Pochi sono i dati che servono, ma devono essere esatti

29 Nov

L’epoca nella quale viviamo è caratterizzata dall’enorme quantità dei dati, di ogni genere, su qualsiasi argomento, che ogni giorno, in tantissime occasioni, ci piovono addosso, quasi sempre senza che ne sia stata fatta esplicita richiesta e per di più senza che i destinatari sappiano cosa farne, come utilizzarli.

Viviamo nell’epoca del troppo, dell’eccessivo, del superfluo (basta osservare il cruscotto di un’auto moderna per rendersene conto).

Al di là del fatto che la quantità di tutti questi dati è, nella stragrande maggioranza dei casi, decisamente sproporzionata a quelle che sono le reali necessità dei destinatari (che in molti casi sono anche costretti a pagarli, per il semplice fatto di disporne, anche se non sanno cosa farsene), il vero problema di questa situazione sta nell’attendibilità di questi dati.

La cosa diventa veramente seria quando ci si basa su dei dati per formarsi un’opinione, per decidere cosa fare (quando dobbiamo prendere una decisione, e per questo consultiamo dei dati, è fondamentale che quei dati siano esatti).

Il criterio da seguire nel valutare l’attendibilità di un dato dovrebbe essere quello di considerare, prima d’ogni altra cosa, la fonte e di verificare quindi a quali controlli il dato è stato sottoposto prima di essere reso disponibile.

Questo richiede tempo e ciò si scontra col fatto che oggi, nell’era di Internet, il tempo ha perso il suo valore: viene data più importanza alla velocità che all’accuratezza. Si ha l’impressione di poter disporre, in pochissimo tempo e con estrema facilità, di una marea di dati, ma non ci rende conto del pericolo che si nasconde dietro questa apparente ricchezza, il pericolo collegato al fatto che disponiamo di dati provenienti da fonti di dubbia attendibilità.

Oggi l’importante è disporre “in tempo reale” di tanti dati (quasi sempre in misura nettamente superiore a quella realmente necessaria), più che di dati certi.

Ma quali sono le fonti sicure?

Certamente non quelle ufficiali, che da sempre hanno interesse a fornire dati di comodo, come sa bene don Ciccio Tumeo, compagno di caccia di Don Fabrizio Corbera, Principe di Salina, quando si meraviglia del fatto che il Sindaco don Calogero Sedara aveva annunciato che tutti i votanti di Donnafugata avevano votato “sì” in occasione del Plebiscito del 1860, compreso quindi lui, il povero don Ciccio, che aveva votato “no”!

Innumerevoli poi sono gli errori delle fonti ufficiali reali.

Consideriamo per esempio quel che avviene nella toponomastica: la città di “San Remo” viene indicata come “Sanremo” (termine che non ha alcun significato; il nome della località ligure è collegato infatti a quello di un santo, anche se Remo è un santo inesistente, trattandosi in realtà di Romolo, diventato Remo per via del fatto che così i liguri pronunciano il nome Romolo), la piazza “Bologna” di Palermo viene erroneamente indicata col nome, privo di significato, “Bologni” (cancellando così il fatto che il nome della piazza è collegato a quello della città di Bologna, città d’origine di un’antica famiglia, i Beccadelli) ; ho visto anche cartoline illustrate di Palermo che riportano un’inesistente “piazza Politeama” (“Politeama” è invece il nome del teatro che si trova in piazza Ruggero Settimo).

E che dire del fatto che la Gazzetta Ufficiale (vale a dire una fonte ufficiale anche nel nome) indichi, come mi è capitato di notare anni fa, “Ginostra” come isola delle Eolie, quando invece si tratta di un piccolo villaggio situato nell’isola di Stromboli?

Quello che manca, in tutti gli ambiti, è il filtro, qualcuno cioè che abbia la funzione di evitare che vadano in circolazione dati errati che, se non corretti per tempo, provocano inevitabilmente danni a tutto ciò che sta a valle.

Com’è noto, un’importante fonte d’informazioni è costituita dai giornali.

A tal proposito faccio notare che si parla tanto dell’incredibile ignoranza dei nostri parlamentari, ma non abbastanza di quella dei giornalisti (o meglio, di quelli che scrivono sui giornali).

Quante volte, per esempio, capita d’imbattersi in articoli scritti da gente che non sa, per esempio, che “Yale” e “Harvard” sono i cognomi di due persone (Elihu Yale e John Harvard) e non i nomi di località, e che pertanto si deve dire “ha studiato all’Università Yale” o “alla Yale ” e “all’Università Harvard” o “alla Harvard” e non “a Yale” o “ad Harvard” (esattamente come si dice “all’Università Bocconi” o “alla Bocconi”, e non “a Bocconi”)?

Nei giornali, quando a scriverci era gente come Indro Montanelli, Orio Vergani, Dino Buzzati, Enzo Biagi, c’era la figura del correttore di bozze, oggi che a scriverci sono persone professionalmente neanche lontanamente paragonabili a quelle firme prestigiose, i testi che escono dai “pc” vanno direttamente in stampa.

Come sa bene chi va per mare, è più in pericolo quel marinaio che ritiene di trovarsi in un determinato posto mentre in realtà si trova in un altro posto che non quello che non sa dove si trova.

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Una Risposta to “Pochi sono i dati che servono, ma devono essere esatti”

  1. Laura novembre 29, 2011 a 9:39 pm #

    Già, oggi è tutto un far di fretta, ma soprattutto male. E si finisce (anche) con il rovinare dei grandi mestieri, come appunto il giornalismo…

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