Archivio | aprile, 2012

L’anti-partitismo non è anti-politica

27 Apr

In occasione delle celebrazioni del 25 aprile, il nostro presidente della Repubblica ha lanciato il suo ennesimo monito.

In quest’occasione ha messo in guardia gli italiani contro i pericoli dell’anti-politica, invitandoli a continuare a fidarsi dei partiti e a non “finire per dar fiato a qualche demagogo di turno”.

Per quanto riguarda i partiti (che pure ha invitato a riformarsi), Napolitano ha affermato che nulla può sostituirli.

A parte il fatto che non si capisce per quale motivo nel suo discorso Napolitano non abbia citato apertamente Grillo (è chiaro che era a lui che si riferiva quando parlava di “qualche demagogo di turno”), è evidente che per il nostro capo dello Stato (e così pure per tanti altri osservatori) il Movimento 5 Stelle è un chiaro esempio di anti-politica.

A me sembra invece che il Movimento di Grillo (al di là del merito delle sue prese di posizione) rappresenti la risposta ad un’evidente richiesta di partecipazione alla vita politica espressa da parte di tanti cittadini che mostrano apertamente di non credere alla funzione rappresentativa dei partiti.

La nascita e la crescita del Movimento 5 Stelle sono fenomeni che vanno interpretati come la conseguenza dell’anti-politica dei partiti (e non come causa dell’allontanamento da essi dei cittadini) e sarebbe ora che ci si rendesse conto (e questo da parte di tutti, a partire da Napolitano, che, come capo dello Stato, rappresenta tutti i cittadini italiani e non solo la parte, sempre più piccola, formalmente rappresentata dai partiti) che i partiti non possono essere considerati come la sola, riconosciuta, forma di partecipazione alla vita politica.

Ma come si fa a non vedere l’assurdità della situazione che è davanti agli occhi di tutti (almeno di tutti quelli che hanno ancora occhi per guardare e vedere): alcune associazioni di privati cittadini (tali sono infatti i partiti) hanno di fatto privatizzato lo Stato, vale a dire quanto di più pubblico possa esserci!

Ma come si fa ad invitare i cittadini italiani a continuare a fidarsi di quei partiti che si sono beffeggiati della volontà popolare espressa a suo tempo col referendum che chiedeva l’abrogazione del finanziamento pubblico di queste associazioni?

L’aspetto che trovo più assurdo in tutta questa situazione è che ormai in Italia i comici hanno assunto il ruolo che in un Paese normale sarebbe riservato ai filosofi.

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Tra parlare e scrivere c’è una bella differenza

24 Apr

Le cose importanti si comunicano meglio parlando che scrivendo.

E questo non perché quando comunichiamo a voce facciamo meno fatica a trovare le parole giuste, anzi; la scrittura ci consente infatti di avere più tempo a disposizione per trovare le parole che meglio si adattano a comunicare quello che abbiamo in mente, e questo non accade quando comunichiamo parlando.

Il fatto è che, una volta che compaiono su un testo, le parole sono fisse, immodificabili; succede un po’ come con la pittura, una volta che il pittore ha dipinto il suo quadro le immagini sono quelle fissate sulla tela.

La “superiorità” del dialogo rispetto alla scrittura è collegata al fatto che la comunicazione a voce offre la possibilità d’interloquire con chi ci ascolta, di verificare se quello che diciamo, se il concetto che vogliamo trasmettere con le parole, “passa” a chi ci sta ascoltando ma, soprattutto, dà la possibilità di modulare il discorso su chi ci sta ascoltando.

Parlare ci dà la possibilità, per esempio, in base alla tipologia delle persone che ci ascoltano ed alle reazioni che queste ci manifestano, di modificare il tono della voce, di ritornare su alcuni passi, di far ricorso ad analogie che di volta in volta il contesto nel quale avviene l’esposizione ci può suggerire.

Oratore e ascoltatore possono interagire fra di loro “in diretta”, possono instaurare un dialogo immediato, cosa che evidentemente un lettore non può fare (se non ricorrendo alla scrittura, quando questo è possibile) con l’autore del libro che sta leggendo.

Per di più la scrittura, oltre a non consentire d’interloquire “in diretta”, si presta ad essere fraintesa, con conseguenze a volte senza rimedio.

Va per di più tenuto in conto il fatto che leggendo un testo, così come osservando un quadro, ciascuno di noi percepirà qualcosa e per ognuno questo “qualcosa” sarà diverso, e di certo sarà differente da quello che l’autore aveva in mente di trasmettere, di comunicare, che non riusciremo mai a conoscere.

Nel corso della mia attività lavorativa ho avuto modo di partecipare a tanti convegni, sia in Italia che all’estero, ma sono stati davvero pochi gli interventi che hanno suscitato il mio interesse; quasi sempre li ho trovati di una noia insopportabile, soprattutto quando i relatori si limitavano a leggere, per di più a volte con esasperante monotonia, il testo che avevano preparato e che poi gli ascoltatori avrebbero trovato allegato agli atti del convegno (tanto valeva inviare per posta gli atti del convegno a chi ne faceva richiesta, si sarebbero risparmiati anche un bel po’ di soldi).

Che differenza con le lezioni di latino e greco del prof. Vito Muciaccia e con quelle di meccanica razionale del prof. Giuseppe Colombo!

Il fascino di quelle lezioni non dipendeva tanto dagli argomenti trattati quanto dal fatto che quello che quei professori comunicavano a chi li stava ascoltando andava ben oltre le parole stampate sui libri di testo.

Non a caso Platone sosteneva che andare a scuola da lui era più utile che studiare sui libri.

Il mare unisce, non divide

22 Apr

Poche cose nella vita mi affascinano quanto la vista del mare aperto, quello che i Greci chiamano “πόντος” o “πέλαγος”, per distinguerlo dal mare inteso come “acqua marina” (nel qual caso usano il termine “θάλασσα”.)

E l’emozione che provo è ancora più forte se la costa dalla quale guardo il mare aperto è incontaminata.

Tra le tante sensazioni che questa vista suscita in me, la più presente è quella che mi dà un senso di apertura verso l’esterno, quella che mi fa immaginare di poter raggiungere, attraverso il mare, tanti luoghi, in tutto il mondo.

Allo stesso modo, però, sono consapevole del fatto che la vista del mare aperto possa suscitare, accanto al sentimento dell’attesa, della speranza (come nei famosi versi di Madama Butterfly: un bel dì vedremo/levarsi un fil di fumo sull’estremo/confin del mare/e poi la nave appare), anche quello della paura, quello che fa temere che dal mare possa arrivare il pericolo, così come quello della nostalgia, del dolore provocato dalla lontananza, dalla separazione (Ulisse piange sull’isola di Ogigia, nonostante sia in compagnia di Calipso, guardando il mare che lo separa dai suoi cari, dalla sua Itaca: πόντον ἐπʹἀτρύγετον δερκέsκετο δάκρυα λείβων).

Il mare è comunque un veicolo di genti e per me è più quello che unisce che non quello che divide, che separa.

Non a caso le città che più mi affascinano sono quelle sul mare.

Ricordo l’emozione che provai quando, a Istanbul (una città affascinante come poche altre al mondo), percorsi in battello il Bosforo, lo stretto di mare che unisce il Mar Nero al Mare di Marmara.

Mi trovavo in uno dei luoghi più carichi di fascino, specialmente per chi, come me, ama la mitologia greca.

Mi venne in mente che quel tratto di mare, con l’Europa da una parte e l’Asia dall’altra, prende il nome dalle parole greche βοῦς (vacca) e πόρος (passaggio) e significa “passaggio della giovenca”, per il fatto che, secondo il mito, la fanciulla Io, amata da Zeus e da questi trasformata in una giovenca bianca, attraversò a nuoto lo stretto per sfuggire ad un tafano mandato da Era per pungerla, in segno di punizione.

Il Mare di Marmara si trova tra il Mar Nero ed il Mare Egeo ed a questo è collegato dallo stretto dei Dardanelli, l’antico Ellesponto.

Il nome Ellesponto, che letteralmente significa “mare di Elle”, deriva da un altro personaggio della mitologia greca, Elle, figlia di Atamante e Nefele, e da lei prese il nome quando la giovane vi cadde dentro, morendo annegata, mentre con suo fratello Frisso stava cercando di raggiungere la Colchide volando in groppa ad un ariete dal vello d’oro.

E non è certamente privo di significato il fatto che la parola greca πόντος, entrata nella lingua latina col termine “pontus” (Pontus Euxinus era l’antico nome del Mar Nero), abbia la stessa radice di “pons” (parola latina che significa “ponte”, “passerella”, “luogo di passaggio”).

Per gli antichi Greci il ponte, cioè il tramite tra un luogo e un altro, era rappresentato proprio dal mare, che solcavano con grande abilità, navigando per tutto il Mediterraneo.

Ciò dovrebbe far capire che non è necessario costruire ponti di cemento armato per collegare luoghi più o meno lontani fra loro.

Il mare è più che sufficiente, oggi come più di duemila anni fa.

A proposito delle prossime elezioni amministrative di Genova

21 Apr

Marco Doria ha vinto le primarie del centrosinistra a Genova perché è una persona seria e, forse ancor di più, perché, avendo proposto un nuovo approccio alla gestione della “cosa pubblica”, avendo per esempio dichiarato d’intendere la politica come “servizio” alla comunità e non come roba da “professionisti”, è riuscito a coinvolgere molti cittadini che ormai da tempo non credono più nel sistema di rappresentanza politica di questo Paese.

Coma si fa infatti a pensare che un sistema di potere (qual è a tutti gli effetti quello dei partiti politici italiani) possa decidere sua sponte di promuovere leggi che, una volta attuate, ne diminuiranno i privilegi che da quel potere derivano?

Come si fa a pensare che il nostro parlamento, questa comunità composta per la maggior parte da soggetti senza arte né parte, soggetti che, se non fossero parlamentari, potrebbero soltanto sognare di guadagnare le incredibili somme di cui beneficiano, possa suicidarsi?

A Genova, e così in tutta Italia, le persone che detengono il potere, quello reale, sono assolutamente trasversali ai partiti, checché ne dicano gli esponenti della nostra classe politica.

Chi detiene il potere, proprio per questo, è in grado d’influenzare le scelte di chi occupa, in un determinato momento, certe cariche pubbliche (facendo modificare, tanto per fare un esempio, la destinazione d’uso di certe aree).

Il potere gestito dai politici è ben poca cosa rispetto a quello di chi è in grado di determinarne l’ascesa e la fuoriuscita (a volte anche violenta) dalla scena.

Marco Doria ha vinto le primarie del centrosinistra (e molto probabilmente sarà il nuovo sindaco di Genova) perché è estraneo al sistema di potere che da decenni comanda a Genova (e in Liguria).

Ma proprio per questo motivo, proprio per il suo essere un “corpo estraneo”, non ha la forza numerica che il sistema democratico richiede per governare una comunità.

Ecco che allora dovrà, per forza, contare sull’appoggio di quelli che appartengono al mondo dei “professionisti della politica”, a quel mondo legato al potere trasversale che comanda per davvero e dal momento che non gli sarà consentito (non solo dai suoi avversari politici) di andare contro certi ambienti (quegli ambienti che stanno “sopra” la politica e non consentono a nessuno d’intaccare gli interessi di cui sono portatori), potrà fare molto poco delle cose che pure ha indicato nel suo programma, a cominciare dalle scelte contrarie agli interessi dei costruttori.

A proposito del valore della semplicità

18 Apr

La semplicità è una delle cose più complicate che ci siano nella vita.

Ottenerla è molto difficile, oltre che molto faticoso: bisogna togliere, togliere, e ancora togliere, senza mai stancarsi.

E a priori non si sa quanto tempo debba passare prima che quest’incessante opera di “scavo” raggiunga l’obiettivo: l’essenza delle cose.

In alcuni casi può durare anche tutta la vita.

Bisogna eliminare tutto ciò che è superfluo, inessenziale, tutto ciò che appesantisce inutilmente, che copre, che nasconde, il nocciolo, il cuore delle cose.

Ovviamente ciò presuppone che, nel procedere a questa delicata opera di pulizia, si sia in grado di riconoscere, di capire, quello che non serve, quello che può essere tolto senza con questo pregiudicare il risultato finale.

Quando si recava nelle cave di Carrara per scegliere personalmente i blocchi di marmo dai quali avrebbe poi ricavato le sue opere, Michelangelo aveva ben chiaro in mente quello che poi sarebbe stato il risultato del suo lavoro: doveva semplicemente togliere il marmo che nascondeva il David, il Mosè, la Pietà, togliere il materiale superfluo che nascondeva l’opera d’arte.

Molto spesso, e sempre di più ora che viviamo in un mondo che ci mette a disposizione una mole impressionante di dati, mi accorgo che le informazioni riportate sui mezzi di comunicazione sono quasi sempre inutili, superflue, irrilevanti, mentre invece mancano quelle, poche, indispensabili per capire davvero ciò di cui si discute.

Per esempio, sempre più spesso mi capita di notare che nei cosiddetti mezzi d’informazione (ma perché si continua a chiamarli così se l’informazione è quasi sempre assente?), anche in quelli più diffusi ed autorevoli (?), in un mare di finte domande, a mancare è proprio la semplice domanda-chiave, quella che va al cuore del problema.

Evidentemente, lo scopo principale dei nostri mass-media non è tanto quello di far capire quanto, molto più banalmente, quello di trasmettere notizie (a volte a pagamento, e spesso nemmeno tali).

Crescite esponenziali e sviluppo sostenibile: due esempi dell’imbarbarimento del linguaggio

17 Apr

Quante volte ci capita di sentire (alla televisione, alla radio, per strada) o di leggere (nei quotidiani, nei libri, nelle riviste) l’espressione “crescita esponenziale”?

Si tratta di un modo di dire al quale si è soliti far ricorso, da parte di chi non conosce la matematica e, più in generale, da parte di chi usa le parole senza conoscerne il reale significato, per indicare qualcosa che aumenta molto rapidamente.

In realtà, una funzione esponenziale è quella in cui la variabile indipendente compare ad esponente.

In particolare, quando si parla di crescita esponenziale nel tempo si parla di qualcosa che, col passare del tempo, cresce in misura esponenziale.

E dal momento che il tempo non smette mai di crescere, questo vuol dire che quella cosa che “cresce in maniera esponenziale” tende a diventare infinita.

L’evidente impossibilità che si verifichi questa conseguenza (almeno sulla Terra) dovrebbe essere sufficiente perché ci si convinca dell’errore, ma le abitudini, specialmente quelle cattive, sono dure a morire.

Quello che invece chi vuole usare l’aggettivo “esponenziale” dovrebbe aver presente è che certe crescite possono essere paragonate a crescite esponenziali solo per un determinato, limitato, periodo di tempo.

E veniamo all’espressione “sviluppo sostenibile”.

Sostenibilità, sostenibile: ecco due termini ormai entrati nel linguaggio di tutti i giorni, soprattutto in quello della pubblicità.

E come ormai succede sempre più spesso con tante parole, anche queste vengono usate senza che vi sia alcuna attinenza tra il contesto nel quale compaiono e il loro reale significato.

Si parla di sostenibilità semplicemente per essere al passo coi tempi, alla moda, il tutto per vendere meglio quel che si sta offrendo.

In realtà, parlare di sviluppo sostenibile serve soltanto a mantenere le cose come stanno, a continuare nell’uso sconsiderato (a volte criminale) delle risorse a nostra disposizione, ad evitare di cambiare le nostre abitudini di vita.

Ed è invece questa la strada giusta, quella che si dovrebbe percorrere se davvero ci si volesse curare delle future generazioni, secondo il senso corretto del termine “sostenibile”.

L’aggettivo “sostenibile” deriva infatti da sustain, termine col quale si indica il pedale del pianoforte che fa sì che la nota duri nel tempo (premendo il pedale sustain il suono della nota viene prolungato anche dopo aver tolto il dito dal tasto).

Quando l’istinto precede la scienza

13 Apr

Quando abbiamo brividi di freddo, l’azione che istintivamente compiamo è quella di rannicchiarci, di raggomitolarci.

Il nostro corpo tende così, istintivamente, ad assumere la posizione fetale, quella che ci consente di ridurne al minimo la superficie.

Quello che, senza rendercene conto, facciamo è cercare di assumere una forma che si avvicini il più possibile a quella della sfera.

La geometria poi ci spiegherà che la nostra azione non è affatto casuale; la sfera è infatti il solido più compatto che ci sia, quello cioè che, a parità di volume, possiede la proprietà di avere la minore superficie.

La termodinamica, a sua volta, ci spiegherà che offrire la minore superficie significa contenere la dispersione del calore (la quantità di calore che passa da un corpo a temperatura più alta ad uno a temperatura più bassa è infatti tanto maggiore quanto più grande è la superficie attraverso la quale avviene lo scambio termico).

Rendere minimo il rapporto tra superficie e volume significa quindi limitare lo scambio termico tra corpo ed ambiente.

Ed è proprio per questo motivo che, quando siamo al mare, distesi sulla sabbia o sugli scogli, stiamo, istintivamente, a gambe e braccia distese: in questo modo infatti non facciamo altro che aumentare la superficie di scambio termico del nostro corpo.

La scienza, com’è noto, ci spiega perché facciamo quello che facciamo.

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