Ma cos’è, dov’è, cosa fa il popolo italiano?

4 Feb

In una democrazia il referendum è lo strumento che il popolo ha a disposizione per esercitare, in maniera diretta, la sua sovranità.

In occasione dei referendum del 1993 il popolo italiano aveva votato, a larghissima maggioranza, per l’abrogazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti.

Nonostante che il legislatore sia vincolato al rispetto della volontà espressa dal popolo attraverso il referendum, i partiti italiani non solo hanno continuato a farsi finanziare col denaro pubblico (con evidente disprezzo della tanto invocata “volontà popolare”) ma hanno addirittura dimostrato di ritenere di potersi permettere di prendere impunemente per i fondelli milioni di persone (i cosiddetti “rimborsi” risultano infatti superiori alle spese, con evidente spregio del significato della parola “rimborso”).

La storia si è ripetuta l’anno scorso, coi referendum del 12 e 13 giugno.

Anche in questo caso i cosiddetti “rappresentanti del popolo” hanno totalmente ignorato la volontà espressa dai cittadini.

Mi sembra che questi due casi di mancato rispetto della volontà popolare siano indicativi del fatto che la democrazia, nel nostro Paese, è soltanto una semplice parola, priva di riscontri nei fatti, e non una realtà.

E a proposito della distanza, sempre più evidente nel nostro Paese, fra teoria e realtà, che senso ha fare continuamente riferimento alla nostra Costituzione, quando già leggendo il suo primo articolo ci si rende conto del suo essere stata scritta sull’acqua?

Rileggiamolo l’articolo 1 della nostra legge fondamentale:

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Adesso proviamo a confrontarlo con la realtà:

“L’Italia è una Repubblica fondata sulla ricerca del lavoro. La sovranità appartiene ai partiti, che la esercitano nelle forme e nei modi che ritengono a loro più utili”.

Cos’altro ci vuole perché il popolo si renda conto del fatto che quello nel quale viviamo non è un Paese effettivamente democratico? E che non ha alcun senso continuare a dipendere da semplici associazioni di privati (quali sono i partiti)?

Ovviamente, quando parlo di popolo mi riferisco a quello reale, a quello che popola le strade, le piazze, i treni, a quel popolo senza la cui adesione nessun cambiamento è possibile.

Ricordo a questo proposito un episodio storico davvero emblematico di che cosa vuol dire la mancata adesione del popolo ad un progetto di cambiamento: il totale fallimento della Repubblica napoletana del 1799.

Come la Storia ha dimostrato, la causa principale di quel fallimento fu la mancata adesione popolare.

I repubblicani del 1799, peraltro in buona parte personalità di grande rilievo e cultura, erano persone assolutamente lontane dalla conoscenza dei reali bisogni del popolo napoletano.

Proprio come alcuni promotori di cambiamento di oggi, che si illudono, per esempio, che il popolo sia quello di facebook o di twitter.

La conclusione è sempre la stessa, il misero fallimento cui sono destinate le iniziative velleitarie.

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