Archivio | settembre, 2011

La paura del confronto

14 Set

Da sempre il nostro Paese mostra fastidio, disinteresse, insofferenza nei confronti del sapere, della cultura in generale, pur essendo stata la patria di grandi scienziati e pensatori. Dalle nostre parti la conoscenza non è richiesta, quel che conta sono le conoscenze.

Chi sa viene visto con sospetto, con diffidenza, con quel tipico atteggiamento che si mostra nei confronti delle persone ritenute poco affidabili.

Questa forma di diffidenza, presente in particolar modo in chi detiene il potere e sa benissimo di detenerlo senza averne alcun merito, non si limita al mondo della cultura, ma si estende a tanti altri campi di attività e ad esserne colpito è sempre chi conosce bene la materia del proprio lavoro, chi è preparato.

Quel che proprio non va giù – non solo a chi detiene il potere – è che possano esserci delle persone libere, indipendenti, abituate a ragionare con la propria testa, che sanno il perché delle cose e che, proprio perché sanno come stanno in realtà le cose, non si lasciano incantare né dalle rassicuranti parole della fede – da quella religiosa come da quella politica – né dalle sirene incantatrici che ogni tanto si affacciano sulla scena del nostro Paese.

Nel secolo scorso l’italica insofferenza nei confronti degli spiriti liberi si è accanita in particolar modo nei confronti dell’azionismo torinese. In questi ultimi anni poi – gli anni della subcultura del berlusconismo – ha assunto forme davvero grottesche (si veda a tal proposito l’attacco condotto quest’inverno da Giuliano Ferrara nei confronti di Gustavo Zagrebelsky).

Secondo me, alla base di questa insofferenza nei confronti della cultura c’è un enorme complesso d’inferiorità: gli autori di questi attacchi sono perfettamente consapevoli di non essere in grado di reggere il confronto con chi vive secondo determinati principi – la ricerca disinteressata della verità, la voglia di giustizia, l’interesse per il bene comune, l’indipendenza di giudizio – ed è proprio la consapevolezza di non possedere la levatura morale dei loro avversari ciò che li atterrisce, soprattutto se poi i fatti dimostrano che certi principi hanno un seguito nella gente.

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Il Paese di “Guardie e ladri”

13 Set

Le continue, e inutili, richieste di dimissioni indirizzate da più parti al nostro presidente del Consiglio mi fanno venire in mente il film “Guardie e ladri” di Monicelli.

In questo film c’è infatti una scena che da sempre ritengo esemplifichi in maniera perfetta una certa mentalità italiana, quella che sta dietro a queste continue richieste di dimissioni: si tratta della scena in cui Aldo Fabrizi, la guardia grassa che non riesce, a causa della sua mole, ad acciuffare Totò, il ladro magro che scappa per sottrarsi alla cattura, chiede a questi di fermarsi, per essere così aiutato (dal ladro!) ad adempiere il proprio dovere di guardia.

L’aspetto paradossale e per questo comico di questa scena sta proprio nel fatto che la guardia chiede al ladro di contribuire a farsi arrestare!

Le guardie dovrebbero invece pensare a fare le guardie, vale a dire ad acciuffare i ladri e smetterla di illudersi (o di sperare) che questi rinuncino, solo perché glielo si chiede, a far di tutto per evitare di essere acciuffati!

Il ladro Totò, scappando, fa esattamente ciò che, da ladro, è logico che faccia: cerca di sottrarsi alla cattura.

Non bisogna confondere le cause con le conseguenze

13 Set

Continuano, numerosi quanto inutili, gli inviti che da molte parti vengono continuamente indirizzati all’attuale presidente del Consiglio a farsi da parte.

Capisco l’indignazione che suscita in ogni persona perbene la situazione che abbiamo di fronte, davvero un “unicum” (d’altra parte quello dove viviamo è un Paese senza simili, un vero e proprio “unicum”), ma credo che invitare ogni giorno a dimettersi una persona come il nostro attuale Presidente del Consiglio sia soltanto un vano esercizio, pieno di retorica (materia prima che in Italia è presente come in nessun altro luogo) ma assolutamente privo di senso pratico, non essendovi infatti alcuna possibilità che il risultato sperato possa essere ottenuto.

Ma come si fa a pensare che uno che ha detto e che ha fatto quello che è noto a tutti, uno che vive il potere come qualcosa che lo pone al di sopra delle leggi, possa rassegnare spontaneamente le dimissioni?!

Perché non invitare a dimettersi dalla vita pubblica anche quelli (e sono davvero tanti!) che in tutti questi anni lo hanno legittimato, che si sono messi a dialogare con lui, dicendo, a giustificazione della loro scelta, che non si può non dialogare con chi è stato scelto dal popolo (come se essere scelti dal popolo significasse, per ciò stesso, essere legittimati a ricoprire ruoli pubblici)?

Il nocciolo del problema di cui, non da oggi, soffre il nostro Paese non sta tanto nell’attuale presidente del Consiglio quanto nel fatto che sia stato possibile, per una simile persona, candidarsi a ricoprire il ruolo di leader politico.

Il resto, tutto il resto, è stata una semplice conseguenza.

Come diceva Kierkegaard, “l’irreparabile è già accaduto”.

La consuetudine non annulla la realtà

12 Set

Com’è noto, l’arma più potente della propaganda, largamente utilizzata dalla pubblicità, è quella di ripetere ossessivamente lo stesso concetto, confidando sul potere dell’abitudine: a furia di sentir ripetere sempre la stessa cosa le persone sono portate a ritenere che ciò che viene continuamente affermato, specie se proveniente da un’autorità, corrisponda alla verità.

Non a caso Goebbels, vero maestro nell’uso dell’equivoco, sosteneva che “qualsiasi bugia, se ripetuta frequentemente, si trasformerà gradualmente in verità”.

Il risultato di quest’antica tecnica è che col tempo sono nate e si sono sviluppate tante falsità, spacciate per verità, che in alcuni casi hanno addirittura sostituito le verità effettuali.

Secondo il metodo scientifico, invece, “vero” significa “verificabile” e non esiste alcuna equivalenza fra la semplice affermazione di una cosa e la verità del suo contenuto. Un’affermazione è vera solo se, sottoposto a verifiche, il suo contenuto viene confermato dal loro esito positivo.

E non ci si meravigli troppo della diffidenza e del sospetto che da sempre, nel nostro Paese, circondano la scienza.

Non è un caso infatti se il nostro è il Paese dove si è tenuto il processo a Galileo, vale a dire proprio all’inventore del metodo scientifico.

Ed è proprio a quel lontano episodio che va fatta risalire l’origine della mancata affermazione nel nostro Paese del pensiero scientifico, unico antidoto contro il veleno delle false verità.

E quando penso a Galileo mi viene sempre in mente quel che diceva Arthur Schopenhauer: “l’universalità di un’opinione non costituisce né una prova né un motivo che la rende probabile”.

Il bisogno insoddisfatto di dignità

7 Set

Diversi osservatori politici si aspettano dall’attuale Parlamento italiano un sussulto di dignità.

Faccio osservare che aspettarsi che accada un simile evento è una semplice illusione, né più né meno come aspettarsi segni di vita da un morto.

Le cose accadono non per il semplice fatto che si vorrebbe che accadessero ma perché, a monte, esistono le condizioni necessarie perché possano accadere.

Sono i cittadini italiani che dovrebbero avere un sussulto di dignità, ma ciò non accadrà, pur essendo questo quel che dovrebbe accadere, per il semplice fatto che non esistono le condizioni necessarie perché possa accadere!

Ma cosa ci si può aspettare infatti da un Paese che accetta di essere definito dal suo presidente del Consiglio un Paese di merda, che accetta di essere rappresentato da pregiudicati, intrallazzatori, imbecilli, che accetta di affidare le proprie sorti a degli inetti, a delle persone assolutamente prive dei requisiti minimi previsti per chi ricopre ruoli di rilievo pubblico, che accetta di vivere in mezzo ai rifiuti, che accetta di vivere sotto il controllo della criminalità organizzata, che accetta di vivere in uno Stato che non garantisce la giustizia ai suoi cittadini?

Il vero problema è che ad essere inaffidabile non è (solo) l’attuale presidente del Consiglio, ma il popolo italiano nel suo insieme.

Le minoranze, la vera forza dell’Italia

6 Set

La Storia d’Italia dimostra come questo Paese abbia sempre combattuto, fino a distruggerle, le minoranze intelligenti e attive, le uniche che abbiano fatto qualcosa che ha lasciato il segno.

Fare, infatti, e non limitarsi a parlare, è quello che fa veramente paura in questo Paese ed è proprio questo che non viene perdonato a chi osa infrangere questo tabù.

In ogni caso per le persone abituate a tenere la schiena dritta, nonostante siano ben consapevoli delle conseguenze cui va incontro chi agisce, quel che è giusto fare va fatto, costi quel che costi.

Come diceva Kant, “fa’ quel che devi, accada quel che può”.

“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”.

2 Set

Se c’è una caratteristica che contraddistingue gli italiani è quella di fissare obiettivi prescindendo completamente dagli strumenti necessari per raggiungerli.

Gli italiani, per loro cultura, sono solo dei teorici, assolutamente privi di senso pratico, per cui parlano solo di ciò che si dovrebbe fare (o meglio, di ciò che gli altri dovrebbero fare), senza rendersi minimamente conto del fatto che alla formulazione di una teoria deve far seguito l’azione, la fase sperimentale.

Il malato lo si cura somministrandogli le medicine giuste, non discettando sulle cure.

E proprio questo istintivo amore per le parole, spesso totalmente prive di qualsiasi aggancio con la realtà, è uno dei motivi per cui in questo Paese le cose non cambiano mai.

Questa mancanza di senso pratico è particolarmente sviluppata in molti di quelli che vengono definiti “intellettuali”. Questi signori sono specializzati nel dare indicazioni precise su come preparare una pietanza ma non tengono mai conto del fatto che i destinatari dei loro consigli sono sprovvisti delle materie prime e degli strumenti necessari, per cui alla fine, come insegna la Storia, quei poveri disgraziati che li seguono fanno sempre una brutta fine.

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