Manzoni e la giustizia in Italia

28 Set

Considero “I Promessi Sposi”, romanzo per antonomasia dell’Ottocento italiano, uno dei libri più belli e importanti che siano mai stati scritti nel nostro Paese.

Ricordo molto bene quando lo lessi per la prima volta: frequentavo il Ginnasio e la professoressa d’italiano, che ce lo faceva leggere in classe, aveva assegnato a me il ruolo dell’Innominato. Ogni volta che leggevo mi sentivo un piccolo Salvo Randone – il grande attore che nel romanzo sceneggiato allora trasmesso dalla Rai interpretava tale personaggio.

Purtroppo, per la maggior parte degli italiani la scuola rappresenta l’unica occasione d’incontro con la letteratura e la scuola, come si sa, è un canale poco adatto a trasmettere il pensiero di uno scrittore.

Leggere un libro non vuol dire leggere quello che c’è scritto, ma andare oltre le parole, per cercare di capire quello che lo scrittore ha voluto dire scrivendo quello che ha scritto.

Detto per inciso, a parte il fatto che la scuola insegna solo ad imparare – e non a capire – chi si è mai dedicato, dopo gli anni della scuola, alla lettura dei grandi classici?

Tornando al romanzo di Alessandro Manzoni, penso che il modo superficiale in cui ci si viene in contatto impedisca di rendersi conto del fatto che leggere “I Promessi Sposi” rappresenta uno strumento assai utile per comprendere a fondo alcuni importanti aspetti della realtà del nostro Paese.

Prendiamo, per esempio, a proposito del tema della giustizia, di cui tanto si parla in questi anni, l’episodio in cui è descritto l’incontro fra Renzo e l’avvocato Azzecca-garbugli.

Com’è noto, l’avvocato – il cui linguaggio ed i cui gesti sono quelli tipici dei ciarlatani che vendono fumo ai creduloni e agli ignoranti – è convinto di trovarsi di fronte ad un furfante e si mette subito alla ricerca della grida adatta per tirarlo fuori dai guai.

Grande è poi la sua sorpresa – e qui viene fuori, in tutta la sua miseria, la sua paura dei potenti – quando scopre che Renzo in realtà è la vittima, che si era recato da lui per cercare di avere giustizia.

Ed a proposito delle famose gride, davvero emblematiche sono le seguenti parole dell’Azzecca-garbugli, sulle quali varrebbe la pena di riflettere a fondo: “le gride sono scritte per essere maneggiate” e “a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”.

Quanto al compito dell’avvocato, ecco cosa dice l’Azzecca-garbugli: “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”.

Come meravigliarsi della situazione nella quale ci troviamo e dello stato nel quale versa, da sempre, la giustizia nel nostro Paese?

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