Archivio | ottobre, 2011

L’importanza della memoria

14 Ott

Quand’è che possiamo dire di saper fare qualcosa (di avere, cioè, imparato a fare qualcosa)?

Quando, per farlo, agiamo d’istinto, senza cioè doverci ogni volta pensare su; vale a dire, quando il nostro cervello, dopo aver richiamato dalla sua memoria tutti le informazioni necessarie per fare quello che dobbiamo fare, le usa prontamente (e correttamente). Tutto avviene in così poco tempo (frazioni di secondo) che il nostro agire appare automatico.

Quand’è, per esempio, che possiamo dire di saper andare in bicicletta?

Quando, ogni volta che saliamo su una bici, incominciamo a pedalare automaticamente, senza cioè chiederci, ogni volta, cos’è che dobbiamo fare.

Quand’è che possiamo dire di saper sciare?

Quando, una volta indossato un paio di sci, incominciamo, automaticamente, a sciare.

Allo stesso modo, possiamo dire di sapere qualcosa soltanto se, ogni volta che serve, siamo in grado di ricordare quello che avevamo a suo tempo imparato.

Quand’è che possiamo dire di avere imparato la geografia (almeno quella dell’Italia)?

Quando, per esempio, se ci chiedono “da quale monte nasce il Po”, rispondiamo subito, senza doverci pensare su, “dal Monviso”.

A proposito dell’importanza di fissare nella memoria ciò che si apprende (e di richiamarlo quando serve), ecco le parole usate da Dante (Paradiso, Canto V):

“Apri la mente a quel ch’io ti paleso e fermalvi entro; ché non fa scïenza, sanza lo ritenere, avere inteso”.

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A proposito di responsabilità

7 Ott

La Storia del nostro Paese mostra come gli italiani cerchino sempre di evitare di assumersi responsabilità, anche quelle che risultano proprie del ruolo che occupano nella società.

Da qui la tendenza a delegare ad altri la soluzione dei problemi (anche dei propri), la perenne attesa del miracolo, la ricerca dell’uomo forte, al quale affidare le sorti del Paese.

Come succede a molte parole, anche a “responsabile” vengono attribuiti significati diversi, a seconda del contesto nel quale questo termine viene utilizzato.

Nelle leggi, per esempio, “responsabile” significa “destinatario di sanzioni”.

In generale, il significato che nel nostro Paese viene attribuito al termine “responsabile” è quello di persona che, per la posizione che occupa, dirige un settore di attività.

Quasi mai, però, il “responsabile” è chiamato a rispondere delle conseguenze delle decisioni che prende nell’esercizio delle sue funzioni.

Si tenga presente che, molto spesso, fra il momento in cui un “responsabile” prende una decisione e quello in cui si manifestano le sue conseguenze può passare parecchio tempo (anni).

Risulta utile, a questo proposito, vedere cosa intendeva Max Weber quando parlava di etica della responsabilità.

In estrema sintesi, secondo Weber l’etica della responsabilità presuppone che il “responsabile” agisca sempre tenendo conto del rapporto fra i mezzi ed i fini e, soprattutto, delle conseguenze del suo agire.

Ma quali sono le cause che hanno fatto sì che nel cervello degli italiani s’impiantasse il seme della deresponsabilizzazione?

Credo non si possa non tener conto del ruolo – a mio avviso decisivo – giocato a tal riguardo dalla Chiesa cattolica, vale a dire dalla più pervasiva forma di potere esistente in Italia e, in particolare, dalla geniale invenzione della confessione.

Se in poco più di trent’anni la tv commerciale ha condizionato il modo di pensare degli italiani – la gran parte dei quali si forma un’opinione proprio attraverso la tv – come si fa a non rendersi conto dei danni causati da duemila anni di potere della Chiesa cattolica?

Come si fa a non rendersi conto del significato, e delle conseguenze, del processo subito da Galileo?

A proposito di società civile

6 Ott

Uno dei temi che, da una decina d’anni a questa parte, appassiona di più il dibattito pubblico italiano è quello intorno all’esistenza o meno di una reale contrapposizione fra la cosiddetta “casta” dei politici e quella che viene chiamata “società civile” .

Mentre però è chiaro chi e quanti sono i componenti della prima non è altrettanto chiaro da chi è composta la seconda, soprattutto non è chiaro il reale significato dell’aggettivo “civile”.

Stando a quello che si legge sui giornali e si sente nei dibattiti televisivi, il termine “società civile” dovrebbe essere associato a un’idea positiva, in contrapposizione a quella negativa associata al termine “casta”, dovrebbe stare ad indicare un insieme formato da persone che si propongono come obiettivo quello di creare nel nostro Paese una nuova classe politica.

Premesso il fatto che quello di cui c’è bisogno in questo Paese è una diversa (diversa, non semplicemente nuova) classe dirigente (il cambiamento non dovrebbe cioè interessare soltanto la politica), cerchiamo di capire da chi sarebbe formata questa “società civile”.

Trattandosi di una domanda alla quale non è facile rispondere, procediamo per esclusione, proprio come si fa nei quiz.

Cominciamo allora ad escludere, in quanto certamente non idonee a realizzare il cambiamento tanto evocato, le seguenti categorie di persone : gli evasori fiscali, gli appartenenti alle organizzazioni criminali, i complici delle organizzazioni criminali (sono tanti, ma proprio tanti), i truffatori, i faccendieri, chi occupa posti di responsabilità non avendone i requisiti (nelle aziende, nella scuola, nell’amministrazione pubblica, nel mondo dei mezzi di comunicazione, negli ospedali), chi vive bene proprio grazie allo schifo che ci circonda (anche questi sono davvero tanti).

Credo proprio che alla fine ci troveremmo in quattro gatti, come i quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo della canzone di Gino Paoli.

Linguaggio e comunicazione

5 Ott

Se vogliamo che l’interlocutore al quale ci rivolgiamo per trasmettergli un’informazione comprenda esattamente il contenuto della nostra comunicazione dobbiamo necessariamente utilizzare un linguaggio a lui noto, per lui comprensibile.

Altrimenti è come parlare in italiano a un eschimese e aspettarsi che questi capisca quello che gli viene detto e si comporti di conseguenza.

Ovviamente, la consapevolezza dell’importanza dell’uso di un linguaggio condiviso fra chi parla e chi ascolta c’è soltanto in chi si pone l’obiettivo di farsi comprendere dal suo interlocutore.

Se invece il linguaggio utilizzato da chi comunica è fine a sé stesso, se chi parla non si pone l’obiettivo di farsi capire dal suo interlocutore, ecco che allora la necessità di usare un linguaggio condiviso svanisce nel nulla e si assiste alla scena comica dell’italiano che si arrabbia con l’eschimese per il fatto che questi non capisce le istruzioni che gli trasmette , e magari gliele urla, come se, urlandogliele, quelle parole incomprensibili potessero diventare comprensibili!

Nel 1973 a Napoli scoppiò un’epidemia di colera.

Ricordo che il telegiornale invitava i napoletani ad evitare il consumo di mitili.

Il risultato di quel modo di comunicare fu che i napoletani, che non sapevano cosa fossero i mitili, continuarono a mangiare le cozze, e a prendersi il colera.

Le norme e la loro applicazione

5 Ott

Com’è noto, nel nostro Paese regna l’abitudine di fissare obiettivi, spesso faraonici, senza che chi li fissa avverta l’esigenza di verificare, prima, la reale consistenza dei mezzi di cui il destinatario dispone, se cioè esistono i presupposti necessari perché gli obiettivi fissati possano essere raggiunti.

Questo modo di procedere porta (o meglio, ha portato) alla creazione di un mondo teorico – quello delle leggi, delle procedure, delle norme in genere – sempre più distante da quello reale.

Quello di cui non ci si rende affatto conto è che le norme, se non risultano accettate da chi ne è destinatario, finiscono inevitabilmente per non essere applicate e in tal modo non sortiscono l’effetto voluto da chi le aveva pensate.

“Ad impossibilia nemo tenetur”, come dice la famosa massima latina.

Le situazioni che si vengono a creare in conseguenza di questo modo irresponsabile di affrontare i problemi risultano davvero surreali, a volte anche comiche (avendo già abbondantemente oltrepassato il livello del tragico).

Un esempio per tutti: la partecipazione italiana alla spedizione internazionale del 1900 contro i Boxer.

Questa vera e propria perversione mentale risponde peraltro ad un’altra peculiarità italiana: quella di voler individuare sempre e comunque un responsabile, uno al quale poi addossare la colpa di non aver raggiunto obiettivi irraggiungibili, di non aver applicato norme inapplicabili.

Quando rifletto sulla distanza che c’è fra il mondo reale e quello teorico mi viene in mente “Cuore” (che, fino agli anni cinquanta del novecento, ha rappresentato un testo chiave nella formazione di intere generazioni di italiani).

A proposito di questo libro si dovrebbe infatti tener conto che quella descrittavi da De Amicis non è la Torino reale del 1886, ma una Torino inesistente, puramente teorica, quella che l’autore desiderava che ci fosse (“Cuore” fu, in sostanza, un tentativo di realizzare l’unificazione nazionale attraverso un’opera letteraria).

A proposito di rispetto delle regole

4 Ott

La lingua italiana è lo strumento che caratterizza il lavoro del giornalista, esattamente come il bisturi caratterizza quello del chirurgo e l’automobile quello dell’autista.

Da tempo però chi fa il mestiere del giornalista dimostra di non avere sufficiente padronanza dello strumento che è chiamato a maneggiare e così, nell’indifferenza generale che contraddistingue questi anni, non si contano più gli strafalcioni che si leggono sulla stampa e che si ascoltano in televisione.

Un classico esempio di questa continua, inesorabile deriva lo abbiamo davanti a noi ogni volta che i mezzi di comunicazione di massa del nostro Paese usano il verbo “evacuare” nell’ambito di servizi che raccontano fatti come quelli di Lampedusa e di Fukushima.

Quasi sempre il giornalista che usa questo verbo lo fa in modo sbagliato (con esiti qualche volta comici).

Se chi fa il mestiere di giornalista fosse a conoscenza delle regole fondamentali della lingua italiana – regole che fino a qualche anno fa si imparavano nella scuola media – saprebbe che il verbo “evacuare” – che significa “sgombrare” – è transitivo.

Saprebbe così che, se si vuole usare il verbo “evacuare” per comunicare che “alcuni edifici dovranno essere resi vuoti”, si dovrà dire che “gli edifici verranno evacuati” e non, come spesso capita di sentire e di leggere, che “la popolazione verrà fatta evacuare”.

Da anni non si fa altro che ripetere quanto sia importante il rispetto delle regole; in attesa che chi, per mestiere, usa la lingua italiana acquisisca la consapevolezza dell’importanza di un uso corretto di questo strumento, non sarebbe forse il caso di dare l’esempio e incominciare a richiedere ai giornalisti di rispettare le regole della grammatica italiana?

A proposito del 25 aprile

1 Ott

Alcuni giorni fa il governo italiano ha accolto “come raccomandazione” la proposta di un parlamentare del PdL mirante a sostituire la data del 25 aprile 1945 (giorno della Liberazione) con quella del 18 aprile 1948 (giorno delle prime elezioni della Repubblica italiana).

Al di là dell’evidente provocazione contenuta in una simile proposta, è evidente che il nostro Paese sembra aver dimenticato – a parte i fugaci ritorni di memoria in occasione delle ricorrenze ufficiali – che l’antifascismo rappresenta il presupposto politico sul quale si fonda la nostra Costituzione.

E questo dato va ben oltre il fatto che nelle disposizioni transitorie e finali della nostra legge fondamentale è specificamente indicato che ” è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Ebbene, sono passati poco più di sessant’anni dalla data in cui è stata promulgata la nostra Costituzione e il nostro Paese si ritrova con ex-fascisti al governo.

Non c’è però da stupirsi più di tanto, dal momento che, contrariamente a quello che si è soliti ritenere, non è affatto vero che il nostro Paese è stato fascista soltanto nel ventennio.

Io non credo affatto che l’Italia sia diventata fascista a seguito dell’avvento del fascismo, io credo invece che il fascismo sia potuto andare al potere nel nostro Paese proprio perché la maggioranza degli italiani è, e lo è da sempre, fascista.

Non a caso Leonardo Sciascia parlava dell’eterno fascismo italiano.

Fatti come quelli accaduti nell’estate 2001 all’interno della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto nei giorni del G8 di Genova possono accadere soltanto in un Paese dove la cultura fascista è di casa.

Un dato che a questo proposito andrebbe sempre tenuto in mente è quello dell’irrisoria percentuale (l’uno per mille!) dei professori universitari che nel 1931 si rifiutarono di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista.

Una rosa, anche se la si dovesse chiamare con un altro nome, resterebbe sempre una rosa, come ha detto Shakespeare.

Una rosa è una rosa non perché la chiamiamo “rosa” ma perché possiede le caratteristiche proprie di una rosa. Possiamo anche decidere di chiamare “rosa” un carciofo, ma il carciofo che noi chiamiamo “rosa” non sarà mai per questo una rosa, resterà sempre un carciofo!

In modo analogo, possiamo continuare a sostenere di vivere in uno Stato di diritto, ma non per questo il nostro Paese diventerà diverso da quello che è!

La nostra Costituzione (“rivoluzione promessa in cambio di una rivoluzione mancata”, come la sintetizzò Pietro Calamandrei) è come un bellissimo abito il cui sarto però, mentre era intento a crearlo, pensava ad una persona assolutamente diversa da quella che poi è stata chiamata ad indossarlo.

Il risultato, grottesco, è davanti agli occhi di tutti.

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