I limiti della democrazia

15 Nov

Nelle democrazie rappresentative, com’è noto, vince il candidato che raccoglie il maggior numero dei voti espressi dai cittadini che, avendo deciso di esercitare il loro diritto di elettori, decidono di recarsi alle urne.

Evidentemente, dal momento che non è detto che ad andare a votare siano tutti i cittadini che ne hanno diritto, può benissimo accadere che la maggioranza dei cittadini che decidono chi sarà eletto non corrisponda a quella dei cittadini che hanno il diritto di votare né, a maggior ragione, alla maggioranza dei cittadini.

Com’è altrettanto noto, in democrazia i voti si contano, non si pesano: questo vuol dire che tutti i voti hanno lo stesso valore, per cui il voto della famosa casalinga di Voghera vale esattamente quanto quello di Umberto Eco.

Quello che però sfugge a molti, specialmente a coloro i quali ritengono che appellarsi continuamente al popolo sovrano rappresenti, di per sé, la soluzione dei problemi, è che la democrazia è un sistema complesso e che, se è vero che mette al centro della scena i cittadini, è altrettanto vero che non si esaurisce col loro voto.

C’è poi un concetto che varrebbe la pena di considerare: molti dei fenomeni che accadono sotto la volta celeste sono caratterizzati dal ripetersi, con cadenza più o meno ciclica, di determinate situazioni (si pensi, per esempio, all’alternarsi delle stagioni, alle fasi lunari, al movimento dei pianeti).

Per quanto riguarda la vita politica, mi sono sempre trovato d’accordo con Platone nel ritenere che la democrazia rappresenti soltanto una delle fasi che si possono presentare nella vita politica di una nazione.

La democrazia, in particolare, è quella forma di governo alla quale il popolo aspira legittimamente quando il governo di una nazione è nelle mani di pochi, se non addirittura in quelle di uno solo.

Quando però la democrazia degenera, e questo in conseguenza del fatto che spesso il popolo non sa fare buon uso di questo strumento, certamente bello ma nello stesso tempo molto delicato, non è affatto detto che è ricorrendo ai rappresentanti del popolo che si possa uscire dai guai.

Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro Paese fornisce una dimostrazione esemplare del fatto che in alcuni frangenti della storia i rappresentanti del popolo non sono in grado di tirarci fuori dai guai, da quei guai di cui proprio loro sono la causa principale.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incaricato Mario Monti (un non parlamentare) di formare un governo tecnico di transizione che abbia come obiettivo principale quello di fare uscire il nostro Paese dai guai, impresa della quale il governo formatosi nel 2008, a seguito delle ultime elezioni politiche, si è dimostrato assolutamente incapace.

Val la pena di notare che quella che stiamo vivendo in questi giorni non è una situazione nuova; nell’aprile 1993 Carlo Azeglio Ciampi inaugurò infatti la lista dei presidenti del Consiglio non parlamentari nella storia della Repubblica italiana.

Anche allora non mancò chi sollevò delle critiche, sottolineando il fatto che Ciampi mancava di rappresentatività popolare, non avendo egli mai ricoperto in precedenza cariche elettive.

Il fatto è che è privo di senso, quando si è nella necessità di dover uscire dai guai, affidarsi a chi non ne è capace, a maggior ragione poi se questo ne è anche l’autore.

Albert Einstein diceva in proposito che “i problemi non possono essere risolti allo stesso livello di conoscenza che li ha creati”.

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