A proposito del 25 aprile

1 Ott

Alcuni giorni fa il governo italiano ha accolto “come raccomandazione” la proposta di un parlamentare del PdL mirante a sostituire la data del 25 aprile 1945 (giorno della Liberazione) con quella del 18 aprile 1948 (giorno delle prime elezioni della Repubblica italiana).

Al di là dell’evidente provocazione contenuta in una simile proposta, è evidente che il nostro Paese sembra aver dimenticato – a parte i fugaci ritorni di memoria in occasione delle ricorrenze ufficiali – che l’antifascismo rappresenta il presupposto politico sul quale si fonda la nostra Costituzione.

E questo dato va ben oltre il fatto che nelle disposizioni transitorie e finali della nostra legge fondamentale è specificamente indicato che ” è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Ebbene, sono passati poco più di sessant’anni dalla data in cui è stata promulgata la nostra Costituzione e il nostro Paese si ritrova con ex-fascisti al governo.

Non c’è però da stupirsi più di tanto, dal momento che, contrariamente a quello che si è soliti ritenere, non è affatto vero che il nostro Paese è stato fascista soltanto nel ventennio.

Io non credo affatto che l’Italia sia diventata fascista a seguito dell’avvento del fascismo, io credo invece che il fascismo sia potuto andare al potere nel nostro Paese proprio perché la maggioranza degli italiani è, e lo è da sempre, fascista.

Non a caso Leonardo Sciascia parlava dell’eterno fascismo italiano.

Fatti come quelli accaduti nell’estate 2001 all’interno della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto nei giorni del G8 di Genova possono accadere soltanto in un Paese dove la cultura fascista è di casa.

Un dato che a questo proposito andrebbe sempre tenuto in mente è quello dell’irrisoria percentuale (l’uno per mille!) dei professori universitari che nel 1931 si rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista.

Una rosa, anche se la si dovesse chiamare con un altro nome, resterebbe sempre una rosa, come ha detto Shakespeare.

Una rosa è una rosa non perché la chiamiamo “rosa” ma perché possiede le caratteristiche proprie di una rosa. Possiamo anche decidere di chiamare “rosa” un carciofo, ma il carciofo che noi chiamiamo “rosa” non sarà mai per questo una rosa, resterà sempre un carciofo!

In modo analogo, possiamo continuare a sostenere di vivere in uno Stato di diritto, ma non per questo il nostro Paese diventerà diverso da quello che è!

La nostra Costituzione (“rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, come la sintetizzò Pietro Calamandrei) è come un bellissimo abito il cui sarto però, mentre era intento a crearlo, pensava ad una persona assolutamente diversa da quella che poi è stata chiamata ad indossarlo.

Il risultato, grottesco, è davanti agli occhi di tutti.

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