Archivio | febbraio, 2012

Che futuro può avere un Paese dove il talento è soffocato dalla mediocrità?

29 Feb

Un elemento che viene sistematicamente ignorato quando si parla di disoccupazione è che i dati che periodicamente vengono forniti su questo fenomeno non danno affatto una misura del numero delle persone che non hanno un’occupazione: i dati ufficiali non tengono conto infatti del numero delle persone che non sono in cerca di occupazione, e questo non è certamente un dettaglio trascurabile nel conteggio dei non occupati.

E comunque i dati sull’occupazione forniscono elementi puramente quantitativi: nulla dicono sulla qualità del lavoro svolto dalle persone che, sempre secondo i dati ufficiali, risultano occupate.

Nulla, cioè, dicono a proposito della sotto occupazione, fenomeno che, per certi aspetti, considero ancora più grave della stessa disoccupazione.

La gravità della sotto occupazione è legata al fatto che questo fenomeno comprende non solo la categoria delle persone impiegate a tempo parziale e quella di chi svolge un lavoro precario, ma anche quella fascia di persone che, nel loro lavoro, svolgono attività non commisurate alla loro preparazione, alla loro qualità.

A questo proposito, ritengo che tenere da parte, non utilizzare quelle persone (in particolar modo quelle di età inferiore ai trent’anni) che col loro talento, con le loro qualità, potrebbero fornire importanti contributi per superare la crisi che stiamo attraversando, sia qualcosa che, prima ancora d’essere ingiusto, è semplicemente stupido, quanto di più stupido possa esserci in una società.

Il dato in tal senso più allarmante (e ancor più grave perché del tutto evidente) è lo stretto legame che nel nostro Paese esiste tra l’inefficienza della società e la difficoltà dei giovani talentuosi ad emergere.

Si badi bene che questa difficoltà è strettamente collegata alla mediocrità (a volte davvero imbarazzante) che caratterizza gran parte della cosiddetta classe dirigente. I mediocri non amano certo essere circondati da chi ha talento, e questo per il semplice fatto che l’affermazione del merito farebbe emergere inevitabilmente la loro mediocrità.

Il guaio della nostra società è che più elevato è il numero dei mediocri che occupano posti di responsabilità più grande è la difficoltà di chi ha talento ad affermarsi, ad avere il successo che merita.

Ricorrendo alla suddivisione in categorie di Carlo M. Cipolla, è proprio degli stupidi procurare un danno agli altri senza avere benefici per sé, o comunque ottenendo benefici di entità inferiore a quella del danno prodotto dal loro comportamento. Va però tenuto conto del fatto che quanto più l’entità dei benefici procurati a se stessi si avvicina a quella del danno procurato agli altri tanto più il modo di agire di chi ha causato il danno si avvicina a quello tipico del bandito.

Annunci

A che serve disporre di tanti dati se poi si decide senza tenerne conto?

23 Feb

Come risulta ormai evidente, nel corso del secolo scorso, caratterizzato da uno sviluppo industriale che ha modificato come mai prima di allora la vita di gran parte degli esseri umani, le cose sono andate avanti senza tenere in alcun conto le implicazioni, le conseguenze, che le scelte adottate nel corso degli anni e le conseguenti azioni messe in atto avrebbero avuto sull’ambiente, sulla collettività, senza cioè tener conto degli effetti che si sarebbero prodotti nel tempo.

Molte di quelle scelte, all’origine delle criticità di oggi, sono state a suo tempo condivise, a conferma del fatto che condividere non significa nulla in termini di correttezza di una scelta.

La correttezza di una scelta non deriva infatti dal fatto che la si è presa con una più o meno ampia condivisione, ma dalle conseguenze che questa produrrà nel tempo.

Quella che è mancata (e che continua a mancare anche oggi) è la visione del futuro, è la capacità di guardare avanti.

Il cuore del problema sta nel fatto che, in molti casi, scelta e manifestazione delle sue conseguenze non sono contemporanee.

Tra il momento in cui viene presa una decisione e quello in cui se ne evidenzia la correttezza o meno passa del tempo, a volte anche tanto (è proprio vero che dal frutto si conosce l’albero).

E se, per pura ipotesi e limitatamente agli inizi del secolo scorso, i nostri predecessori avrebbero potuto sostenere di non disporre di chiare indicazioni sulle conseguenze delle loro scelte (ammesso che ne fossero interessati), di certo non è questa la condizione nella quale ci troviamo da parecchi anni.

Se c’è una cosa che caratterizza i tempi che stiamo vivendo credo sia proprio un eccesso di informazioni, un’immensa moltitudine di dati (spesso assolutamente inutili), che la moderna tecnologia ci mette a disposizione.

Il fatto però che oggi, pur disponendo di una quantità impressionante di informazioni, si continuino a prendere decisioni dalle quali si sa che col tempo deriveranno conseguenze dannose, sia per l’ambiente che per la collettività, è la migliore conferma del fatto che alcune scelte del recente passato, all’origine di vere tragedie, sarebbero state prese comunque, anche se  (come nel caso del Vajont) si fosse stati in possesso di dati che le sconsigliavano.

Quello che il potere teme sono i fatti, non le parole

20 Feb

A proposito delle polemiche suscitate dall’intervento di alcuni mesi fa di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, invitato a parlare ad un convegno organizzato dal Partito dei comunisti italiani, quello che considero l’aspetto più singolare è che la colpa di cui si sarebbe macchiato il magistrato palermitano è quella di essersi dichiarato apertamente un partigiano della Costituzione.

L’aspetto davvero incredibile di questa vicenda è che, per questa sua dichiarazione, definita “particolarmente vistosa e inopportuna” da parte del Csm, adesso per Antonio Ingroia potrebbero esserci gravi conseguenze negative sulla sua carriera di magistrato, viste le decisioni prese giorni fa dallo stesso Csm.

Quello che, secondo me, ha suscitato la reazione di alcuni personaggi politici e la (conseguente?) nota di richiamo del Csm non è tanto quanto detto da Antonio Ingroia (dire di essere un partigiano della Costituzione, vale a dire della madre di tutte le leggi, è infatti dire un’ovvietà, specialmente se a dirlo è un magistrato) né l’enfasi (probabilmente eccessiva) con la quale sono state pronunciate queste semplici parole, quanto piuttosto il fatto che ad averle dette è stato un magistrato che da anni si occupa di certi processi.

Ingroia, col suo intervento (sicuramente non privo di retorica), ha semplicemente dato il pretesto, a chi non aspettava altro, per un ulteriore attacco a quei magistrati che conducono indagini su determinati soggetti.

A dare fastidio non è quello che dici ma quello che fai, non sono le parole che usi ma i fatti che determini.

Chi conosce la Storia di questo Paese sa bene che chi, nel suo lavoro, qualunque sia l’ambiente nel quale opera, tocca certi interessi consolidati, deve mettere nel conto che chi è stato “disturbato” troverà, sempre e comunque, il modo di fargliela pagare.

A proposito delle primarie del PD di Genova

14 Feb

Il risultato delle primarie di Genova del Partito Democratico è stato interpretato da molti osservatori politici come una vittoria della cosiddetta “antipolitica”, come un voto “contro”.

In realtà è vero esattamente il contrario; la vittoria di Marco Doria – più netta di quanto non dicano i numeri, che pure parlano chiaro – rappresenta infatti un chiaro segnale di voglia di politica, di politica vera, che oltre 25.000 genovesi hanno espresso col loro voto, un voto “a favore”.

La lettura che molti hanno dato del voto (basti pensare alle dichiarazioni rese dal sindaco uscente) è l’ennesima dimostrazione del fatto che in questo Paese si fa tanta fatica a capire, ad accettare , che la politica vera – quella che i genovesi hanno chiesto col loro voto a Marco Doria – è cosa ben diversa da quella cosa penosa alla quale l’hanno ridotta alcuni – per la gran parte grigi funzionari di partito – selezionati grazie al classico metodo della cooptazione.

L’errore del quale ci si deve liberare è quello di ritenere che la politica consista soprattutto nella gestione del potere, che sia roba da “professionisti della politica”.

A questo punto c’è solo da augurarsi che Marco Doria sappia parlare in modo chiaro, responsabile, ai cittadini genovesi e che dimostri coi fatti d’intendere la politica per quello che è veramente – promozione del bene comune -, cominciando a circondarsi esclusivamente di persone perbene.

Quello che dovrebbe interessare è il lavoro, non il posto di lavoro

10 Feb

In occasione delle recenti dichiarazioni sul posto fisso rilasciate da Monti, Fornero e Cancellieri e delle polemiche che queste “uscite” hanno provocato si è assistito, ancora una volta, all’immediato formarsi di due schieramenti, di due tifoserie, com’è ormai abitudine nel nostro Paese.

Osservando le rispettive posizioni, ho notato che le due “squadre” si sono divise sull’aggettivo (fisso), ma non sul sostantivo (posto).

Più che continuare ad assistere a interminabili divisioni tra tifosi (da una parte, in quest’ultimo caso, quelli del posto fisso e dall’altra quelli del posto temporaneo), quel che dovremmo augurarci che accada è che gli italiani imparino a superare il concetto del “posto” e si concentrino sulle misure da adottare perché “lavoro” abbia quel significato, quella dignità che spetta a questa parola.

Quello di cui bisognerebbe rendersi conto è che l’importante non è creare nuovi posti di lavoro, ma prendere misure finalizzate alla creazione di nuove occasioni di lavoro, di nuovi lavori.

Il “posto di lavoro” è un’espressione che richiama il concetto di occupazione, non quello di produzione di qualcosa (del risultato cioè del lavoro); quella che questa espressione fa venire in mente è la condizione di chi occupa un posto e che per questo motivo, semplicemente per questo, viene pagato (viene in mente quel che tipicamente accade in un ente pubblico o in una grande azienda).

Le persone non vanno tenute occupate, vanno messe in condizione di esprimere le loro potenzialità, di fare quel che sanno fare meglio, di svolgere un lavoro gratificante (non solo sotto il profilo economico).

Parlare in termini di “lavoro” richiama invece il concetto di risultato (fare, creare, produrre qualcosa, non necessariamente qualcosa di concreto); la condizione che in questo caso viene richiamata è quella di chi svolge un’attività e che per questa sua attività viene pagato (attività non necessariamente svolta alle dipendenze di qualcuno).

Aver parlato per tanti anni in termini di posti di lavoro ha prodotto, come risultato, la mentalità del posto, non del lavoro.

In Italia, soprattutto nel Sud, si è pensato per decenni a distribuire (in alcuni casi a promettere) posti di lavoro in cambio del voto, non a creare occasioni di lavoro.

“Mio figlio si è sistemato, ha un bel posto”, dicono tante mamme del Sud (non dicono: mio figlio fa delle belle cose).

Quello che molti hanno cercato in questo Paese è un posto, non un lavoro e pur di vivere nella condizione, comoda, di “occupanti di un posto” e non di “autori di qualcosa”, hanno accettato paghe basse.

Quello al quale si è assistito è un vero e proprio scambio, fra chi non richiede il raggiungimento di un risultato e chi, in cambio, accetta di prendere una paga bassa.

In realtà si dovrebbe essere pagati non perché si occupa un posto ma perché si svolge un’attività, perché si fa qualcosa e più alta è la qualità del proprio lavoro più alta dovrebbe essere la ricompensa.

A proposito dell’articolo 18

9 Feb

La discussione alla quale stiamo assistendo da alcuni mesi a questa parte a proposito dell’articolo 18 mi ricorda tanto la cosiddetta petizione di principio, termine col quale s’intende un ragionamento viziato da un classico errore di logica elementare, quello di assumere come premessa qualcosa di non dimostrato.

S’imposta cioè un ragionamento basandolo su premesse che si danno per scontate quando invece sono tutte da dimostrare.

Nel caso in questione, quello che chi è contrario all’articolo 18 vuol far credere è che la principale causa della mancata crescita del nostro Paese vada individuata proprio in questa norma, ed è per questo motivo che sostiene che la sua abolizione rappresenti la condizione necessaria per la creazione di nuovi posti di lavoro.

Ebbene, il fatto che l’articolo 18 costituisca il principale ostacolo alla crescita è una circostanza non solo non dimostrata ma anzi non vera.

Se in questo Paese si fosse capaci di ragionare basandosi su dati di fatto, fuori da banali schemi precostituiti, non ci si nasconderebbe dietro il fatto che la mancanza di investimenti è, semplicemente, la conseguenza della mancanza di veri imprenditori (la gran parte di quelli che da noi passano per tali dipendono in realtà dal potere politico, incapaci come sono di reggere una sana competizione) e del permanere di una serie di elementi negativi, quali, per esempio, l’elevato peso delle tasse (all’origine  del cosiddetto “cuneo fiscale”, cioè della sensibile differenza fra quanto un lavoratore percepisce in busta paga e quanto lo stesso lavoratore costa al suo datore di lavoro), una normativa sugli appalti “lunare”, una giustizia civile praticamente inesistente, una burocrazia inefficiente e corrotta, una criminalità organizzata incompatibile con un Paese civile.

Altro che articolo 18!

Ma la colpevolezza non è solo quella penale.

7 Feb

Il vero problema di questo Paese (problema per il quale non vedo proprio soluzioni di sorta) non è tanto il fatto che esistano tanti “comandanti Schettino” quanto quello che tante persone non si rendano conto dell’assurdità, dell’ingiustificabilità, dell’inconcepibilità di certi comportamenti (tipo quello tenuto da Schettino dopo l’urto della nave contro gli scogli).

A proposito di comportamenti inconcepibili, che dire del caso dell’ex tesoriere della Margherita, Lusi?

E del fatto che nessuno si sia accorto di nulla (questo è almeno quello che vorrebbero far credere)?

E del fatto che solo ora i revisori dichiarino che forse c’era qualcosa di poco chiaro nella contabilità?

E che dire poi del comportamento tenuto dal sindaco di Roma in occasione della recente nevicata e della barzelletta (!) di confondere i millimetri di pioggia con i centimetri di neve?

Il fatto è che più risulta evidente la pochezza di certi politici più grave risulta essere la responsabilità dei cittadini italiani, colpevoli di aver consentito che avvenisse lo sfacelo di questo Paese, affidandone la gestione a personaggi da operetta, e in parecchi casi da galera.

Ormai da noi vige il principio per il quale esiste un’unica responsabilità, quella penale.

In forza di questo principio, gli unici comportamenti che gli italiani ritengono possano essere giudicati colpevoli sono esclusivamente quelli che abbiano una rilevanza penale.

Il risultato di questo singolare modo di pensare è che nel nostro Paese per poter parlare di colpevolezza di una persona (senza che peraltro questo significhi, nel caso di esponenti politici, la loro messa al bando dalla vita pubblica) bisogna attendere il terzo grado di giudizio.

E a volte non è sufficiente nemmeno quello!

A proposito di conservare e cambiare

5 Feb

Chissà per quali motivi il verbo “cambiare” viene quasi sempre associato a significati positivi mentre, al contrario, “conservare” viene considerato l’espressione di qualcosa di negativo.

In realtà “cambiare” non ha alcun connotato intrinseco di positività, così come “conservare”, di per sé, non ha un significato negativo.

Dipende, com’è ovvio, da che cosa si vuole “conservare”, da che cosa si vuole introdurre attraverso un cambiamento.

In ogni caso la persona razionale sa bene come comportarsi, sa qual è la cosa giusta da fare quando si deve decidere se cambiare o no: entrare nel merito dei problemi, approfondire gli argomenti, rifiutarsi di fare il tifo, di schierarsi cioè a favore di una tesi o di un’altra a prescindere dal merito delle questioni.

Conservare l’integrità di un parco naturale, per esempio, così come mantenere vivi i principi ispiratori della nostra Costituzione, o ancora conservare la capacità di sognare (senza però per questo abbandonarsi ai sogni) sono esempi di casi in cui “conservare” ha un significato certamente positivo.

Al contrario, opporsi al cambiamento per poter così mantenere ingiustificati privilegi, rifiutarsi di riconoscere le ragioni di chi non la pensa come noi, non accettare di modificare le proprie opinioni quando la realtà dei fatti ne dimostra la debolezza, sono esempi in cui il verbo “conservare” assume un significato negativo.

Analogo discorso vale per il verbo “cambiare”.

Un conto, per esempio, è cambiare perché la situazione in cui ci si trova non è più accettabile, non è più sostenibile, un altro conto è cambiare per il semplice gusto di cambiare, per seguire una moda e magari, in conseguenza del cambiamento, venirsi a trovare in una situazione peggiore di quella lasciata.

Se, come nel caso del famoso enigma delle tre porte, ci rendiamo conto che cambiare significa aumentare le probabilità di successo, allora non dobbiamo indugiare nel modificare la nostra scelta iniziale, dobbiamo cambiare.

Se invece ci rendiamo conto che il cambiamento (magari promosso facendosi scudo di un interessato malinteso riguardo all’idea di progresso) comporta la perdita di qualcosa d’importante oppure significa un peggioramento della situazione nella quale ci si trova, allora dobbiamo opporci al cambiamento, dobbiamo lottare per conservare.

Santa Margherita Ligure ha mantenuto gran parte del suo fascino (a differenza della confinante Rapallo) grazie al fatto che negli anni sessanta il suo sindaco si oppose al “cambiamento” (promosso da chi era interessato alla speculazione edilizia).

La “Riserva dello Zingaro” (vale a dire uno degli angoli più belli della costa tirrenica della Sicilia) è potuta nascere grazie alla fermezza con cui negli anni settanta ci si oppose al progetto della strada che alcuni avevano in mente di realizzare per collegare San Vito Lo Capo a Scopello.

Nella fase storica che stiamo vivendo è invece decisamente importante attuare un importante cambiamento, quello che riguarda i nostri stili di vita. Ostinarsi a non cambiare, a conservare i ritmi di crescita del consumo delle risorse a nostra disposizione è un chiaro esempio in cui il verbo “cambiare” assume un significato sicuramente positivo.

Ma cos’è, dov’è, cosa fa il popolo italiano?

4 Feb

Ma cos’è, dov’è, cosa fa il popolo italiano?.

Ma cos’è, dov’è, cosa fa il popolo italiano?

4 Feb

In una democrazia il referendum è lo strumento che il popolo ha a disposizione per esercitare, in maniera diretta, la sua sovranità.

In occasione dei referendum del 1993 il popolo italiano aveva votato, a larghissima maggioranza, per l’abrogazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Nonostante che il legislatore sia vincolato al rispetto della volontà espressa dal popolo attraverso il referendum, i partiti italiani non solo hanno continuato a farsi finanziare col denaro pubblico (con evidente disprezzo della tanto invocata “volontà popolare”) ma hanno addirittura dimostrato di ritenere di potersi permettere di prendere impunemente per i fondelli milioni di persone (i cosiddetti “rimborsi” risultano infatti superiori alle spese, con evidente spregio del significato della parola “rimborso”).

La storia si è ripetuta l’anno scorso, coi referendum del 12 e 13 giugno.

Anche in questo caso i cosiddetti “rappresentanti del popolo” hanno totalmente ignorato la volontà espressa dai cittadini.

Mi sembra che questi due casi di mancato rispetto della volontà popolare siano indicativi del fatto che la democrazia, nel nostro Paese, è soltanto una semplice parola, priva di riscontri nei fatti, e non una realtà.

E a proposito della distanza, sempre più evidente nel nostro Paese, fra teoria e realtà, che senso ha fare continuamente riferimento alla nostra Costituzione, quando già leggendo il suo primo articolo ci si rende conto del suo essere stata scritta sull’acqua?

Rileggiamolo l’articolo 1 della nostra legge fondamentale:

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Adesso proviamo a confrontarlo con la realtà:

“L’Italia è una Repubblica fondata sulla ricerca del lavoro. La sovranità appartiene ai partiti, che la esercitano nelle forme e nei modi che ritengono a loro più utili”.

Cos’altro ci vuole perché il popolo si renda conto del fatto che quello nel quale viviamo non è un Paese effettivamente democratico? E che non ha alcun senso continuare a dipendere da semplici associazioni di privati (quali sono i partiti)?

Ovviamente, quando parlo di popolo mi riferisco a quello reale, a quello che popola le strade, le piazze, i treni, a quel popolo senza la cui adesione nessun cambiamento è possibile.

Ricordo a questo proposito un episodio storico davvero emblematico di che cosa vuol dire la mancata adesione del popolo ad un progetto di cambiamento: il totale fallimento della Repubblica napoletana del 1799.

Come la Storia ha dimostrato, la causa principale di quel fallimento fu la mancata adesione popolare.

I repubblicani del 1799, peraltro in buona parte personalità di grande rilievo e cultura, erano persone assolutamente lontane dalla conoscenza dei reali bisogni del popolo napoletano.

Proprio come alcuni promotori di cambiamento di oggi, che si illudono, per esempio, che il popolo sia quello di facebook o di twitter.

La conclusione è sempre la stessa, il misero fallimento cui sono destinate le iniziative velleitarie.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: