Archivio | marzo, 2012

A proposito di Sicilia

26 Mar

Ho sempre trovato strano che, nonostante la durata quasi doppia del periodo arabo rispetto a quello normanno, i siciliani tengano più alla discendenza normanna che a quella araba, della quale anzi sembra che a volte quasi si vergognino.

In realtà la presenza araba in Sicilia è, assieme alla spagnola ed alla greco-bizantina, quella che ha lasciato le tracce più profonde (non solo nell’arte), quella che ha maggiormente inciso sulla natura dei siciliani, sul loro carattere, sulle loro abitudini.

La città di Palermo, per esempio, si è praticamente formata nel corso del X secolo, vale a dire nel pieno del periodo arabo e nei mille anni successivi ha conservato pressoché intatta la conformazione assunta allora.

Chissà quanti degli odierni siciliani sanno che molte delle parole che usano comunemente, di quelle a loro più familiari, sono chiari segni del periodo arabo.

Ne elenco solo alcune fra le tante: mischino (termine col quale a Palermo si indica un povero diavolo), da mischiin; Bagheria, la città natale di Renato Guttuso, da al-baharr (vicino al mare); Mongibello, che letteralmente significa monte-monte (gebel); Punta Raisi, che letteralmente significa punta-punta (raìs vuol dire punta, capo, anche nel significato di comandante: il capo dei pescatori della tonnara si chiama raìs); Cassaro (l’odierno corso Vittorio Emanuele II di Palermo), da Qasr (castello, palazzo), parola derivante a sua volta dal termine latino castrum; Regaleali, una delle più note case vinicole siciliane, dal toponimo Rahl Ali (casale di Ali); Sciascia, vanto della Sicilia nel mondo, da sciascià (copricapo arabo); sorbetto (da shorbet), unione della neve dell’Etna col succo delle arance della piana di Catania.

Chi visita il Palazzo Reale di Palermo si soffermi sull’iscrizione trilingue (arabo, greco e latino) del 1142 che ricorda la costruzione di un orologio idraulico voluta da Ruggero II; l’importanza di questo documento non sta tanto nel fatto che testimonia il forte legame della città di Palermo con il periodo arabo quanto in quello che evidenzia come sia radicata nei siciliani, da sempre, l’abitudine di convivere con culture diverse.

Ne è conferma il fatto che molte delle parole che i siciliani usano comunemente quando parlano in dialetto derivano, oltre che dall’arabo, anche dal greco, dal latino, dallo spagnolo, dall’inglese, dal francese; il triste è che non si rendono conto dell’enorme serbatoio culturale al quale attingono.

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Gustando un carciofo “ca tappa ‘e l’uovo”

20 Mar

In un mondo sempre più standardizzato, omogeneizzato, tendente ad essere banalmente uguale, dove le persone si sono (sono state) ridotte a vestire allo stesso modo, ad abitare in case arredate con gli stessi mobili, a vedere gli stessi programmi televisivi, ad andare in  vacanza negli stessi posti, dove anche il pensiero è stato ormai pressoché omologato, ciò che ancora resiste a questa prepotente tendenza a rendere tutto uguale, a cancellare le diversità, ciò che consente ancora di distinguere un popolo da un altro, una comunità da un’altra, è la cucina.

Anche se molte persone non se ne rendono affatto conto (per loro “cucinare” viene banalmente associato all’idea di “mangiare”), la cucina è una cosa estremamente seria e la sua importanza, il suo valore non dipendono soltanto dall’essere una fonte di piacere come poche altre nella vita.

La cucina è un’arte, non basta disporre dei migliori ingredienti, bisogna saperli utilizzare correttamente, coi tempi di cottura giusti.

Certi piatti, in particolare, rappresentano il carattere distintivo più resistente della cultura di un popolo e fino a quando saranno vivi, finché ci sarà qualcuno capace di cucinarli come si deve, la totale omologazione non sarà mai possibile.

Niente come certi sapori, come certi odori, ha il potere di risvegliare in noi certi ricordi, in particolare quelli della nostra infanzia, del nostro tempo perduto.

Quando, per esempio, sento l’odore che emanano le alghe secche sulla riva del mare e, più ancora, quello di mandorla che si sprigiona quando apro un barattolo di colla “Coccoina” torno, in una frazione di secondo, a quand’ero bambino, a quando trascorrevo i mesi estivi al mare, a quando raccoglievo figurine.

L’odorato, com’è noto, è il nostro senso più sviluppato, quello che più a fondo rimane impresso nel nostro cervello.

Ultimamente, in un ristorante palermitano, mi sono imbattuto in una vera madeleine, e questa volta ad agire è stato il senso del gusto; mi è successo davanti ad un carciofo “ca tappa ‘e l’uovo”, piatto simbolo della più autentica cucina palermitana, una vera prelibatezza.

Ho esitato parecchio ad ordinarlo (per la prima volta l’avrei mangiato non a casa mia), combattuto fra il desiderio, la voglia, di gustare un piatto al quale sono molto legato, di riprovare certe sensazioni, e la paura che all’attesa potesse seguire una grossa delusione.

L’atmosfera (casalinga) che ho “sentito” nel locale che avevo attentamente selezionato per quest’esperienza mi ha guidato nella scelta e il risultato è stato davvero positivo.

Temevo innanzitutto che la salsa di pomodoro – da me considerata un indicatore chiave della capacità di cucinare – non fosse della giusta consistenza (guai se è troppo densa o, peggio ancora, se troppo liquida, nel qual caso la qualifico, con sommo disprezzo, col termine “acqua”), che la frittatina che fa da tappo (da qui il nome del piatto) non fosse all’altezza del suo compito, che le foglie esterne del carciofo fossero dure.

Per fortuna tutto è andato secondo le attese e così son potuto ritornare per qualche istante indietro nel tempo.

Ma che cos’è questa “società civile”?

7 Mar

Da una decina d’anni a questa parte (all’incirca dalla nascita dei cosiddetti “girotondi”) in questo Paese non si fa altro che parlare di “società civile”, termine col quale si vorrebbe indicare chi non fa parte del mondo della politica, di quell’insieme cioè composto da parlamentari nazionali, consiglieri regionali, provinciali, comunali.

“Società civile” dovrebbe, per esempio, stare ad indicare organizzazioni, associazioni, che rappresentano il mondo del lavoro, gruppi di persone, settori di società, che condividono uno stesso interesse.

Il messaggio che attraverso l’uso che si fa di questo termine si vorrebbe far passare è che nella società italiana esisterebbe un insieme (non ben identificato) formato da persone in possesso di qualità positive, in opposizione ad un altro insieme (la cosiddetta “casta” dei politici), formato da persone che impersonificano il “male”: il solito vecchio vizio italico di voler sempre suddividere l’umanità in due fazioni, tra loro contrapposte.

Secondo questa visione, da una parte ci starebbero i “buoni” e dall’altra i “cattivi”, dove (si badi bene) i “buoni” sarebbero tali non per aver dato prova di esserlo ma solo per il fatto di non appartenere alla fazione opposta: si qualifica, cioè, per negazione dell’opposto.

Avendo diviso il mondo in due fazioni (da una parte gli Alfa e dall’altra i Beta), è sufficiente quindi che il Sig. Rossi non appartenga agli Alfa perché venga iscritto (d’ufficio) alla fazione Beta, e questo (occhio!) anche senza che il Sig. Rossi avesse mai dichiarato di appartenere a questa fazione.

Quello che non sfiora i sostenitori di questa visione del mondo (che, prima ancora che pericolosa, è indice di un’assoluta povertà di pensiero) non è solo il fatto che la realtà non è affatto suddivisibile in questa rozza maniera ma soprattutto il fatto che il Sig. Rossi potrebbe benissimo non far parte degli Alfa ma non per questo appartenere ai Beta, né a nessun’altra fazione.

Non ci si può approcciare alla società reale come se si dovesse risolvere un sudoku (dove l’obiettivo viene raggiunto procedendo per esclusione), né, a maggior ragione, come se si fosse in presenza di un sistema binario, dove, esistendo due sole condizioni possibili (“on” e “off”), se non ci si trova nella condizione “on” ci si deve trovare, necessariamente, in quella “off”.

L’errore fondamentale alla base di questo ragionamento consiste nel ritenere che l’intera società italiana possa essere pensata come se fosse un tutto composto soltanto da due insiemi omogenei, tra di loro nettamente separati, il primo formato dalla “casta” dei politici e l’altro formato da chi non fa parte del primo insieme.

E nel ritenere che una parte, una piccola parte dell’insieme che non fa parte della “casta” dei politici, possa essere considerata rappresentativa della sua totalità.

In conclusione, credo sarebbe ora di finirla di far ricorso a termini assolutamente privi di significato, usati come banali slogan.

Ma chi è che ha dato il proprio voto a soggetti impresentabili? La “società civile”.

Chi da sempre fa affari con la (e grazie alla) mafia? La “società civile”.

Chi ha deturpato il paesaggio, chi ha reso invivibili luoghi una volta splendidi? Sempre la cosiddetta “società civile”.

Se davvero in questo Paese fosse mai esistita una effettiva società civile, le cose non sarebbero arrivate dove sono arrivate.

Brevi riflessioni sulla democrazia

5 Mar

Un elemento che molto spesso chi sostiene il valore della democrazia tende a non considerare, a volte quasi a rimuovere, è che la finalità delle votazioni è quella di stabilire cosa fare.

Ovviamente, prima ancora di stabilire cosa fare, è essenziale essere d’accordo su come stabilire cosa fare; vanno cioè preliminarmente definite e condivise le “regole del gioco”, le procedure da seguire per arrivare a decidere su cosa fare e cosa non fare.

Caratteristica chiave del voto democratico è che tutti devono impegnarsi in anticipo ad accettare le decisioni che verranno prese seguendo le regole condivise, qualunque sia la loro portata.

In democrazia, com’è noto, le decisioni vengono prese a maggioranza, ben sapendo che non è affatto detto che le decisioni così prese risultino, per ciò stesso, giuste.

Se consideriamo la forma di governo nella quale viviamo possiamo senz’altro affermare che si tratta, come stanno a dimostrare tanti episodi che sempre più spesso accadono nel nostro Paese, di una cosa ben diversa da una vera democrazia, avendo ormai da tempo chiaramente assunto le caratteristiche di una vera e propria oligarchia.

Il potere, quello effettivo, è infatti nelle mani di pochi individui (e non mi riferisco soltanto a soggetti appartenenti alla “casta” dei politici).

Questi soggetti, più che preoccuparsi di promuovere il bene comune, badano, prima di tutto, ad utilizzare il potere di cui godono per difendere i loro personali interessi.

La situazione è ancora più lontana da quella che dovrebbe essere una democrazia se si pensa che chi occupa posti di potere decisionale non lo fa perché eletto dai cittadini, ma perché nominato (molto spesso cooptato), per di più sulla base di criteri assolutamente non trasparenti.

Si dovrebbe poi tener presente che in una democrazia rappresentativa, qual è quella nella quale formalmente viviamo, la legittimità del potere non dipende soltanto dalla conformità dell’azione governativa alle leggi, ma prima di tutto dalla conformità di questa al mandato politico conferito dai rappresentati.

Chi, in occasione di elezioni, chiede il voto sulla base di un determinato programma non dovrebbe, una volta eletto, assumere decisioni contrarie al mandato politico ricevuto da chi dovrebbe rappresentare.

E comunque, il principio democratico non si esaurisce affatto nella rappresentanza.

La democrazia, infatti, non si fonda tanto sulla forma di governo propriamente detta quanto sulla reale, effettiva, partecipazione del popolo alla vita pubblica, dove “partecipare” significa “prender parte”, essere parte di un insieme, svolgere un ruolo attivo, derivante da questa appartenenza, da questo “esser parte”.

La libertà, come diceva Gaber, è partecipazione.

Molte volte non ci sono parole per esprimere quel che abbiamo in testa

4 Mar

Una delle esperienze più tipicamente umane che a volte capita di sperimentare nella vita è quella di non riuscire a descrivere, ad esprimere, ciò che passa per la mente; ci si rende conto che, pur avendo ben chiaro in testa un determinato concetto, pur sapendo perfettamente quello che si sente, che si prova, non si trovano le parole per dirlo, per comunicarlo.

E le parole non si trovano non perché sia difficile trovarle, ma semplicemente perché non esistono, perché forma non s’accorda molte fiate all’intenzion dell’arte, perch’a risponder la materia è sorda, come diceva il sommo Dante.

Pasolini diceva che la condizione peggiore per gli esseri umani non consiste tanto nell’essere soli, quanto piuttosto nell’essere consapevoli, lucidamente consapevoli, dell’impossibilità di comunicare.

Sant’Agostino, a proposito della difficoltà di definire cos’è il tempo, diceva: se nessuno m’interroga lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so.

L’enorme moltitudine dei libri della famosa Biblioteca di Borges (vale a dire tutto quello che, in tutte le lingue, è possibile esprimere), nasce dalla  combinazione di un limitato numero di elementi: lo spazio, il punto, la virgola, ventidue lettere.

Eppure, nonostante che sia enorme (ma non infinito) il numero delle parole che si possono formare combinando le lettere dell’alfabeto, esistono concetti che non riusciamo ad esprimere, a comunicare, con nessuna delle parole contenute nella Biblioteca.

Alla fine mi rendo conto di una cosa: il nostro cervello (poco più di un chilogrammo di materia) contiene l’universo.

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