Archivio | giugno, 2012

In Italia il pagamento delle tasse è svincolato dalla prestazione di un servizio

10 Giu

Ci risiamo.

Questa sera, con una puntualità degna di miglior causa, la Rai ha mandato in onda “Pane amore e fantasia”, film di quasi 60 anni fa.

Ieri sera è stato il turno di “007 Operazione tuono”, uno dei primi episodi della serie dedicata a James Bond, delle cui avventure anche quest’anno si potrà fare un ripasso generale.

A seguire, a occhio e croce, dovrebbe toccare alla Principessa Sissi.

Come ogni anno, con l’arrivo del mese di giugno i programmi della televisione di Stato subiscono una vera e propria mutazione: la Rai va in vacanza e mette mano ai suoi archivi, e via con le repliche, con un’evidente sensibile diminuzione dei suoi costi di produzione.

Solo che la tassa che ci viene richiesta in quanto possessori di un apparecchio televisivo vale 12 mesi, non s’interrompe con l’arrivo di giugno per poi riprendere a settembre.

Il vero problema di questo Paese non sono le tasse, ma il fatto che a queste non corrisponde un servizio di livello adeguato al prezzo che si paga.

Quello che il cittadino italiano è chiamato a pagare (le tasse, il biglietto dei mezzi di trasporto, il pedaggio autostradale) non serve a coprire i costi collegati alla controprestazione contrattuale, serve a mantenere sistemi di potere che l’ultima cosa alla quale pensano è la soddisfazione dell’utente del servizio, quello che ridicolmente chiamano “cliente”.

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A proposito della distanza che separa lo Stato italiano dai suoi cittadini

8 Giu

Da un po’ di tempo non si fa altro che parlare, specialmente dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative (i cui segnali, chiari e forti, continuano ad essere tranquillamente ignorati dai nostri parlamentari, che infatti si comportano come se niente fosse successo), della distanza sempre più marcata che separa lo Stato italiano dai suoi cittadini.

Tutti a dire che bisogna semplificare, deburocratizzare, rendere più efficiente la “macchina dello Stato”, senza però che a nessuno di questi venga in mente che quella così tanto auspicata (a parole) è (nei fatti) una “missione impossibile”.

Ma, si sa, l’Italia vive di annunci, di proclami, di retorica, priva com’è di senso pratico delle cose (non a caso alla cultura dominante nel nostro Paese è completamente estraneo l’empirismo anglosassone).

In questi giorni gli italiani sono alle prese con il pagamento dell’IMU e con la dichiarazione dei redditi.

In particolare, la seconda di queste incombenze offre la possibilità di sperimentare dal vivo quanto l’amministrazione del nostro Stato sia distante dal comune cittadino: per rendersene conto basta leggere le istruzioni per la compilazione del modello Unico.

Si tratta di “un’opera” composta da tre fascicoli (solo il primo è un “libro” di quasi cento pagine!).

Quello che impressiona, leggendo e, soprattutto, cercando di capire, non è tanto lo spropositato numero di pagine quanto il loro contenuto, in particolare il linguaggio col quale lo Stato italiano parla ai suoi cittadini.

Appare chiaro che per un normale cittadino è praticamente impossibile districarsi in un tale marasma.

La conseguenza di questa assurdamente complicata modalità di procedere (verso dove?), conseguenza inevitabile, voluta, accettata quasi fosse un ineluttabile destino dai cittadini italiani (la cui capacità di sopportazione, di adattamento al male, è qualcosa che ha dell’incredibile), è sotto gli occhi di tutti: il ricorso ad “esperti” (consulenti, commercialisti, patronati, CAF, ecc.).

Siamo alle solite: anziché lavorare “a monte”, per evitare che nascano i problemi, si lavora “a valle”, per cercare di risolvere i problemi creati.

Ritengo che questo modo di fare (lavorare “a valle” anziché “a monte”, cosa che tra l’altro significa far spendere alla collettività molto di più di quanto si sarebbe speso se si fosse puntato sulla prevenzione) sia la più importante fonte di sprechi contro la quale si dovrebbe combattere.

Ma la complicata scrittura delle leggi, delle norme, delle procedure, il linguaggio utilizzato nella loro stesura (da “iniziati”), la loro farraginosità, non sono affatto elementi casuali, non sono soltanto il prodotto di menti guaste: confermano piuttosto quella che è una tipica caratteristica dello Stato italiano, quella di mettere in difficoltà i suoi cittadini, di farli sentire sudditi, di metterli a disagio, in condizione di dover chiedere aiuto.

Questo mare di leggi, scritte in modo volutamente incomprensibile alla stragrande maggioranza dei cittadini, è opera di una classe politica composta in gran parte da professionisti della burocrazia (avvocati, notai, consulenti fiscali, ex magistrati), che hanno sempre operato in modo da garantirsi un maggior potere e la possibilità di guadagno.

In questo Paese le leggi non vengono pensate e scritte a favore dei cittadini ma a favore di chi le pensa e scrive.

Altrettanto non casuale è l’assurdo numero di leggi esistenti nel nostro Paese (non si sa nemmeno quante siano in realtà).

Tra norme primarie, regionali e comunitarie, ci si avvicina all’incredibile numero di 200.000 (!), qualcosa d’inconcepibile in Paesi come la Germania o come la Francia.

Come non vedere l’esistenza di un rapporto causa-effetto con lo spropositato numero di avvocati che operano nel nostro Paese (solo a Roma, così come solo a Milano, ci sono più avvocati che nell’intera Francia)?

I burocrati di questo Paese sono i principali ostacoli ad uno Stato efficiente, ad una pubblica amministrazione realmente al servizio del cittadino, essendo i primi a rimetterci con uno Stato davvero funzionante.

Nel 2011 in Italia si contavano circa 230.000 avvocati, un numero incredibilmente grande se confrontato, ad esempio, col numero di avvocati che operano in tutta la Francia (circa 10.000).

Com’è pensabile, sic stantibus rebus, che il nostro sistema possa essere reso più efficiente da una burocrazia parassitaria e per questo opprimente come quella italiana, com’è pensabile che possa essere amico dei cittadini uno Stato che, di fatto, li tratta da sudditi?

Su Borsellino Sciascia non si rese conto di aver commesso un grave errore

5 Giu

Il 10 gennaio 1987 il Corriere della Sera pubblicò un articolo di Leonardo Sciascia sul quale si scatenò una delle più accese polemiche della storia italiana recente, polemica che dura ancora oggi.

Mi viene in mente, per le reazioni che l’articolo di Sciascia suscitò nell’opinione pubblica, il famoso articolo di Pasolini (dal titolo “Cos’è questo golpe? Io so”) che uscì sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974.

Il titolo che il 10 gennaio 1987 il Corriere diede a quell’articolo di Sciascia fu “I professionisti dell’antimafia”, espressione che, va precisato, non compariva nel testo scritto dall’autore del “Consiglio d’Egitto”.

Le polemiche suscitate da quell’articolo ebbero un forte, violento, impulso la sera del 25 giugno 1992.

Fu proprio a quell’articolo che fece infatti esplicito riferimento Paolo Borsellino nel corso del suo ultimo intervento pubblico (esattamente la sera del 25 giugno 1992), nell’atrio della Biblioteca Comunale di Palermo, quando disse che Giovanni Falcone, il suo fraterno amico assassinato il 23 maggio di quello stesso anno, cominciò a morire il 10 gennaio 1987, la data cioè della pubblicazione dell’articolo di Sciascia.

In chiusura di quell’articolo lo scrittore siciliano invitava i suoi lettori a prendere atto che “nulla vale più, in Sicilia, per fa­re carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso” e questo dopo aver citato espressamente il caso dell’assegnazione del posto di procuratore della repubblica di Marsala a Paolo Borsellino e, soprattutto, della motivazione adottata in quell’occasione dal Consiglio superiore della magistratura.

Chi, dopo aver letto (ma non capito) quell’articolo, si schierò contro Sciascia, rimproverò all’autore del “Giorno della civetta” di aver attaccato Borsellino, dimostrando di non aver capito che il motivo che spinse Sciascia a scrivere quell’articolo non fu il fatto che a procuratore di Marsala fosse stato nominato Borsellino ma il modo con cui ciò avvenne.

E, soprattutto, chi attaccò Sciascia per quell’articolo dimostrò di non aver capito che con quel suo articolo l’autore di “Todo Modo” intendeva mettere in guardia contro il sistema di potere che in quegli anni, in nome dell’antimafia, si stava formando in Italia.

Credo, oggi forse più di ieri, che con quel suo articolo Leonardo Sciascia abbia commesso un grave errore di sottovalutazione (forse eccedendo nel suo spirito critico, nella sua famosa vis polemica), sottovalutazione dei fraintendimenti (in buona e in cattiva fede) ai quali quell’articolo, nel quale non era adeguatamente esplicitato il motivo del richiamo del caso di Borsellino (caso che nell’articolo veniva accomunato ad altri, assolutamente diversi da quello), si sarebbe potuto prestare, come puntualmente accadde.

Mentre invece aveva perfettamente ragione (soprattutto vedendo certi esempi di retorica antimafiosa) a proposito di quelli che il titolo del Corriere della Sera del 10 gennaio 1987 chiamò “professionisti dell’antimafia” (categoria alla quale certamente non apparteneva Paolo Borsellino).

Quello che allora trovai (e ancora oggi trovo) molto strano è che un lucido razionalista come Sciascia, uno scrittore che era ben consapevole dell’importanza delle parole, delle virgole, dei punti, non si sia reso conto che in un Paese dove sono pochi quelli che sanno scrivere e ancora di meno quelli che sono in grado di capire quel che leggono, il suo articolo si sarebbe prestato a facili, e interessate, strumentalizzazioni.

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