Archivio | dicembre, 2011

Scusi Monti, ma dov’è finita l’equità?

5 Dic

Delle tre parole d’ordine pronunciate da Monti in occasione del suo primo discorso alle Camere (rigore, crescita, equità), solo della prima c’è traccia nelle misure anti crisi presentate dal nuovo governo nella conferenza stampa di ieri sera.

Peraltro il rigore contenuto in queste misure è ben poca cosa rispetto a quello che un governo eccezionale quale quello in carica, chiamato soprattutto a mostrare forti segni di discontinuità rispetto a quello precedente, avrebbe dovuto attuare.

Detto per inciso, ma dov’è la discontinuità di un governo che per presentare la manovra “salva-Italia” va a “Porta a Porta”?

Come al solito, per ridurre il deficit i governi italiani agiscono sempre più sul lato delle entrate (aumentando le tasse) che non su quello delle uscite (diminuendo le spese).

Per quanto riguarda le tasse, ad essere maggiormente colpiti sono quelli che già le pagano (sai che novità!). La tanto decantata equità sarebbe risultata visibile (e non solo annunciata) se, per esempio, fossero stati tassati (questo sì che sarebbe stato un forte segno di discontinuità, oltre che di equità) i numerosi immobili facenti capo alla Chiesa cattolica, ma non poteva certo essere questo governo (pieno com’è di soggetti certamente non indipendenti dal potere del Vaticano) ad adottare un simile provvedimento.

L’equità presuppone equilibrio, e tutto si può dire delle misure presentate da Monti tranne che non siano squilibrate a sfavore dei ceti bassi e di quelli medi.

Per quanto riguarda le spese, la capacità che proprio manca ai governi italiani (e questo governo non fa certo eccezione) è quella di tagliare soprattutto quelle collegate ad un uso inefficiente e discrezionale delle risorse pubbliche. L’importante non è tanto l’aspetto quantitativo della questione (quanto tagliare) quanto invece quello qualitativo (cosa tagliare).

Dove sono, a questo proposito, le significative misure contro gli sprechi? Dove quelle contro gli insopportabili privilegi di cui gode la classe politica, tanto quella dei parlamentari quanto quella delle regioni?

Per quanto riguarda la crescita, non è per nulla chiaro su quali settori il governo Monti la voglia indirizzare e con quali soldi.

Ma soprattutto, che fine ha fatto l’equità, questa parola magica che aveva fatto ben sperare molti italiani, da sempre abituati a vivere in uno stato di perenne ingiustizia?

E la lotta all’evasione fiscale, altro tema citato da Monti nel suo primo discorso al Senato? Quelle presentate ieri sera non sono certo misure in grado di ridurre significativamente questo vergognoso fenomeno, che allo Stato italiano costa, secondo recenti stime, qualcosa come 120 miliardi di euro/anno.

E per contrastare la corruzione, che ci costa 60-70 miliardi di euro/anno, quali sono le misure che Monti intende prendere?

Credo proprio che non ci sia nulla da fare; lo Stato italiano, sia che a rappresentarlo ci siano dei mascalzoni sia che ci siano delle persone perbene, si è dimostrato ancora una volta per quello che è, per quello che è sempre stato: ipocrita, retorico, velleitario, forte coi deboli e debole coi forti.

Un grande poeta della seconda metà del secolo scorso ha fornito, facendo ricorso a pochissime parole, un’immagine assolutamente fedele di quella che è l’essenza dello Stato italiano: Prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa? Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità (da “Don Raffaè”, di Fabrizio De André).

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Cambiamenti a 360 gradi?

3 Dic

Ogni tanto mi capita di sentire qualcuno che, parlando di cambiamenti attraverso i quali si passa da un estremo all’altro di una certa condizione, dice che si tratta di cambiamenti “a 360 gradi”.

E ogni volta mi chiedo come sia possibile che chi ricorre ai gradi per esprimere un cambiamento radicale non si renda conto del fatto che da un estremo al suo opposto ci si va cambiando la propria posizione di 180 e non di 360 gradi (compiendo una rotazione di 360 gradi si ritorna infatti esattamente al punto di partenza, altro che cambiamento!).

Ma è mai possibile che non si abbia presente la figura del cerchio, forse la più familiare di tutte le figure geometriche?

Un conto è dire “condurre un’indagine a 360 gradi” per indicare che s’indaga in tutte le direzioni, nessuna esclusa, altro conto è dire “cambiamento a 360 gradi” per indicare un cambiamento totale, un passaggio cioè da un estremo al suo opposto.

Se chi si trova in un determinato posto vuole andare all’opposto di dove si trova (evidentemente rispetto ad un determinato punto di riferimento) e per far questo compie una rotazione di 360 gradi, alla fine di questo giro (non a caso l’angolo di 360 gradi si chiama “angolo giro”) si ritroverà esattamente nel posto che occupava prima.

Per l’italiano la colpa è sempre di qualcun altro

1 Dic

La situazione nella quale ci troviamo (peraltro non nuova per il nostro Paese) evidenzia in maniera estremamente efficace che cosa voglia dire non agire correttamente quand’è il momento, quali siano le inevitabili conseguenze del non aver fatto certe cose quand’era il momento di farle.

Non verificare la corretta impermeabilizzazione di un tetto nel momento in cui tale delicata operazione viene eseguita significa creare le premesse per la produzione di seri danni, in caso di piogge, a chi sotto quel tetto ci abita.

Non adottare, in fase di costruzione, le misure antisismiche previste dalle specifiche norme in materia significa, soprattutto in un Paese ad elevato rischio sismico quale il nostro, porre le premesse perché accada, in caso di terremoto, quel che i giornali italiani descrivono all’indomani di un tale evento.

Com’è noto, la vita di una persona è fortemente condizionata da quel che accade nel corso dei primi anni di vita; è in questo periodo che i genitori creano (che ne siano o meno consapevoli) le condizioni che determinano lo sviluppo dei loro piccoli.

L’elenco potrebbe continuare, tanto numerosi sono gli esempi di cosa vuol dire non fare quello che si deve fare nel momento in cui va fatto (in quel momento, non dopo!).

Lo spettacolo al quale si assiste una volta che accadono gli inevitabili disastri (prevedibilissimi) è sempre lo stesso: le cause vengono poste al di fuori dell’ambito delle proprie responsabilità.

In un caso si tratta della pioggia, in un altro del terremoto, sempre comunque di qualcosa che ci faccia apparire vittime, mai colpevoli.

Sembra di sentire Petrolini:  A me, m’ha rovinato la guerra, se non c’era la guerra a quest’ora stavo a Londra.

Oggi è la volta dell’Europa (in pratica, della Germania), colpevole di richiamarci alle nostre responsabilità, di volerci imporre di essere quel che non siamo mai stati: rigorosi.

La cosa davvero penosa (sarebbe comica se non fosse tragica) è assistere allo spettacolo indecente offerto da quelli che, per il ruolo ricoperto, avevano il compito di fare quelle cose che, se fatte quando andavano fatte, avrebbero potuto evitare al nostro Paese (e comunque attenuare) le conseguenze con le quali oggi siamo costretti a fare i conti.

Quel che in questi giorni mi fa veramente imbestialire è sentire affermare, da parte dei politici italiani, quasi a loro discolpa (!), che la causa principale della situazione nella quale oggi ci troviamo è rappresentata dai quasi 2.000 miliardi di euro di debito pubblico.

Nessuno che domandi loro: scusi, ma lei dov’era, cosa faceva, quando il parlamento italiano votava le leggi che, a partire dagli anni ottanta, hanno fatto sì che il debito pubblico del nostro Paese arrivasse dove si trova ora?

Dov’era lei, cos’ha fatto per evitare che le aziende pubbliche venissero riempite di personale in numero ben superiore alle loro reali necessità?

Dov’era lei, cos’ha fatto per evitare che la spesa sanitaria crescesse a tal punto d’andare fuori controllo?

Dov’era lei, cos’ha fatto quando, all’indomani dell’adozione dell’euro, il prezzo di una pizza è passato da 7.000 lire a 7 euro?

La mancanza dei dovuti controlli da parte di chi aveva il compito di farli quando andavano fatti è il principale motivo per cui in questi ultimi dieci anni anni il potere d’acquisto degli italiani è diminuito così tanto.

A proposito di falsi teoremi

1 Dic

La condizione di base che deve essere soddisfatta perché possa aver luogo una discussione razionale fra più persone è che tutti quelli che vi prendono parte si muovano su un terreno comune.

Questo vuol dire, come prima cosa, che i termini utilizzati devono essere identificati, in maniera univoca, senza alcuna possibilità di equivoci, da definizioni condivise da tutti.

Quelli che, per esempio, discutono di calcio attribuiscono lo stesso significato a termini quali “calcio di rigore”, “calcio d’angolo”, “rimessa laterale”; a nessuno di loro verrebbe in mente di usare il termine “rimessa laterale” per indicare quello che è un “calcio di rigore” e viceversa.

Davvero strano il nostro Paese; a parte il gioco del calcio, di condiviso sembra ci sia ben poco, e non si capisce bene perché.

A questo proposito, mi sono sempre domandato per quale motivo, a partire dagli settanta del secolo scorso, in campo giudiziario si usi parlare di “teoremi” per indicare quelle che invece sono semplici ipotesi investigative, qualcosa cioè di assolutamente diverso da un teorema.

Com’è noto, il termine “teorema” sta ad indicare un enunciato di cui si dispone di dimostrazioni (il teorema forse più famoso è quello di Pitagora).

Un teorema quindi è qualcosa che è già stato dimostrato, su quello che dice non c’è da discutere.

Che senso ha utilizzare il termine “teorema” per indicare un’opinione, una congettura, una supposizione, qualcosa cioè mancante del connotato della verità, trattandosi infatti di qualcosa ancora tutta da dimostrare?

Forse perché si pensa che usare il linguaggio matematico dia un connotato di serietà alle banalità che si dicono?

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