Le norme e la loro applicazione

5 Ott

Com’è noto, nel nostro Paese regna l’abitudine di fissare obiettivi, spesso faraonici, senza che chi li fissa avverta l’esigenza di verificare, prima, la reale consistenza dei mezzi di cui il destinatario dispone, se cioè esistono i presupposti necessari perché gli obiettivi fissati possano essere raggiunti.

Questo modo di procedere porta (o meglio, ha portato) alla creazione di un mondo teorico – quello delle leggi, delle procedure, delle norme in genere – sempre più distante da quello reale.

Quello di cui non ci si rende affatto conto è che le norme, se non risultano accettate da chi ne è destinatario, finiscono inevitabilmente per non essere applicate e in tal modo non sortiscono l’effetto voluto da chi le aveva pensate.

“Ad impossibilia nemo tenetur”, come dice la famosa massima latina.

Le situazioni che si vengono a creare in conseguenza di questo modo irresponsabile di affrontare i problemi risultano davvero surreali, a volte anche comiche (avendo già abbondantemente oltrepassato il livello del tragico).

Un esempio per tutti: la partecipazione italiana alla spedizione internazionale del 1900 contro i Boxer.

Questa vera e propria perversione mentale risponde peraltro ad un’altra peculiarità italiana: quella di voler individuare sempre e comunque un responsabile, uno al quale poi addossare la colpa di non aver raggiunto obiettivi irraggiungibili, di non aver applicato norme inapplicabili.

Quando rifletto sulla distanza che c’è fra il mondo reale e quello teorico mi viene in mente “Cuore” (che, fino agli anni cinquanta del novecento, ha rappresentato un testo chiave nella formazione di intere generazioni di italiani).

A proposito di questo libro si dovrebbe infatti tener conto che quella descrittavi da De Amicis non è la Torino reale del 1886, ma una Torino inesistente, puramente teorica, quella che l’autore desiderava che ci fosse (“Cuore” fu, in sostanza, un tentativo di realizzare l’unificazione nazionale attraverso un’opera letteraria).

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