Troppo comodo dar la colpa alla globalizzazione

21 Dic

Nella seconda metà di quest’anno (ormai agli sgoccioli) gli italiani sono stati di colpo svegliati dallo stato di torpore nel quale da tempo si trovavano e così si sono resi conto che la crisi finanziaria esplosa alcuni anni fa negli Stati Uniti d’America interessava in effetti anche il bel Paese, contrariamente a quello che era stato loro assicurato fino a pochi giorni prima.

All’improvviso nelle case degli italiani sono entrati i bund e gli spread, termini dei quali fino ad allora s’ignorava la stessa esistenza, non solo il significato.

Tutto ad un tratto sono risultate evidenti le conseguenze di anni di assenza di una classe dirigente (politica, civica, imprenditoriale) degna di un Paese civile ed è cominciata una forsennata corsa contro il tempo, alla disperata ricerca delle misure necessarie per uscire dalla crisi.

Non ci si è però resi conto che dietro questa crisi finanziaria se ne nasconde una ben più grave, che ha a che fare, prima ancora che con gli indicatori dell’economia, con i modelli di vita, con i valori che sono stati presi a riferimento dagli italiani.

Ci si è affidati a dei professori, nella convinzione (illusoria) che questi, in quanto non vincolati al consenso elettorale, potessero risolvere i problemi di cui soffre il nostro Paese, a partire dal divario (crescente) esistente fra i diversi strati sociali della popolazione.

Come la Storia insegna (ma a volte c’è da domandarsi: a chi?) non sono certo i professori che possono risolvere a favore dei meno abbienti la situazione di evidente ingiustizia sociale che da tanto tempo caratterizza il nostro Paese, né la politica, come dimostra la cronaca di questi anni.

I governi italiani che si sono succeduti dal 1861 ad oggi non hanno mai adottato misure finalizzate alla crescita sociale degli strati meno abbienti della popolazione e questo ancor prima dell’avvento dell’era della cosiddetta globalizzazione, fenomeno al quale con troppa facilità si cerca di far risalire la principale causa dell’impoverimento generale che caratterizza gli anni che stiamo vivendo.

Chi manovra le leve di comando del mercato finanziario ha tutto l’interesse a far credere che crescita economica equivalga a sviluppo e ad enfatizzare a tal fine il PIL, strumento in realtà assolutamente inadatto a misurare la vera ricchezza, il vero benessere di un Paese.

E non a caso la scuola italiana è vista più come fonte di alimentazione delle aziende che come luogo di produzione di conoscenza, di formazione di coscienze critiche.

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