A proposito del governo Monti

19 Nov

Ridurre il rapporto fra debito pubblico e PIL, ecco l’obiettivo di cui si parla tanto ma per il cui raggiungimento nulla si fa, e questo da vent’anni a questa parte.

Rigore, crescita ed equità: ecco i tre pilastri su cui si fonda il nuovo governo (impropriamente definito “tecnico”), secondo le parole usate da Mario Monti nel suo discorso alle Camere.

Proviamo a tradurre in pratica quella che per adesso è una semplice dichiarazione d’intenti.

Rigore significa innanzitutto una drastica riduzione degli sprechi.

A tal proposito mi auguro che col governo Monti si cominci a parlare di spesa da qualificare e non si parli più di spesa da ridurre, espressione non solo banale ma assolutamente priva di significato concreto.

Che senso ha infatti parlare di una generica riduzione della spesa (i famosi “tagli lineari”), senza cioè fare alcuna distinzione in questo settore?

Chi governa deve scegliere.

E qui casca l’asino, è proprio qui infatti che sta il cuore del problema.

Scegliere significa infatti dire dei no (anche nei confronti di alcuni elettori), significa assumersi la responsabilità di essere chiari, cose cioè che i politici italiani non sono in grado di fare, succubi come sono del consenso dei cittadini, considerati sempre e solo come elettori e mai come titolari di diritti e di doveri.

Per quanto riguarda la crescita, anche qui mi auguro che col nuovo governo si cominci ad essere precisi, dicendo chiaramente quali sono i settori sui quali si vuole puntare.

Vedremo così se si intende crescere là dove ha un senso usare tale termine (uso dell’energia solare, raccolta differenziata dei rifiuti, riciclo, trasporti pubblici, messa in sicurezza degli edifici, formazione, cura del territorio, salvaguardia del patrimonio ambientale, qualificazione dei centri storici, ricerca) oppure se si intende continuare a crescere su settori che invece bisognerebbe abbandonare (cementificazione delle coste e degli argini dei fiumi, mega centri commerciali, opere pubbliche faraoniche, parcheggi nei centri delle città).

Equità infine significa far pagare le tasse a chi non le paga, ridurre l’enorme divario oggi esistente fra gli stipendi dei top manager delle aziende e quelli degli impiegati, tassare i grandi patrimoni, ridurre le tasse ai lavoratori dipendenti ed ai pensionati, ridurre il divario esistente fra quanto costa e quanto viene retribuito il lavoro.

E qui l’asino casca un’altra volta (casomai fosse riuscito a rialzarsi dopo la prima caduta)!

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