A proposito di Sicilia

26 Mar

Ho sempre trovato strano che, nonostante la durata quasi doppia del periodo arabo rispetto a quello normanno, i siciliani tengano più alla discendenza normanna che a quella araba, della quale anzi sembra che a volte quasi si vergognino.

In realtà la presenza araba in Sicilia è, assieme alla spagnola ed alla greco-bizantina, quella che ha lasciato le tracce più profonde (non solo nell’arte), quella che ha maggiormente inciso sulla natura dei siciliani, sul loro carattere, sulle loro abitudini.

La città di Palermo, per esempio, si è praticamente formata nel corso del X secolo, vale a dire nel pieno del periodo arabo e nei mille anni successivi ha conservato pressoché intatta la conformazione assunta allora.

Chissà quanti degli odierni siciliani sanno che molte delle parole che usano comunemente, di quelle a loro più familiari, sono chiari segni del periodo arabo.

Ne elenco solo alcune fra le tante: mischino (termine col quale a Palermo si indica un povero diavolo), da mischiin; Bagheria, la città natale di Renato Guttuso, da al-baharr (vicino al mare); Mongibello, che letteralmente significa monte-monte (gebel); Punta Raisi, che letteralmente significa punta-punta (raìs vuol dire punta, capo, anche nel significato di comandante: il capo dei pescatori della tonnara si chiama raìs); Cassaro (l’odierno corso Vittorio Emanuele II di Palermo), da Qasr (castello, palazzo), parola derivante a sua volta dal termine latino castrum; Regaleali, una delle più note case vinicole siciliane, dal toponimo Rahl Ali (casale di Ali); Sciascia, vanto della Sicilia nel mondo, da sciascià (copricapo arabo); sorbetto (da shorbet), unione della neve dell’Etna col succo delle arance della piana di Catania.

Chi visita il Palazzo Reale di Palermo si soffermi sull’iscrizione trilingue (arabo, greco e latino) del 1142 che ricorda la costruzione di un orologio idraulico voluta da Ruggero II; l’importanza di questo documento non sta tanto nel fatto che testimonia il forte legame della città di Palermo con il periodo arabo quanto in quello che evidenzia come sia radicata nei siciliani, da sempre, l’abitudine di convivere con culture diverse.

Ne è conferma il fatto che molte delle parole che i siciliani usano comunemente quando parlano in dialetto derivano, oltre che dall’arabo, anche dal greco, dal latino, dallo spagnolo, dall’inglese, dal francese; il triste è che non si rendono conto dell’enorme serbatoio culturale al quale attingono.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: