Tra parlare e scrivere c’è una bella differenza

24 Apr

Le cose importanti si comunicano meglio parlando che scrivendo.

E questo non perché quando comunichiamo a voce facciamo meno fatica a trovare le parole giuste, anzi; la scrittura ci consente infatti di avere più tempo a disposizione per trovare le parole che meglio si adattano a comunicare quello che abbiamo in mente, e questo non accade quando comunichiamo parlando.

Il fatto è che, una volta che compaiono su un testo, le parole sono fisse, immodificabili; succede un po’ come con la pittura, una volta che il pittore ha dipinto il suo quadro le immagini sono quelle fissate sulla tela.

La “superiorità” del dialogo rispetto alla scrittura è collegata al fatto che la comunicazione a voce offre la possibilità d’interloquire con chi ci ascolta, di verificare se quello che diciamo, se il concetto che vogliamo trasmettere con le parole, “passa” a chi ci sta ascoltando ma, soprattutto, dà la possibilità di modulare il discorso su chi ci sta ascoltando.

Parlare ci dà la possibilità, per esempio, in base alla tipologia delle persone che ci ascoltano ed alle reazioni che queste ci manifestano, di modificare il tono della voce, di ritornare su alcuni passi, di far ricorso ad analogie che di volta in volta il contesto nel quale avviene l’esposizione ci può suggerire.

Oratore e ascoltatore possono interagire fra di loro “in diretta”, possono instaurare un dialogo immediato, cosa che evidentemente un lettore non può fare (se non ricorrendo alla scrittura, quando questo è possibile) con l’autore del libro che sta leggendo.

Per di più la scrittura, oltre a non consentire d’interloquire “in diretta”, si presta ad essere fraintesa, con conseguenze a volte senza rimedio.

Va per di più tenuto in conto il fatto che leggendo un testo, così come osservando un quadro, ciascuno di noi percepirà qualcosa e per ognuno questo “qualcosa” sarà diverso, e di certo sarà differente da quello che l’autore aveva in mente di trasmettere, di comunicare, che non riusciremo mai a conoscere.

Nel corso della mia attività lavorativa ho avuto modo di partecipare a tanti convegni, sia in Italia che all’estero, ma sono stati davvero pochi gli interventi che hanno suscitato il mio interesse; quasi sempre li ho trovati di una noia insopportabile, soprattutto quando i relatori si limitavano a leggere, per di più a volte con esasperante monotonia, il testo che avevano preparato e che poi gli ascoltatori avrebbero trovato allegato agli atti del convegno (tanto valeva inviare per posta gli atti del convegno a chi ne faceva richiesta, si sarebbero risparmiati anche un bel po’ di soldi).

Che differenza con le lezioni di latino e greco del prof. Vito Muciaccia e con quelle di meccanica razionale del prof. Giuseppe Colombo!

Il fascino di quelle lezioni non dipendeva tanto dagli argomenti trattati quanto dal fatto che quello che quei professori comunicavano a chi li stava ascoltando andava ben oltre le parole stampate sui libri di testo.

Non a caso Platone sosteneva che andare a scuola da lui era più utile che studiare sui libri.

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