A proposito del potere dei mercati finanziari

9 Dic

Com’è ormai evidente a tutti (e quello che è successo in Italia nei giorni scorsi ne è una chiara dimostrazione), le scelte della politica sono condizionate, a volte imposte, dalla finanza, dagli interessi economici.

Sono gli interessi economici che decidono se fare o no una guerra, se intervenire o meno a favore di popoli che hanno bisogno di aiuto, sono sempre gli interessi economici che decidono sulla salute, sullo stato di benessere delle persone.

Ma com’è stato possibile che la finanza acquisisse tutto questo potere? Com’è stato possibile arrivare a costruire un mondo virtuale così più potente di quello reale da arrivare al punto che la finanza oggi vale otto volte il PIL del mondo?

Direi, con particolare riferimento al nostro Paese, che alla base di questa vera e propria “escalation” ci sta la svolta che ha avuto luogo negli anni ottanta del secolo scorso.

In quegli anni la società italiana, prendendo come riferimento il modello politico-economico allora in auge negli USA (erano gli anni del cosiddetto “edonismo reaganiano”), scelse di adottare un modello di vita caratterizzato da uno spiccato individualismo, dal libero mercato, da tagli alla spesa pubblica, da meno solidarietà sociale, da una spinta verso una competizione senza esclusione di colpi.

Sono gli anni che aprirono la strada all’uso sfrenato delle carte di credito, ad un consumismo sempre più patologico (la gran parte degli acquisti si riferiscono a beni non necessari, superflui, per di più destinati a durare poco, così da mantenere sempre viva la necessità di acquistare).

Sono gli anni in cui la pubblicità, sempre più martellante, sempre pronta a creare falsi bisogni, diede a tutti non solo l’illusione che bevendo un determinato whisky o indossando determinate scarpe si potesse diventare come il “testimonial” della pubblicità, ma soprattutto (e qui sta il cuore del problema, cioè dell’indebitamento all’origine della crisi del sistema bancario) quella di poter comprare tutto (la casa, il viaggio, l’auto, ecc.), che per tutti tutto fosse a portata di mano (o meglio, di carta).

Tipica la frase: “compra oggi, comincerai a pagare fra sei mesi, con comode rate mensili” (da sottolineare il contenuto tranquillizzante del messaggio).

Ed è proprio nel modello di vita basato sul consumismo “all’americana” che ritengo vada individuata la causa principale della presa del potere da parte della finanza.

A proposito di questa assurda dipendenza dal consumismo, quello che è accaduto in questi giorni a Milano la dice lunga su quanto sia difficile, complicato, uscire dalla crisi nella quale ci troviamo, crisi culturale, prima ancora che economica.

Giuliano Pisapia, visti i dati sull’inquinamento atmosferico di Milano e per questo preoccupato per la salute dei suoi concittadini, ha deciso di bloccare il traffico automobilistico.

L’iniziativa del sindaco ha provocato l’immediata rivolta dei commercianti, che si sono affrettati a dire che un simile provvedimento avrebbe inferto un duro colpo alla corsa agli acquisti (che evidentemente per i commercianti milanesi valgono più della salute degli acquirenti).

Ma se un sindaco che decide di tutelare la salute dei suoi concittadini si trova ad avere a che fare con questo genere di difficoltà con i commercianti della sua città, come potrà mai un governo nazionale superare le difficoltà che si troverà a dover affrontare se decide di contrastare seriamente gli interessi dei mercati finanziari che comandano sul mondo intero?

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