Quello che il potere teme sono i fatti, non le parole

20 Feb

A proposito delle polemiche suscitate dall’intervento di alcuni mesi fa di Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, invitato a parlare ad un convegno organizzato dal Partito dei comunisti italiani, quello che considero l’aspetto più singolare è che la colpa di cui si sarebbe macchiato il magistrato palermitano è quella di essersi dichiarato apertamente un partigiano della Costituzione.

L’aspetto davvero incredibile di questa vicenda è che, per questa sua dichiarazione, definita “particolarmente vistosa e inopportuna” da parte del Csm, adesso per Antonio Ingroia potrebbero esserci gravi conseguenze negative sulla sua carriera di magistrato, viste le decisioni prese giorni fa dallo stesso Csm.

Quello che, secondo me, ha suscitato la reazione di alcuni personaggi politici e la (conseguente?) nota di richiamo del Csm non è tanto quanto detto da Antonio Ingroia (dire di essere un partigiano della Costituzione, vale a dire della madre di tutte le leggi, è infatti dire un’ovvietà, specialmente se a dirlo è un magistrato) né l’enfasi (probabilmente eccessiva) con la quale sono state pronunciate queste semplici parole, quanto piuttosto il fatto che ad averle dette è stato un magistrato che da anni si occupa di certi processi.

Ingroia, col suo intervento (sicuramente non privo di retorica), ha semplicemente dato il pretesto, a chi non aspettava altro, per un ulteriore attacco a quei magistrati che conducono indagini su determinati soggetti.

A dare fastidio non è quello che dici ma quello che fai, non sono le parole che usi ma i fatti che determini.

Chi conosce la Storia di questo Paese sa bene che chi, nel suo lavoro, qualunque sia l’ambiente nel quale opera, tocca certi interessi consolidati, deve mettere nel conto che chi è stato “disturbato” troverà, sempre e comunque, il modo di fargliela pagare.

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