Quello che dovrebbe interessare è il lavoro, non il posto di lavoro

10 Feb

In occasione delle recenti dichiarazioni sul posto fisso rilasciate da Monti, Fornero e Cancellieri e delle polemiche che queste “uscite” hanno provocato si è assistito, ancora una volta, all’immediato formarsi di due schieramenti, di due tifoserie, com’è ormai abitudine nel nostro Paese.

Osservando le rispettive posizioni, ho notato che le due “squadre” si sono divise sull’aggettivo (fisso), ma non sul sostantivo (posto).

Più che continuare ad assistere a interminabili divisioni tra tifosi (da una parte, in quest’ultimo caso, quelli del posto fisso e dall’altra quelli del posto temporaneo), quel che dovremmo augurarci che accada è che gli italiani imparino a superare il concetto del “posto” e si concentrino sulle misure da adottare perché “lavoro” abbia quel significato, quella dignità che spetta a questa parola.

Quello di cui bisognerebbe rendersi conto è che l’importante non è creare nuovi posti di lavoro, ma prendere misure finalizzate alla creazione di nuove occasioni di lavoro, di nuovi lavori.

Il “posto di lavoro” è un’espressione che richiama il concetto di occupazione, non quello di produzione di qualcosa (del risultato cioè del lavoro); quella che questa espressione fa venire in mente è la condizione di chi occupa un posto e che per questo motivo, semplicemente per questo, viene pagato (viene in mente quel che tipicamente accade in un ente pubblico o in una grande azienda).

Le persone non vanno tenute occupate, vanno messe in condizione di esprimere le loro potenzialità, di fare quel che sanno fare meglio, di svolgere un lavoro gratificante (non solo sotto il profilo economico).

Parlare in termini di “lavoro” richiama invece il concetto di risultato (fare, creare, produrre qualcosa, non necessariamente qualcosa di concreto); la condizione che in questo caso viene richiamata è quella di chi svolge un’attività e che per questa sua attività viene pagato (attività non necessariamente svolta alle dipendenze di qualcuno).

Aver parlato per tanti anni in termini di posti di lavoro ha prodotto, come risultato, la mentalità del posto, non del lavoro.

In Italia, soprattutto nel Sud, si è pensato per decenni a distribuire (in alcuni casi a promettere) posti di lavoro in cambio del voto, non a creare occasioni di lavoro.

“Mio figlio si è sistemato, ha un bel posto”, dicono tante mamme del Sud (non dicono: mio figlio fa delle belle cose).

Quello che molti hanno cercato in questo Paese è un posto, non un lavoro e pur di vivere nella condizione, comoda, di “occupanti di un posto” e non di “autori di qualcosa”, hanno accettato paghe basse.

Quello al quale si è assistito è un vero e proprio scambio, fra chi non richiede il raggiungimento di un risultato e chi, in cambio, accetta di prendere una paga bassa.

In realtà si dovrebbe essere pagati non perché si occupa un posto ma perché si svolge un’attività, perché si fa qualcosa e più alta è la qualità del proprio lavoro più alta dovrebbe essere la ricompensa.

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