Archivio | novembre, 2011

Pochi sono i dati che servono, ma devono essere esatti

29 Nov

L’epoca nella quale viviamo è caratterizzata dall’enorme quantità dei dati, di ogni genere, su qualsiasi argomento, che ogni giorno, in tantissime occasioni, ci piovono addosso, quasi sempre senza che ne sia stata fatta esplicita richiesta e per di più senza che i destinatari sappiano cosa farne, come utilizzarli.

Viviamo nell’epoca del troppo, dell’eccessivo, del superfluo (basta osservare il cruscotto di un’auto moderna per rendersene conto).

Al di là del fatto che la quantità di tutti questi dati è, nella stragrande maggioranza dei casi, decisamente sproporzionata a quelle che sono le reali necessità dei destinatari (che in molti casi sono anche costretti a pagarli, per il semplice fatto di disporne, anche se non sanno cosa farsene), il vero problema di questa situazione sta nell’attendibilità di questi dati.

La cosa diventa veramente seria quando ci si basa su dei dati per formarsi un’opinione, per decidere cosa fare (quando dobbiamo prendere una decisione, e per questo consultiamo dei dati, è fondamentale che quei dati siano esatti).

Il criterio da seguire nel valutare l’attendibilità di un dato dovrebbe essere quello di considerare, prima d’ogni altra cosa, la fonte e di verificare quindi a quali controlli il dato è stato sottoposto prima di essere reso disponibile.

Questo richiede tempo e ciò si scontra col fatto che oggi, nell’era di Internet, il tempo ha perso il suo valore: viene data più importanza alla velocità che all’accuratezza. Si ha l’impressione di poter disporre, in pochissimo tempo e con estrema facilità, di una marea di dati, ma non ci rende conto del pericolo che si nasconde dietro questa apparente ricchezza, il pericolo collegato al fatto che disponiamo di dati provenienti da fonti di dubbia attendibilità.

Oggi l’importante è disporre “in tempo reale” di tanti dati (quasi sempre in misura nettamente superiore a quella realmente necessaria), più che di dati certi.

Ma quali sono le fonti sicure?

Certamente non quelle ufficiali, che da sempre hanno interesse a fornire dati di comodo, come sa bene don Ciccio Tumeo, compagno di caccia di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, quando si meraviglia del fatto che il Sindaco don Calogero Sedara aveva annunciato che tutti i votanti di Donnafugata avevano votato “sì” in occasione del Plebiscito del 1860, compreso quindi lui, il povero don Ciccio, che aveva votato “no”!

Innumerevoli poi sono gli errori delle fonti ufficiali reali.

Consideriamo per esempio quel che avviene nella toponomastica: la città di “San Remo” viene indicata come “Sanremo” (termine che non ha alcun significato; il nome della località ligure è collegato infatti a quello di un santo, anche se Remo è un santo inesistente, trattandosi in realtà di Romolo, diventato Remo per via del fatto che così i liguri pronunciano il nome Romolo), la piazza “Bologna” di Palermo viene erroneamente indicata col nome, privo di significato, “Bologni” (cancellando così il fatto che il nome della piazza è collegato a quello della città di Bologna, città d’origine di un’antica famiglia, i Beccadelli) ; ho visto anche cartoline illustrate di Palermo che riportano un’inesistente “piazza Politeama” (“Politeama” è invece il nome del teatro che si trova in piazza Ruggero Settimo).

E che dire del fatto che la Gazzetta Ufficiale (vale a dire una fonte ufficiale anche nel nome) indichi, come mi è capitato di notare anni fa, “Ginostra” come isola delle Eolie, quando invece si tratta di un piccolo villaggio situato nell’isola di Stromboli?

Quello che manca, in tutti gli ambiti, è il filtro, qualcuno cioè che abbia la funzione di evitare che vadano in circolazione dati errati che, se non corretti per tempo, provocano inevitabilmente danni a tutto ciò che sta a valle.

Com’è noto, un’importante fonte d’informazioni è costituita dai giornali.

A tal proposito faccio notare che si parla tanto dell’incredibile ignoranza dei nostri parlamentari, ma non abbastanza di quella dei giornalisti (o meglio, di quelli che scrivono sui giornali).

Quante volte, per esempio, capita d’imbattersi in articoli scritti da gente che non sa, per esempio, che “Yale” e “Harvard” sono i cognomi di due persone (Elihu Yale e John Harvard) e non i nomi di località, e che pertanto si deve dire “ha studiato all’Università Yale” o “alla Yale ” e “all’Università Harvard” o “alla Harvard” e non “a Yale” o “ad Harvard” (esattamente come si dice “all’Università Bocconi” o “alla Bocconi”, e non “a Bocconi”)?

Nei giornali, quando a scriverci era gente come Indro Montanelli, Orio Vergani, Dino Buzzati, Enzo Biagi, c’era la figura del correttore di bozze, oggi che a scriverci sono persone professionalmente neanche lontanamente paragonabili a quelle firme prestigiose, i testi che escono dai “pc” vanno direttamente in stampa.

Come sa bene chi va per mare, è più in pericolo quel marinaio che ritiene di trovarsi in un determinato posto mentre in realtà si trova in un altro posto che non quello che non sa dove si trova.

Annunci

Alcuni problemi non hanno soluzione (almeno nel mondo reale)

22 Nov

Sono in molti nel nostro Paese a pensare che a tutto ci sia rimedio, che per ogni problema esista una soluzione.

Ancora più numerosi sono quelli che ritengono che dopo ogni errore sia possibile ritornare alla situazione precedente e ricominciare daccapo, come se nulla fosse successo, come se la vita desse la possibilità di cancellare ciò che si è fatto (come si fa premendo il magico tasto canc della tastiera dei pc), come se nella vita reale esistesse la possibilità della remissione (cioè della cancellazione) dei peccati, concessa ai credenti attraverso il sacramento della penitenza.

Queste credenze, vere e proprie fonti d’istigazione all’irresponsabilità, portano come necessaria conseguenza a non valutare con la necessaria attenzione l’importanza delle scelte che si presentano davanti a noi nel corso della vita.

In un processo, qualunque esso sia, sono le prime le scelte fondamentali, quelle che determinano il percorso successivo; è risaputo, per esempio, che per gli esseri umani sono fondamentali i primi anni di vita, quelli in cui vengono poste le basi del loro futuro.

Quel che non si riesce proprio ad accettare è il fatto che la strada che percorriamo è a senso unico e che nel percorrerla non ci è concessa la possibilità di tornare indietro.

Non avviene, per esempio, quello che succede nel caso dell’abbottonatura della tonaca dei preti.

Anche in questo processo i primi passi sono fondamentali per la buona riuscita dell’operazione, ma in questo caso esiste la possibilità di ripetere il percorso: se i preti non stanno ben attenti a verificare che il primo bottone risulti infilato nella prima asola, il risultato dell’operazione sarà inevitabilmente negativo ma, una volta resisi conto dell’errore commesso, possono sempre ripetere l’operazione (perderanno solo un po’ di tempo).

Nella realtà, nella dura e cruda realtà, dobbiamo fare i conti con la nostra vita di esseri umani e questa, purtroppo per tutti noi, è un percorso pieno di vincoli, di impedimenti, dove sono tanti i momenti in cui siamo chiamati a fare delle scelte e se non lo facciamo (per paura, per impreparazione, per ignavia) subiremo inevitabilmente le conseguenze delle scelte che altri avranno fatto al nostro posto.

Dobbiamo soprattutto fare i conti col fatto, tanto vero quanto duro da accettare, che nella vita reale, esattamente come nel caso delle equazioni algebriche di secondo grado, esistono problemi senza soluzioni.

Com’è noto, infatti, le equazioni il cui discriminante è negativo sono prive soluzioni (almeno nel campo dei numeri reali).

Se ci viene richiesto di calcolare le radici reali di un’equazione algebrica di secondo grado, verifichiamo subito, prima di ogni altra cosa, se il discriminante è negativo. Se lo è, non sprechiamo il nostro tempo: facciamo presente a chi ce l’ha posto (magari non lo sa) che il problema non ammette soluzioni.

In modo analogo, se ci viene presentata come un vero affare la proposta di finanziare la realizzazione di un innovativo sistema di produzione di energia, verifichiamo come prima cosa che l’energia prodotta dal sistema propostoci non superi quella massima consentita dalle leggi della termodinamica. Se ciò non dovesse avvenire, rifiutiamo senza alcun indugio l’affare propostoci.

Sarebbe infatti come aspettarsi che, a temperatura e pressione costanti, avvenga spontaneamente una reazione che implica un aumento dell’energia libera, che è lo stesso che aspettarsi che in un campo gravitazionale un corpo aumenti spontaneamente la sua energia potenziale.

Insomma, è come aspettarsi che un parlamento nelle mani di soggetti che rappresentano determinati interessi possa promuovere leggi contrarie a quegli interessi di cui quei parlamentari sono espressione.

A proposito del movimento degli indignati

21 Nov

“Indignati”, ecco la nuova parola “magica” che da un po’ di tempo compare sempre più spesso nelle cronache.

Un fatto che finora è stato poco considerato a proposito di questo movimento è che le manifestazioni di protesta degli indignati sono quasi sempre rivolte contro le banche, dal momento che queste sono ritenute il simbolo dello strapotere della finanza.

Premesso che le banche fanno quello che hanno sempre fatto, agevolate in questo dalla mancanza di precise regole e di seri controlli, sarebbe però il caso di chiedersi come mai gli indignati non indirizzano le loro proteste contro le sedi dei partiti politici, contro chi cioè ha scelto, nominandoli, i rappresentanti del popolo.

Val la pena infatti di ricordare che nelle democrazie parlamentari ai rappresentanti del popolo, vale a dire al parlamento, compete il compito di dettare le regole del gioco, ai governi quello di applicarle, alla magistratura quello d’intervenire in caso di violazione delle regole (in questo consiste la famosa suddivisione dei poteri di cui parlava il barone di Montesquieu).

In modo analogo, sarebbe il caso di chiedersi come mai i lavoratori dipendenti non protestano contro i sindacati, vale a dire contro i loro rappresentanti, per il fatto che i loro stipendi sono così bassi (largamente inferiori a quelli dei loro colleghi tedeschi) e soprattutto per il fatto che negli ultimi trent’anni il loro potere d’acquisto è diminuito.

La domanda chiave che oggi andrebbe rivolta ai famosi rappresentanti del popolo, che tanto s’indignano quando si è costretti a ricorrere ad un “podestà forestiero“, è: come mai hanno consentito che la finanza prendesse il sopravvento sulla politica? Dov’erano, cos’hanno fatto quando negli anni ottanta del secolo scorso sono comparsi i primi segnali di quello che poi sarebbe accaduto?

È ai rappresentanti del popolo che i cittadini (tutti i cittadini, non solo gli indignati) dovrebbero innanzitutto rivolgere le loro proteste, è a chi ha il compito di dettare le regole del gioco che dovrebbe essere chiesto di render conto delle loro inadeguatezze, e in qualche caso anche delle loro complicità.

Dal momento che i partiti, parte fondamentale della famosa “casta”, si sono chiaramente mostrati non degni di stima, logica vorrebbe  che gli indignati indirizzassero le loro proteste soprattutto contro queste associazioni (“indignarsi” significa infatti “non ritenere degno”, esattamente il contrario di “degnare”, “stimare degno”).

A proposito delle precise responsabilità dei partiti politici (responsabilità delle quali non vengono mai chiamati a rispondere), ricordo che anni fa quello che, almeno in teoria, dovrebbe più degli altri tutelare gli interessi dei cittadini comuni lanciò lo slogan “I care”, per dire (in inglese!) agli italiani che si sarebbe preso cura dei loro bisogni.

Già l’uso ingiustificato dell’inglese rivelava l’inconsistenza di quello che (non) c’era dietro quel programma politico, tanto ambizioso quanto sopra le righe in modo platealmente ridicolo (Carosone avrebbe detto: tu vuò fa l’americano, ma si nato in Italy), i risultati lo hanno poi dimostrato.

La verità è che lo strapotere del potere finanziario è la chiara prova del fallimento del sistema dei partiti politici.

Parafrasando Clémenceau, la politica è una cosa troppo seria per lasciarla ai politici.

A proposito di “poteri forti”

20 Nov

In questi giorni si è ritornati a parlare dei cosiddetti “poteri forti”, ad usare cioè un’espressione, di una genericità assoluta, con la quale s’intende far riferimento in particolare al potere finanziario, a quello economico, alle grandi banche, e comunque a persone non espressione del voto popolare e che per questo motivo non sarebbero legittimate a governare.

Mai che si usi quest’espressione per far riferimento ai veri poteri forti di questo Paese, vale a dire alla Chiesa cattolica, alla mafia, alle associazioni segrete (quali la P2), poteri che condizionano pesantemente, fin dalla sua nascita, la vita dello Stato italiano, tanto debole da esserne da sempre condizionato, anziché condizionarli.

Il male, incurabile, di cui soffre il nostro Paese non deriva dai cosiddetti “poteri forti” (la cui esistenza deriva peraltro dalla debolezza dei tre poteri che stanno alla base di una sana vita politica), ma dai tanti poteri oscuri che tramano all’ombra di chi li tollera, di chi li protegge.

Quello che chi parla di “poteri forti” fa fatica ad ammettere è che la formazione del governo Monti è la conseguenza dell’inettitudine di quello precedente, nonché dell’incapacità dell’attuale parlamento di dar vita ad un nuovo esecutivo, entrambe chiare dimostrazioni dei limiti della democrazia.

A questo proposito, non si può non notare come le dichiarazioni di tante persone (e fra queste diversi parlamentari) mettano in evidenza che ancora oggi tanta gente nel nostro Paese non ha ancora capito che in una democrazia parlamentare, quale quella nella quale viviamo, le elezioni portano alla formazione di un parlamento, non di un governo.

A proposito del governo Monti

19 Nov

Ridurre il rapporto fra debito pubblico e PIL, ecco l’obiettivo di cui si parla tanto ma per il cui raggiungimento nulla si fa, e questo da vent’anni a questa parte.

Rigore, crescita ed equità: ecco i tre pilastri su cui si fonda il nuovo governo (impropriamente definito “tecnico”), secondo le parole usate da Mario Monti nel suo discorso alle Camere.

Proviamo a tradurre in pratica quella che per adesso è una semplice dichiarazione d’intenti.

Rigore significa innanzitutto una drastica riduzione degli sprechi.

A tal proposito mi auguro che col governo Monti si cominci a parlare di spesa da qualificare e non si parli più di spesa da ridurre, espressione non solo banale ma assolutamente priva di significato concreto.

Che senso ha infatti parlare di una generica riduzione della spesa (i famosi “tagli lineari”), senza cioè fare alcuna distinzione in questo settore?

Chi governa deve scegliere.

E qui casca l’asino, è proprio qui infatti che sta il cuore del problema.

Scegliere significa infatti dire dei no (anche nei confronti di alcuni elettori), significa assumersi la responsabilità di essere chiari, cose cioè che i politici italiani non sono in grado di fare, succubi come sono del consenso dei cittadini, considerati sempre e solo come elettori e mai come titolari di diritti e di doveri.

Per quanto riguarda la crescita, anche qui mi auguro che col nuovo governo si cominci ad essere precisi, dicendo chiaramente quali sono i settori sui quali si vuole puntare.

Vedremo così se si intende crescere là dove ha un senso usare tale termine (uso dell’energia solare, raccolta differenziata dei rifiuti, riciclo, trasporti pubblici, messa in sicurezza degli edifici, formazione, cura del territorio, salvaguardia del patrimonio ambientale, qualificazione dei centri storici, ricerca) oppure se si intende continuare a crescere su settori che invece bisognerebbe abbandonare (cementificazione delle coste e degli argini dei fiumi, mega centri commerciali, opere pubbliche faraoniche, parcheggi nei centri delle città).

Equità infine significa far pagare le tasse a chi non le paga, ridurre l’enorme divario oggi esistente fra gli stipendi dei top manager delle aziende e quelli degli impiegati, tassare i grandi patrimoni, ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati, ridurre il divario esistente fra quanto costa e quanto viene retribuito il lavoro.

E qui l’asino casca un’altra volta (casomai fosse riuscito a rialzarsi dopo la prima caduta)!

I limiti della democrazia

15 Nov

Nelle democrazie rappresentative, com’è noto, vince il candidato che raccoglie il maggior numero dei voti espressi dai cittadini che, avendo deciso di esercitare il loro diritto di elettori, decidono di recarsi alle urne.

Evidentemente, dal momento che non è detto che ad andare a votare siano tutti i cittadini che ne hanno diritto, può benissimo accadere che la maggioranza dei cittadini che decidono chi sarà eletto non corrisponda a quella dei cittadini che hanno il diritto di votare né, a maggior ragione, alla maggioranza dei cittadini.

Com’è altrettanto noto, in democrazia i voti si contano, non si pesano: questo vuol dire che tutti i voti hanno lo stesso valore, per cui il voto della famosa casalinga di Voghera vale esattamente quanto quello di Umberto Eco.

Quello che però sfugge a molti, specialmente a coloro i quali ritengono che appellarsi continuamente al popolo sovrano rappresenti, di per sé, la soluzione dei problemi, è che la democrazia è un sistema complesso e che, se è vero che mette al centro della scena i cittadini, è altrettanto vero che non si esaurisce col loro voto.

C’è poi un concetto che varrebbe la pena di considerare: molti dei fenomeni che accadono sotto la volta celeste sono caratterizzati dal ripetersi, con cadenza più o meno ciclica, di determinate situazioni (si pensi, per esempio, all’alternarsi delle stagioni, alle fasi lunari, al movimento dei pianeti).

Per quanto riguarda la vita politica, mi sono sempre trovato d’accordo con Platone nel ritenere che la democrazia rappresenti soltanto una delle fasi che si possono presentare nella vita politica di una nazione.

La democrazia, in particolare, è quella forma di governo alla quale il popolo aspira legittimamente quando il governo di una nazione è nelle mani di pochi, se non addirittura in quelle di uno solo.

Quando però la democrazia degenera, e questo in conseguenza del fatto che spesso il popolo non sa fare buon uso di questo strumento, certamente bello ma nello stesso tempo molto delicato, non è affatto detto che è ricorrendo ai rappresentanti del popolo che si possa uscire dai guai.

Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro Paese fornisce una dimostrazione esemplare del fatto che in alcuni frangenti della storia i rappresentanti del popolo non sono in grado di tirarci fuori dai guai, da quei guai di cui proprio loro sono la causa principale.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incaricato Mario Monti (un non parlamentare) di formare un governo tecnico di transizione che abbia come obiettivo principale quello di fare uscire il nostro Paese dai guai, impresa della quale il governo formatosi nel 2008, a seguito delle ultime elezioni politiche, si è dimostrato assolutamente incapace.

Val la pena di notare che quella che stiamo vivendo in questi giorni non è una situazione nuova; nell’aprile 1993 Carlo Azeglio Ciampi inaugurò infatti la lista dei presidenti del Consiglio non parlamentari nella storia della Repubblica italiana.

Anche allora non mancò chi sollevò delle critiche, sottolineando il fatto che Ciampi mancava di rappresentatività popolare, non avendo egli mai ricoperto in precedenza cariche elettive.

Il fatto è che è privo di senso, quando si è nella necessità di dover uscire dai guai, affidarsi a chi non ne è capace, a maggior ragione poi se questo ne è anche l’autore.

Albert Einstein diceva in proposito che “i problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati”.

A proposito del 12 novembre 2011

15 Nov

Sabato 12 novembre 2011 Silvio Berlusconi si è dimesso dalla carica di presidente del Consiglio.

Questo fatto ha suscitato, com’era facilmente prevedibile, un’ondata di grande entusiasmo in molti cittadini italiani.

Alcuni hanno scelto di manifestare pubblicamente la loro contentezza per quella che si augurano che sia per davvero la fine di un lungo periodo che ha dell’incredibile e che ha segnato, in senso negativo, la vita del nostro Paese, e non solo quella politica.

Di fronte a queste scene di spontaneo entusiasmo popolare, trasmesse in diretta televisiva, alcuni italiani hanno manifestato il loro disappunto.

Ci sono stati poi alcuni giornalisti, di quelli che stanno sempre ben attenti ad apparire sempre composti, con i capelli ben pettinati (chi ce li ha) e con la cravatta ben annodata, che le hanno definite “gazzarra”.

Devo dire che a me le considerazioni di questi esponenti del cosiddetto “terzismo”, autentici campioni d’ipocrisia, hanno fatto venire in mente le scene, anche queste ampiamente trasmesse in televisione, dell’arrivo nella sede della Squadra Mobile di Palermo, subito dopo la loro cattura, d’importanti mafiosi.

Anche allora nel mondo della cosiddetta “informazione” di questo Paese vi fu qualcuno che criticò le scene di entusiasmo con cui fu accolto l’arrivo di criminali che fino ad allora avevano seminato il terrore.

Evidentemente per alcuni degli opinionisti che ci ritroviamo, che più di ogni altra cosa amano apparire “sopra le parti”, i cittadini italiani dovrebbero imparare a nascondere i propri sentimenti, specialmente quando questi sono di gioia vera, spontanea.

Secondo questi esponenti del più puro spirito “british”, gli italiani dovrebbero imparare ad accettare di sopravvivere in uno stato di silenziosa disperazione, da veri inglesi, come recita un verso della splendida “Time” dei Pink Floyd (Hanging on in quiet desperation is the English way).

Ci vorrebbe la Sfinge

8 Nov

Famosissima figura della mitologia greca, la Sfinge, appollaiata su una roccia all’ingresso della città di Tebe, poneva ad ogni passante il più famoso degli indovinelli e divorava chi non sapeva risolverlo.

Come tutti sanno, l’unico in grado di risolverlo fu Edipo.

Questa storia mi è venuta in mente in questi giorni, pensando a cosa si dovrebbe fare per far sì che a governarci non ci fossero, quanto meno, degli imbecilli.

Considero infatti l’imbecillità la più grande tragedia che ci possa capitare.

Sulla tomba di Friedrich von Schiller, per esempio, c’è scritto: Contro gli imbecilli anche gli dei lottano invano.

Inoltre, secondo “I detti islamici di Gesù”, persino lui faticava con gli stupidi: Gli storpi li ho guariti, i ciechi pure. Con gli stupidi non sono riuscito.

Pensavo a come sarebbe bello se, a nostra garanzia, fosse imposto a tutti quelli che vogliono intraprendere l’attività politica, e che per questo motivo potrebbero venirsi a trovare a ricoprire ruoli deputati a prendere decisioni in grado di incidere sulla nostra vita, di sottoporsi preventivamente ad un esame della Sfinge.

Questa dovrebbe sottoporre tutti coloro che intendono occuparsi di politica ad una serie di problemi di logica; di logica, non di fisica, né di economia, matematica, italiano, filosofia, medicina.

Rispondere positivamente a tutte le domande della Sfinge non sarebbe però sufficiente per potersi occupare della “cosa pubblica”.

Infatti, una volta superato l’esame di logica, una volta cioè che si sia verificata la condizione necessaria prevista per potersi occupare di politica, solo allora si passerà alla fase 2: i candidati dovranno dimostrare di essere competenti nella materia sulla quale dovrebbero lavorare, di avere la fedina penale immacolata, di non trovarsi in nessuna situazione di conflitto d’interessi.

La Sfinge eviterebbe così che in futuro possa capitare ancora di essere amministrati da persone che, in presenza di un’allerta meteo di massimo grado, decidono, fuori da ogni logica, di scegliere di lasciare aperte le scuole.

L’eterna illusione delle elezioni

7 Nov

Ci risiamo, eccoci nuovamente alle prese con le ennesime elezioni politiche, che oggi sembrano essere dietro l’angolo.

La promessa è sempre la stessa: cittadini, vedrete che dopo le elezioni tutto cambierà, che sarà possibile fare quello che non è stato possibile fare fino ad oggi.

Sembra di vedere la famosa scena del film “Gli onorevoli”, quella in cui Totò urla al megafono: “vota Antonio , vota Antonio”.

Nessuno che si renda conto che i problemi di questo Paese non si risolvono, non sono mai stati risolti, con le elezioni, vale a dire con la semplice sostituzione dei cosiddetti governanti, come sta a dimostrare la Storia (già, ma chi la conosce la storia di questo Paese?).

Dopo 150 anni di unità (?) nazionale siamo ancora alle prese con il problema del mezzogiorno (l’ultima trovata, degna del Truman Show nel quale molti ormai vivono, è la creazione della banca del sud), con gli scandali delle banche (lo scandalo della banca di Roma è di 120 anni fa), con la collusione fra criminalità e politica (l’omicidio di Emanuele Notarbartolo risale anch’esso a 120 anni fa).

Appena tre giorni fa c’è stata l’alluvione di Genova, la settimana prima era toccato alle Cinque Terre: ma ci rendiamo conto che in Italia si parla di disastri ambientali dal 1951, vale a dire dall’alluvione del Polesine, ma non si fa nulla, non si è mai fatto nulla, per evitarli?

Quante elezioni si sono tenute dal 1861 ad oggi? Quanti governi si sono succeduti alla guida (si fa per dire) del nostro Paese?

Ebbene, come mai tutti i governi non sono stati in grado di risolvere i problemi di cui soffre l’Italia? Come mai, per esempio, la Sicilia non è stata liberata dai suoi mali, documentati da Leopoldo Franchetti nel 1876 (!) con la sua famosa inchiesta? Com’è potuto accadere che la terra dove pascolavano le vacche sacre al dio Sole diventasse il regno della criminalità organizzata? Come mai le banche hanno acquisito un potere così smisurato? Come mai gli omicidi politici sono diventati tristemente familiari nel nostro Paese? Come mai è stata possibile la sistematica distruzione del territorio?

Il fatto è che nel nostro Paese le elezioni si sono rivelate lo strumento attraverso il quale cambiano semplicemente i governanti, vale a dire le persone che, a turno, dimostrano di non essere in grado, di non avere la volontà di risolvere i problemi degli italiani; detto in altre parole, le elezioni si sono rivelate, almeno per i cittadini che pensano di poter arrivare ad un vero cambiamento attraverso il voto, un’autentica presa per i fondelli: a cambiare sono semplicemente gli attori, ma lo spettacolo è sempre lo stesso.

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi, sono le famose parole che nel Gattopardo il furbo Tancredi rivolge al Principe Fabrizio, suo zio.

In nessun Paese come in Italia si fa un così largo uso di elezioni: si eleggono i rappresentanti di classe, i consigli di quartiere, i consigli comunali, i consigli provinciali, i consigli regionali, i governi centrali.

Ebbene, come mai, nonostante questo largo uso del metodo democratico, nonostante questa enorme immissione nella vita politica di persone provenienti dalla cosiddetta società civile, non si fa altro che parlare di distanza sempre più marcata fra i cittadini e i loro governanti?

Credo che la risposta stia nel fatto che a cambiare sono sempre state semplicemente le persone, mai l’atteggiamento nei confronti del potere che si acquisisce attraverso le elezioni, potere che viene sempre e solo visto come come fonte di privilegi.

Eppure basterebbe soffermarsi sul fatto che la parola “potere” indica tanto un nome quanto un verbo.

Bisognerebbe cioè che si cominciasse a pensare alla parola “potere” non come sostantivo ma come verbo: potere non più come fonte di privilegi ma come condizione per poter fare (non per promettere di fare) le cose di cui i cittadini hanno realmente bisogno per vivere una vita dignitosa, per poter affrontare e risolvere i problemi che da sempre affliggono il nostro Paese.

Nel famoso film di Frank Capra del 1938 l’eterna illusione era il denaro, nel nostro Paese è il ricorso alle elezioni politiche.

Il congiuntivo, questo sconosciuto

6 Nov

In questi anni sono sempre più numerosi i commenti che si fanno sul mancato uso del congiuntivo, sempre più spesso sostituito dall’indicativo.

Come reazione, molti hanno cominciato a ricorrere a questo modo verbale anche quando non serve, giusto per far sapere, così facendo, di non essere ignoranti, di conoscere l’italiano (questa, almeno, è la loro intenzione).

Il risultato, più che tragico è comico (com’è noto, la tragedia sfocia sempre in commedia); sembra di assistere al procedere di una barca guidata da uno che tutto è fuorché un marinaio: prima tutto a destra, poi tutto a sinistra, la barca procede a caso, senza una rotta.

Mi viene in mente a questo proposito la scena del Gattopardo in cui Tomasi di Lampedusa descrive l’arrivo di don Calogero al palazzo di Donnafugata.

Don Calogero, suscitando nel Principe una sorpresa ancora superiore a quella provocatagli dallo sbarco a Marsala, arriva vestito in frac, così da far vedere a tutti che anche lui, nonostante le sue origini, sapeva come ci si presenta ad un invito a cena di un principe.

Solo che il frac che don Calogero indossava quella sera aveva un aspetto mostruoso, per non dire comico (nell’ironia con cui Tomasi di Lampedusa descrive la scena si riconosce il profondo disprezzo del Principe nei confronti di questo “parvenu”, splendido esempio del “nuovo” che stava avanzando): l’abito era stato infatti realizzato in modo sbagliato, fuori dalle regole dettate dall’arte sartoriale.

Se vuoi usare il frac, perché pensi che indossarlo ti dia un contegno, fallo pure, sincerati almeno che sia ben fatto, secondo le regole.

In modo analogo, se vuoi usare il congiuntivo, così da dare l’impressione a chi ti ascolta (o a chi ti legge) di conoscere l’italiano, accertati prima di usarlo in modo corretto, costruisci la frase in modo che questa richieda davvero l’uso del congiuntivo (ricorda, per esempio, che il congiuntivo, a differenza dell’indicativo, esprime una certa distanza dalla realtà, dalla constatazione di un fatto reale).

Così come vestirsi bene non deriva dalla semplice disponibilità di un armadio pieno di vestiti (sempre che questi siano stati realizzati a regola d’arte) ma dal saperli adattare alle varie occasioni, allo stesso modo saper parlare (e soprattutto scrivere) bene non significa usare tante parole, ma essere capaci di associare le parole (verbi, nomi, ecc.) alle diverse occasioni.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: