Archivio | gennaio, 2012

A cosa servono i politici italiani? Di certo non al benessere dei cittadini.

31 Gen

Nel novembre dello scorso anno, come già avvenuto nel 1993, il Presidente della Repubblica italiana ha dovuto far ricorso ad un non politico per formare un governo in grado di far uscire il nostro Paese dai guai.

Allora, all’indomani di “Mani pulite”,  fu incaricato Carlo Azeglio Ciampi, oggi, con lo spauracchio di fare la fine della Grecia, Mario Monti (la cui nomina a senatore a vita pochi giorni prima di ricevere l’incarico non è stata certo casuale).

In entrambi i casi la classe politica italiana si è dimostrata incapace di governare il Paese, di guidarlo, e questo proprio in una fase segnata da una profonda crisi, in un momento cioè in cui il bisogno dei cittadini di essere ben guidati è massimo.

Ma governare, guidare un Paese, non costituisce forse il compito principale di quelli che si chiamano “rappresentanti del popolo”?

Ma, si sa, noi viviamo in un Paese speciale, assolutamente unico, nel quale il paradosso è di casa, nel quale è normale ciò che altrove è impensabile, prima ancora che impossibile.

A seguito della vera e propria mutazione verificatasi negli anni ottanta, chi da noi “entra” in politica si ritiene legittimato a curare prima di tutto i propri interessi (nonché quelli di parenti e amici).

Per alcuni giurare sulla Costituzione di servire il Paese è solo una pura formalità, assolutamente priva di senso; è come uno stacco pubblicitario fra una scena e un’altra di un film.

Per certi “rappresentanti del popolo” ricoprire un ruolo nelle istituzioni di questo Paese, trovarsi nelle condizioni di poter autorizzare il compimento di un’opera pubblica, avere il potere d’influenzare le nomine negli ospedali, nelle banche, nelle università e comunque in una delle innumerevoli espressioni del potere pubblico, significa avere titolo a ricevere parte del “bottino”.

Sembra che questi “rappresentanti del popolo” non si rendano proprio conto del fatto che il compito del politico non è quello di cacciare i cittadini nei guai, ma quello di evitare che ci vadano a finire dentro!

Si parla tanto dei costi della politica, ma la questione però viene affrontata senza considerare che quello che è veramente scandaloso in questo Paese non è tanto l’ammontare delle entrate dei “rappresentanti del popolo” quanto la loro assoluta inutilità, la loro manifesta incapacità.

Sarebbe sufficiente fare una semplice analisi del rapporto costi/benefici per rendersi conto del fatto che la vera anomalia della nostra classe politica è quella di essere caratterizzata da elevati costi e nello stesso tempo da benefici assolutamente modesti, in alcuni casi nulli.

Che senso ha preoccuparsi soltanto del numeratore (per farlo diminuire), tralasciando il denominatore?

Quello che serve è tenere d’occhio il valore del rapporto, agendo più sul denominatore (per farlo crescere) che sul numeratore.

Quello che deve far indignare non sono tanto i quindicimila euro che ogni mese si mettono in tasca quanto il fatto che, pur percependo questi soldi, non fanno nulla!

Prima ancora che perché impresentabili, questi individui vanno cacciati perché non servono, perché sono inutili.

Come fanno a risolvere i problemi di cui sono parte, oltre che causa?

I cretini complicano le cose, gli intelligenti le rendono semplici

25 Gen

Per descrivere il berretto di Charles Bovary, Flaubert ha impiegato quasi mezza pagina.

Mezza pagina per dirci semplicemente che Charles Bovary era uno stupido.

Ho sempre considerato questo dato come la conferma, forse quella più evidente, del fatto che per descrivere ciò che è brutto, insignificante, stupido occorrano molte più parole, molto più tempo, molta più energia che non per descrivere ciò che è bello.

Ciò che è bello richiede poca energia per essere descritto, bastano poche parole (ovviamente quelle giuste) per rendere a chi legge la sensazione che si prova osservandolo.

Ma, soprattutto, ciò che è bello è semplice, non richiede l’aggiunta di altri elementi per essere abbellito, è bello di suo.

Il modo migliore per gustare un pesce (che, ovviamente, deve essere freschissimo) è al naturale, senza inutili condimenti (solo un filo di un buon olio extra vergine d’oliva leggero).

Come ho avuto modo di verificare in tante occasioni, la caratteristica che più di ogni altra contraddistingue un incapace è quella di essere naturalmente portato a complicare le cose, ad aggiungere sempre elementi superflui, inutili, a volte fuorvianti, col risultato di appesantire senza alcun motivo, di rendere inutilmente complicato ciò che in realtà è semplice.

Non a caso la prima delle sue “Lezioni americane” Calvino l’ha dedicata alla leggerezza, nella convinzione che il compito dello scrittore sia quello di togliere peso, senza però per questo perdere in precisione, in determinazione.

Ricordo sempre le parole del mio professore di latino e greco sull’importanza di lavorare di lima; l’arte sta nel togliere, nel liberare le cose, nel liberarci, da tutto ciò che non serve, dal superfluo.

Si tratta di un’arte difficile, poco praticata, nella quale ci si deve confrontare con i più pericolosi degli individui, gli imbecilli, individui che in natura tendono sempre a prevalere, come Fruttero & Lucentini hanno evidenziato in un loro divertente, e serio, libro del 1985.

Un recente esempio di che cosa sia l’arte di rendere semplici le cose, di come sia semplice il bello (anche se raro, poco probabile, e proprio per questo importante, ricco di valore), ce l’ha fornito alcune settimane fa Lionel Messi, in occasione della vittoria per 3 a 2 del Barcellona contro il Real Madrid.

Il passaggio, di una semplicità assoluta, col quale Messi ha messo Xavi in condizione di fare gol è geometria pura e in natura niente come la geometria è in grado di rendere evidente il bello (la bellezza è armonia, è giusta proporzione).

Simplicitas summa virtutum, dicevano gli antichi romani.

A proposito del blocco dei camionisti

24 Gen

La recente “rivolta dei tir” ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il problema della dipendenza del nostro Paese dal trasporto su gomma.

Il discorso è vecchio, trito e ritrito, ma la situazione che oggi, nella fase d’impoverimento generale che il nostro Paese è chiamato ad affrontare, si sta venendo a creare in conseguenza delle scelte fatte a partire dagli anni sessanta, rischia davvero di andare fuori controllo.

Un Paese dove l’86% delle merci viaggia su strada è certamente un Paese a rischio elevato, molto particolare, e questa particolarità è ancora più forte se si considera la conformazione della nostra penisola, stretta e lunga.

In queste condizioni è inevitabile che gli aumenti del prezzo dei carburanti (fonte certa di entrate per lo Stato) si traducano in aumenti del prezzo dei beni che viaggiano su camion.

Per non parlare dei costi derivanti dai danni all’ambiente.

Qual è, per esempio, il prezzo che tutti quanti noi stiamo pagando, in termini d’inquinamento ambientale, per certe abitudini così enormemente assurde?

Se poi si considera il fatto che nelle nostre città si ha l’abitudine di consumare prodotti i cui luoghi di produzione distano parecchie centinaia di chilometri dai luoghi di consumo (ma che senso ha che nelle località del Sud dell’Italia si beva acqua minerale proveniente da sorgenti situate nelle zone alpine?), non si dovrebbe esitare un minuto di più a puntare decisamente sul trasporto via mare, su quello via ferrovia e su quello aereo, disincentivando nello stesso tempo il trasporto su strada.

I prodotti del mercato ortofrutticolo di Vittoria, per esempio, dovrebbero essere imbarcati in navi traghetto nel porto di Catania o, meglio ancora, su aerei merci nell’aeroporto di Comiso.

Ma questo presuppone l’esistenza di una classe politica in grado di guidare un Paese, e qui il discorso si chiude.

 

A proposito del “movimento dei forconi”

20 Gen

Quello che sta accadendo in questi giorni in Sicilia è la prova più evidente del totale fallimento dello Stato italiano, o meglio di quello che era il progetto di Stato italiano, di quello Stato così ingenuamente vagheggiato da Chevalley durante il suo colloquio col Principe di Salina.

Uno Stato che fosse realmente tale non avrebbe consentito che dopo 150 anni dalla sua formazione la questione meridionale fosse ancora una questione aperta, che costituisse un tema ancora attuale, oggetto di interminabili dibattiti!

Uno Stato che si rispetti si sarebbe impegnato sul serio, fin dall’inizio, per garantire ai Siciliani quelli che sono i diritti fondamentali di un cittadino, primi fra tutti il lavoro e la giustizia.

Uno Stato che si rispetti si sarebbe alleato con la parte migliore dei Siciliani, non con i vari Sedara.

Purtroppo la Storia è andata com’è andata e questi sono i risultati!

A proposito della “Costa Concordia”

18 Gen

Due considerazioni a proposito di quello che è accaduto davanti all’isola del Giglio nella notte fra il 13 e il 14 gennaio.

La prima riguarda l’evidente inadeguatezza del comandante della nave a ricoprire il suo ruolo.

La “bravata” che ha commesso, da puro incosciente, e l’incredibile comportamento che ha tenuto dopo l’urto della nave contro gli scogli squalificano inequivocabilmente il comandante della nave e ci mostrano, ancora una volta, come in questo Paese sia diventato ormai usuale trovare in posti di responsabilità delle persone assolutamente indegne del ruolo loro assegnato.

Ma se la responsabilità dei comportamenti è delle persone che li commettono, ancora più grande è la responsabilità di chi ha scelto queste persone, di chi ha assegnato loro ruoli di comando.

Ma come si fa ad affidare il comando di una nave da 110.000 tonnellate, un vero e proprio gigante del mare, ad una persona simile?

La seconda considerazione riguarda quello che ritengo sia l’aspetto più inquietante che emerge da questa vicenda, il fatto cioè che in questo mondo dove ormai tutto è spettacolo, dove tutto viene pensato in funzione del business, far passare le navi da crociera a pochi metri dalla costa sia considerato un modo per rendere più “attraente” la crociera, una risposta ad una richiesta del “pubblico pagante”.

Tutto ciò si basa su un convincimento che sembra ormai essersi impadronito di tutti quanti, quello che nella vita tutto sia comprabile, che basti pagare per avere diritto a qualsiasi cosa.

A molti la libertà fa paura

2 Gen

A molti la libertà fa paura.

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