “il cliente ha sempre ragione”, ecco che assecondarne i gusti, dirgli quel che vuole sentire, è diventata la “missione” della tv.

Altro che informare!

Un dato essenziale, del quale non si tiene conto a sufficienza in questa ricerca delle responsabilità, è che le persone incapaci di ragionare in modo logico, razionale, non solo giungono a conclusioni sbagliate (e di conseguenza compiono scelte sbagliate), ma, proprio a causa di questa loro incapacità, non se ne rendono conto.

Il cuore del problema sta in quella incapacità, che impedisce di rendersi conto delle scelte sbagliate che si compiono.

L’istruzione sembrerebbe la soluzione più corretta, ma il problema è che la scuola è parte integrante del problema, essendosi rivelata incapace di formare adeguatamente chi la frequenta, di “produrre” individui dotati di capacità di pensiero critico, in grado di costruire argomentazioni logiche, di condurre un ragionamento complesso.

E questo fondamentale ruolo della scuola è ancora più importante in un’epoca in cui i social media trasformano miti, storie sentite in giro, banali voci, in fatti.

Gran parte dei naviganti in rete non è in grado di distinguere tra informazione reale e notizie che circolano liberamente nel web.

Ed essere disinformati è una condizione ancora peggiore che essere ignoranti: chi in mare non sa dove si trova è meno in pericolo di chi crede di trovarsi in un luogo diverso da quello nel quale in realtà si trova.

 

Le conseguenze non sono sempre contemporanee alle decisioni che le hanno determinate

8 Set

Da tanto tempo noto che in molte occasioni si fa fatica (a volte non ci si riesce proprio) a capire che le conseguenze di certi comportamenti, di certe decisioni, di certe azioni, non sono sempre immediatamente successive al verificarsi di quei comportamenti, di quelle decisioni, di quelle azioni.

In molti casi passano anche molti anni perché si manifestino le conseguenze di certi fatti.

Sempre più spesso si è portati invece a pensare che il collegamento temporale tra causa ed effetto (qualora il rapporto tra due fatti sia di questo tipo) debba essere immediato, come quello che c’è tra l’azionamento di un interruttore e l’accensione della lampadina a questo collegata.

Penso che questo singolare modo di pensare si sia rafforzato nel corso degli ultimi anni, sempre più caratterizzati da un appiattimento sul presente, sull’oggi, sull’immediato.

Basta un clic su un mouse, o una leggera pressione su un touch screen, ed ecco che appare una pagina, un’immagine, una fotografia: il rapporto temporale causa-effetto è immediato.

Questo fenomeno, per il quale si potrebbe usare il termine (brutto) “presentizzazione”, fa sì che la realtà, tutta, venga percepita come qualcosa privo di cause che non siano ad essa contemporanee, qualcosa che sia privo di radici profonde, di cause ben antecedenti a ciò che appare oggi.

Servirebbe conoscere la Storia, materia che invece è pressoché sconosciuta alla stragrande maggioranza delle persone.

Conoscendo, studiando gli avvenimenti accaduti prima di oggi, ci si renderebbe inoltre conto che in molti casi gli autori di certe decisioni, di certe scelte, di certe scoperte, non hanno nemmeno visto le conseguenze di quei fatti che li hanno visti protagonisti.

Va poi considerato il fatto che in alcuni casi certe decisioni prese nel passato hanno messo in moto meccanismi che gli stessi autori non si aspettavano e che, in ogni caso, si sono dimostrati incapaci di governare.

Un esempio, tra i più evidenti, è dato da Internet.

Da strumento pensato per migliorare la vita delle persone, per accrescerne la conoscenza, per rendere possibili cose prima impensabili, è diventato uno dei più grossi problemi delle società democratiche di tutto il mondo, un vero e proprio “mostro” fuori controllo.

Le migliaia di siti finalizzati a inquinare, attraverso l’uso dei social media, le elezioni in tutto il mondo, ne sono una chiara prova.

Sarebbe utile capire in quale momento la rete è diventata quello che è oggi, cos’è che l’ha trasformata da strumento utile a pericoloso.

Credo che tutto abbia avuto inizio verso la fine degli anni ’90, quando Internet cominciò ad assumere il ruolo di strumento finalizzato al mondo degli affari, un sistema avente come obiettivo principale quello di far soldi, sulla base dell’idea che tutte le attività dovessero basarsi sulla pubblicità.

Un sistema ancora più potente delle tv commerciali, che già negli anni ’80 avevano cominciato ad inquinare la società italiana, che aveva adottato stili di vita della società americana, già da anni segnata dal potere delle tv commerciali.

E se l’obiettivo è vendere pubblicità, risulta allora fondamentale catturare l’attenzione di chi naviga in rete per poter vendere pubblicità.

E se si conosce come son fatte le persone, com’è fatta la loro psicologia, catturarne l’attenzione, ricorrendo a qualsiasi mezzo, risulta un’impresa facile, banale.

Ecco che allora quello che vediamo oggi appare essere la naturale conseguenza di quel che avvenne alla fine degli anni ’90 del secolo passato.

A proposito del crollo del ponte Morandi di Genova

18 Ago

A distanza di qualche giorno, a mente più fredda, scrivo alcune note su quello che è successo a Genova martedì 14 agosto, poco dopo le 11.30.

Scrivo con l’intento di proporre un approccio freddo, lucido, razionale, in una vicenda che definire incredibile è poco.

Com’è inevitabile, nel mondo dominato dalla rete, subito dopo il crollo del ponte Morandi è partita la serie di commenti sui social media, che come ormai è chiaro, sono, nella stragrande maggioranza dei casi, assolutamente irrazionali, privi di alcun senso, mossi unicamente dalla voglia di buttarsi nella mischia e dire (o meglio, gridare) “ehi, ci sono anch’io”.

A conferma poi dell’assoluta incapacità dei commentatori di distinguere, della loro diffusa tendenza a mettere tutto nello stesso calderone, così da confondere, (tanto a loro mica interessa capire, comprendere il perché delle cose, la sola cosa che interessa è dire la loro) si è arrivati anche a paragonare opere tra di loro completamente diverse, come il ponte di Genova e quello di Agrigento, solo perché avevano in comune il nome del progettista (il ponte Morandi di Genova era un unicum, non solo in Italia, ma in tutta Europa, e come tale avrebbe dovuto essere trattato).

Torniamo alla vicenda di Genova.

Le domande che si affacciano alla mente sono tante ma, su tutte, due sono quelle che considero le principali, quelle prioritarie:

  1. perché è crollato quel ponte?
  2. perché il crollo ha causato vittime?

Si tratta di questioni ben distinte, e come tali vanno affrontate in maniera diversa.

Rispondere alla prima domanda significa individuare responsabilità di natura tecnica, che riguardano l’intera vita del ponte: dalla fase di progettazione a quella realizzativa e a quella di esercizio.

Esistono cause riconducibili a carenze/errori riguardanti la fase di progettazione (ovviamente, sulla base delle conoscenze disponibili a quell’epoca)?

Esistono cause riconducibili alla fase di approvazione del progetto?

Esistono cause riconducibili alla fase esecutiva dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di direzione dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di collaudo (in corso d’opera e finale) dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di esercizio?

Esistono cause riconducibili alla fase di manutenzione (ordinaria e straordinaria) alla quale è stato sottoposto il ponte?

Esistono cause riconducibili al controllo a carico del concedente sui lavori di competenza del concessionario?

Rispondere alla seconda domanda significa invece individuare responsabilità di natura politica.

Esistono cause riconducibili alla decisione di aver lasciato aperto quel ponte?

Esistono cause riconducibili alla decisione di non aver alleggerito il carico da traffico gravante sul ponte?

Al momento non si ha la risposta sulle cause del crollo (la più probabile sembra essere il cedimento di due stralli), ma una cosa però è chiara fin d’ora: il crollo del ponte Morandi ha causato vittime perché al momento del crollo il ponte era aperto al traffico (per di più senza che questo fosse stato in alcun modo limitato), pur in presenza di segni da tanti ritenuti critici.

Se le indagini dovessero accertare che le condizioni del ponte (con particolare riferimento a quelle degli stralli) erano deteriorate ad un punto tale da far ritenere più che possibile, e senza alcun preavviso, un suo cedimento, qualora fosse stato mantenuto aperto al traffico regolare, allora la responsabilità delle vittime sarebbe di natura, più che tecnica, politica e dovrebbero essere chiamati a risponderne tutti quelli che, pur a conoscenza degli elevati rischi connessi al mantenimento in esercizio del ponte, non ne hanno deciso la chiusura, né un esercizio ridotto (alleggerito).

Com’è ormai prassi in Italia, si è demandato alla magistratura il compito di rispondere a queste domande.

E non è detto che ci si riesca.

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