Archivio | settembre, 2011

Ma perché parlare straniero?

30 Set

Sempre più spesso – in particolare nel mondo della comunicazione – si ricorre all’uso di parole straniere per indicare cose per le quali esistono le parole italiane.

Capisco l’opportunità, l’importanza di arricchire la nostra lingua – la lingua è una cosa viva – ma quello che proprio faccio fatica a capire è cosa c’entri questo con l’abitudine di ricorrere a parole straniere (soprattutto inglesi) quando esistono parole italiane che indicano esattamente la stessa cosa.

Ma che senso ha scrivere “opening soon” anziché “prossima apertura”, “since 1990” anziché “dal 1990”?

Un conto è arricchire il nostro vocabolario con termini stranieri per indicare, quasi sempre con un’unica parola (la capacità di sintesi è tipica delle lingue anglosassoni) qualcosa per cui non esiste un equivalente termine italiano – è il caso di “film”, “sandwich”, “bar”, “air-bag”, “day-hospital”, “blog”, “computer”, “brunch” – un altro è ricorrere a termini come “happy hour”, “assist”, “ticket”, “welfare”, “social card”, “versus”, “trend”, “security”, anziché utilizzare le parole italiane che indicano le stesse cose (nell’ordine: aperitivo, passaggio, biglietto, benessere, carta sociale, contro, tendenza, sicurezza).

In alcuni casi questa mania dà origine ad un’altra bizzarra abitudine: l’italianizzazione impropria di termini inglesi dei quali s’ignora la derivazione dal latino, la nostra lingua madre.

Emblematico a tal proposito è il caso del verbo “implementare”: questo verbo, che sta per “attuare”, “realizzare”, “mettere in esecuzione”, viene spesso usato nel senso di “ampliare”, “incrementare”, per indicare cioè qualcosa che nulla ha a che vedere col suo reale significato; forse non tutti quelli che lo usano a sproposito sanno che il verbo “implementare” – preso dall’inglese “to implement” – ha la sua origine prima nel termine latino “implere” (riempire, compiere, attuare), dal quale lo hanno tratto gli inglesi.

Credo che in molti casi dietro questa smania di usare a sproposito termini stranieri ci sia una serie di fattori psicologici, alcuni fra loro collegati: un mascherato complesso d’inferiorità, il bisogno di atteggiarsi a ciò che non si è, una mentalità provinciale, la sciocca illusione di ritenere che l’uso di un’espressione inglese dia, come per incanto, più valore alla cosa nominata.

A proposito del rapporto fra “nome” e “cosa”, val la pena di ricordare le immortali parole che Shakespeare fa dire a Giulietta: “Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo, così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella cara perfezione che possiede anche senza quel nome””.

La grande verità che il grande poeta inglese ci ricorda è che in ogni caso quel che davvero conta, al di là del nome che utilizziamo per chiamarle, è la sostanza delle cose.

Non è certo facendosi chiamare “escort” che una ragazza che vende il proprio corpo rende più presentabile quello che fa!

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Quant’è difficile dialogare!

29 Set

Dialogare (voce composta dalle parole greche “dià” e “lògos”) significa “dibattere”, “avere un colloquio con qualcuno”.

Qual è il motivo che spinge le persone a dialogare fra loro? Quello di comunicare qualcosa, quello cioè di far “passare” (“dià” implica un passaggio, un movimento, dal momento che vuol dire “attraverso”) un “lògos” (un’idea, un ragionamento, un’opinione) fra chi dialoga.

Attenzione: perché ci sia dialogo, il passaggio delle idee, delle opinioni, deve essere bi (o multi) direzionale; l’unidirezionalità significa monologo.

Quello che a molti non è chiaro è che il passaggio di idee – e quindi il dialogo – presuppone necessariamente l’uso, da parte di tutti i dialoganti, di un linguaggio comune, vale a dire di un insieme di parole a ciascuna delle quali venga attribuito lo stesso senso.

Le parole che si utilizzano in un dialogo devono cioè significare la stessa cosa, tanto per chi parla quanto per chi ascolta.

Emblematico in tal senso è il linguaggio matematico: se due o più persone decidono di dialogare sulla geometria, è implicito che tutti attribuiranno lo stesso significato a termini quali “angolo retto”, “bisettrice”, “quadrato”, ecc. (non esiste la possibilità che qualcuno intenda per “bisettrice” qualcosa di diverso da “retta o semiretta che, passando per il vertice dell’angolo, lo divide in due parti uguali”).

Quello invece al quale ogni giorno ci capita di assistere – soprattutto alla TV – è un insieme confuso di affermazioni banali, prive di senso logico, ma soprattutto assolutamente inutili, dal momento che non danno vita ad alcun “passaggio”. Le parole vengono utilizzate al di fuori del loro reale significato e per di più ciascuno ne fa un uso personale.

Altra condizione che deve essere soddisfatta perché un dialogo sia tale è quella che tutti i dialoganti possano esprimere liberamente la loro opinione, senza che vi siano pregiudizi di sorta e senza che il dialogo si trasformi in un monologo.

A proposito della differenza fra dialogo e monologo, mi viene in mente quella famosa scenetta televisiva interpretata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nella quale Franco – ritenuto pazzo perché affermava di parlare con in morti – viene visitato dal medico Ciccio.

La scenetta va avanti fino a quando Ciccio pone a Franco la domanda chiave: “Mi dica, cosa le dicevano i morti quando lei parlava con loro?”.

Franco, che pazzo non era affatto, risponde meravigliato: “Ma che dovevano dirmi, se erano morti! Ero io quello che parlava, non loro”.

Il gioco di parole, classico espediente comico, nasce dal fatto che quando Franco diceva che “parlava” con i morti (e per questo veniva preso per pazzo), chi lo ascoltava riteneva che il verbo “parlare” fosse utilizzato nell’ambito di un contesto di dialogo, mentre in realtà quello di Franco era un monologo.

Quant’è difficile dialogare!

Manzoni e la giustizia in Italia

28 Set

Considero “I Promessi Sposi”, romanzo per antonomasia dell’Ottocento italiano, uno dei libri più belli e importanti che siano mai stati scritti nel nostro Paese.

Ricordo molto bene quando lo lessi per la prima volta: frequentavo il Ginnasio e la professoressa d’italiano, che ce lo faceva leggere in classe, aveva assegnato a me il ruolo dell’Innominato. Ogni volta che leggevo mi sentivo un piccolo Salvo Randone – il grande attore che nel romanzo sceneggiato allora trasmesso dalla Rai interpretava tale personaggio.

Purtroppo, per la maggior parte degli italiani la scuola rappresenta l’unica occasione d’incontro con la letteratura e la scuola, come si sa, è un canale poco adatto a trasmettere il pensiero di uno scrittore.

Leggere un libro non vuol dire leggere quello che c’è scritto, ma andare oltre le parole, per cercare di capire quello che lo scrittore ha voluto dire scrivendo quello che ha scritto.

Detto per inciso, a parte il fatto che la scuola insegna solo ad imparare – e non a capire – chi si è mai dedicato, dopo gli anni della scuola, alla lettura dei grandi classici?

Tornando al romanzo di Alessandro Manzoni, penso che il modo superficiale in cui ci si viene in contatto impedisca di rendersi conto del fatto che leggere “I Promessi Sposi” rappresenta uno strumento assai utile per comprendere a fondo alcuni importanti aspetti della realtà del nostro Paese.

Prendiamo, per esempio, a proposito del tema della giustizia, di cui tanto si parla in questi anni, l’episodio in cui è descritto l’incontro fra Renzo e l’avvocato Azzecca-garbugli.

Com’è noto, l’avvocato – il cui linguaggio ed i cui gesti sono quelli tipici dei ciarlatani che vendono fumo ai creduloni e agli ignoranti – è convinto di trovarsi di fronte ad un furfante e si mette subito alla ricerca della grida adatta per tirarlo fuori dai guai.

Grande è poi la sua sorpresa – e qui viene fuori, in tutta la sua miseria, la sua paura dei potenti – quando scopre che Renzo in realtà è la vittima, che si era recato da lui per cercare di avere giustizia.

Ed a proposito delle famose gride, davvero emblematiche sono le seguenti parole dell’Azzecca-garbugli, sulle quali varrebbe la pena di riflettere a fondo: “le gride sono scritte per essere maneggiate” e “a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”.

Quanto al compito dell’avvocato, ecco cosa dice l’Azzecca-garbugli: “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”.

Come meravigliarsi della situazione nella quale ci troviamo e dello stato nel quale versa, da sempre, la giustizia nel nostro Paese?

A proposito di Ulisse

27 Set

Ogni volta che vedo qualcuno che, per un proprio tornaconto, mira a sfruttare il bisogno del prossimo – creandolo anche, in qualche caso – mi viene in mente l’astuto per antonomasia, il “polutropos” Ulisse.

In particolare, mi viene in mente lo stratagemma grazie al quale Ulisse riesce ad uscire assieme ai suoi compagni dalla caverna del Ciclope Polifemo.

Com’è noto, lo stratagemma, davvero geniale, ideato dall’eroe omerico fu quello di fare in modo che il Ciclope, per poter soddisfare una sua reale esigenza – quella di far uscire dalla caverna le sue pecore, così che potessero andare a pascolare e quindi poter dare il latte necessario per fare il formaggio – si rendesse, a sua insaputa, suo complice; l’obiettivo di Ulisse – uscire dalla caverna – veniva così raggiunto proprio per soddisfare un’esigenza del Ciclope.

L’obiettivo di Ulisse veniva così a coincidere con quello del Ciclope!

Se faccio in modo che l’obiettivo che m’interessa raggiungere risulti intimamente collegato con quello del mio prossimo e riesco a fare in modo che venga raggiunto solo se il mio prossimo raggiunge il suo, allora, per non far venire alla luce l’inganno che c’è sotto, non dovrò fare altro che nascondere il mio vero obiettivo e spostare l’attenzione sull’interesse del mio prossimo al raggiungimento del suo. Potrò addirittura mostrarmi interessato al suo bene, ben sapendo che il bene del mio prossimo è solo funzionale al raggiungimento del mio scopo.

Quante volte qualcuno mira a far fare a qualcun altro, senza che questi ne sia consapevole, la parte di Polifemo?

A proposito di Lega

26 Set

Com’è noto, quest’anno ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, evento finora circondato più da retorica che da convinzione.

Com’è altrettanto noto, da circa trent’anni c’è una minoranza d’individui (perché di questo si tratta, quando si parla della Lega) che non fa altro che offendere impunemente buona parte dei cittadini italiani, dileggiare senza che nessuno intervenga i simboli stessi dell’Unità nazionale, oltre che straparlare di realtà inesistenti.

Fin dall’inizio, fin da quando sui cavalcavia dell’autostrada Milano-Venezia apparvero le scritte “forza Etna”, fin da quando si cominciò a dare ascolto a uno strano individuo – considerato il loro ideologo – che pensando di attirare su di sé l’attenzione andava vestito in modo ridicolo, sono stati chiari, almeno per chi aveva occhi per vedere e cervello per capire, i danni che queste persone, se non isolate per tempo, avrebbero potuto produrre.

Ebbene, che cos’hanno fatto gli italiani – almeno quelli che quest’anno hanno festeggiato il 150° – di fronte alle provocazioni che in tutti questi anni sono provenute da parte della Lega?

Chi doveva intervenire si è sempre limitato a guardare, senza mai rendersi conto del male che, come un virus, veniva lentamente iniettato nell’organismo, già di per sé poco sano, che è lo Stato italiano.

Per non parlare poi di quelli che hanno fatto sì che alcuni leghisti venissero addirittura eletti ministri della Repubblica, che scrivessero leggi allucinanti, che contribuissero all’imbarbarimento della vita civile del nostro Paese.

Ma come si fa a non indignarsi, a non ribellarsi, a non reagire di fronte al potere che, nell’indifferenza generale, anche e soprattutto di chi aveva il dovere di difendere le nostre istituzioni, è stato consegnato a un piccolo movimento locale, espressione di un’assoluta minoranza, dal quale di fatto dipende ormai la politica nazionale?

Come non vedere nella colpevole sottovalutazione del pericolo del movimento leghista – che “lo stratega” della sinistra arrivò a definire “una costola della sinistra”(!) – la stessa colpevole sottovalutazione manifestata a suo tempo dal governo Facta nei confronti del movimento fascista?

L’insopportabile attitudine alla sopportazione degli italiani

24 Set

Se c’è una caratteristica che meglio di tante altre contraddistingue gli italiani e che rende assolutamente incomprensibili al resto del mondo i loro comportamenti è la loro incapacità di reazione, di ribellione, anche davanti a certi fatti eclatanti.

Quello che davvero sconcerta è la smisurata capacità di sopportazione, di assuefazione al male, che gli italiani hanno sempre dimostrato in tutta la loro storia.

E l’assurdo è che questo comportamento non trova smentite neppure di fronte a fatti che evidenziano la presenza di condizioni di rischio per la loro sicurezza e quella dei loro figli, dal momento che oltre la metà delle scuole del nostro Paese è fuori legge – gli impianti elettrici non possiedono i requisiti stabiliti in una legge del 1990!

Non c’è niente da fare, gli italiani sono assolutamente incapaci di prevenire, si danno da fare soltanto quando c’è da intervenire per porre rimedio al danno, quando però ormai la frittata è fatta.

Al TG3 ignorano la geografia.

21 Set

Il conduttore del TG3 delle 19 di questa sera, presentando un servizio sul problema del sovraffollamento nelle classi scolastiche, ha parlato di “54 in un’aula in un liceo di Modica, nel catanese” (!).

Il bello è che, secondo le intenzioni del TG3, il servizio avrebbe dovuto evidenziare i rischi di una cattiva qualità dell’insegnamento connessi con il sovraffollamento delle classi.

Ma quale scuola hanno frequentato l’autore del servizio e il conduttore del TG3?

Ma come si fa ad accettare che la Rai di Sergio Zavoli, di Piero Angela, di Andrea Barbato, si sia ridotta a questo livello?

 

Il Paese dove i fatti non contano

21 Set

Se c’è una cosa che proprio non riesco a sopportare del Paese nel quale viviamo è l’assoluta mancanza di empirismo, di senso della realtà, l’abitudine di non considerare i dati di fatto, l’incapacità di un approccio pragmatico alle cose, dalle più semplici alle più complesse.

Consideriamo per esempio la caratteristica che più impressiona del fenomeno Berlusconi: i suoi seguaci non sono dei normali sostenitori di un partito, per il semplice fatto che quello che li accomuna non è un partito, ma una fede, esattamente come nel caso dei fedeli di una religione o dei tifosi di una squadra di calcio – non a caso il nome del movimento nato nel 1993 richiamava il tifo per la nazionale di calcio-. Se si tengono in mente queste parole rivolte da Ignazio di Loyola ai cristiani, non ci si deve meravigliare del fatto che i seguaci di Berlusconi neghino, in quanto suoi fedeli, anche i fatti più evidenti: “Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”.

Tutto questo rende assolutamente impossibile instaurare un dialogo con i sostenitori del premier e perfettamente inutile cercare di analizzare assieme a loro una situazione partendo dai dati di fatto.

Nel nostro Paese non si fa altro che fissare obiettivi, per di più spesso fantasmagorici, prescindendo completamente dalla disponibilità degli strumenti necessari al loro raggiungimento.

Nella mia carriera di lavoro mi sono spesso imbattuto in progetti che, in fase di esecuzione, messi cioè di fronte alla dura realtà dei fatti, si sono rivelati per quello che in effetti erano, vale a dire semplici dichiarazioni d’intenti.

Soltanto in un Paese che crede nei miracoli, che ritiene possibile l’irreale, si può pensare che una classe politica come quella che ci ritroviamo (non da oggi) possa emanare leggi che risultino contrarie ai propri, concretissimi, interessi. Sarebbe come pensare che un tacchino americano possa votare a favore del pranzo di ringraziamento!

A proposito di Costituzione

19 Set

Da qualche tempo a questa parte non si fa altro che ricordare la nostra Costituzione, a proposito della quale vengono costantemente richiamati non solo i principi ispiratori ma soprattutto il clima politico che la fece nascere.

Il dato sul quale però non si riflette abbastanza è la distanza siderale che esiste ancora oggi – vale a dire dopo quasi sessantacinque anni dalla data della sua promulgazione –  fra l’Italia descritta nella nostra legge fondamentale e l’Italia reale, quella della vita di tutti i giorni.

La constatazione di questo semplice dato dovrebbe portare a concludere che il progetto dei padri costituenti è miseramente fallito.

Se davvero se ne volesse onorare la memoria, si dovrebbe concretamente agire per rimuovere le cause all’origine di questo fallimento e non limitarsi a richiamare i principi di una Costituzione che evidentemente fa fatica ad essere attuata.

La verità è che la Costituzione Italiana è un bellissimo abito pensato però per una persona deforme, è un libro di sogni, molto belli ma sempre sogni! Quello che vi è descritto è un Paese ideale, un luogo dove certamente sarebbe bello vivere, se solo esistesse.

La Costituzione italiana è come la giustizia; in entrambi i casi si tratta di ideali, antichi quanto l’uomo e in quanto tali irraggiungibili.

Che senso ha chiedersi perché non li si raggiunge? Non li si raggiunge per il semplice fatto che sono degli ideali e gli ideali, anche se pure sono in grado di dare un senso alla vita di molte persone, anche se costituiscono un valido motivo per il quale vale la pena di vivere, di lottare, rimangono pur sempre ideali.

“Illusioni, grida il filosofo” diceva Ugo Foscolo.

Due piccole osservazioni

16 Set

L’altro giorno, mentre mi trovavo all’interno di un ufficio postale, ho notato le seguenti scritte: “orario sportelleria” e “diritto fisso di giacenza di 0.52 centesimi”.

Trovo che queste due autentiche “perle”, piccoli ma inequivocabili segnali di qualcosa di molto più grande, dicano tanto a proposito della mentalità burocratica e del deficit culturale che caratterizzano il nostro Paese.

La prima “perla” rappresenta un tipico esempio delle assurdità – che spesso portano a risultati davvero comici – collegate al tentativo maldestro di usare un linguaggio burocratico, al quale, soprattutto negli uffici pubblici, si fa ricorso nella convinzione (falsa) che l’uso di termini astrusi sia un segno di “ufficialità”; in questo caso si è fatto addirittura ricorso ad una parola (sportelleria) inesistente nel vocabolario della lingua italiana, pensando forse che valesse di più del normale “sportello”.

La seconda “perla” evidenzia invece la mancata comprensione delle unità di misura, vale a dire di concetti che dovrebbero essere chiari fin dalle scuole medie inferiori.

Riflettendo in particolare intorno a questa seconda “perla”, notata in un luogo – un ufficio postale – che più pubblico non si può, pensavo al fatto che la scuola italiana non ha mai insegnato a capire, ma solo ad imparare.

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