A proposito della distanza che separa lo Stato italiano dai suoi cittadini

8 Giu

Da un po’ di tempo non si fa altro che parlare, specialmente dopo l’esito delle ultime elezioni amministrative (i cui segnali, chiari e forti, continuano ad essere tranquillamente ignorati dai nostri parlamentari, che infatti si comportano come se niente fosse successo), della distanza sempre più marcata che separa lo Stato italiano dai suoi cittadini.

Tutti a dire che bisogna semplificare, deburocratizzare, rendere più efficiente la “macchina dello Stato”, senza però che a nessuno di questi venga in mente che quella così tanto auspicata (a parole) è (nei fatti) una “missione impossibile”.

Ma, si sa, l’Italia vive di annunci, di proclami, di retorica, priva com’è di senso pratico delle cose (non a caso alla cultura dominante nel nostro Paese è completamente estraneo l’empirismo anglosassone).

In questi giorni gli italiani sono alle prese con il pagamento dell’IMU e con la dichiarazione dei redditi.

In particolare, la seconda di queste incombenze offre la possibilità di sperimentare dal vivo quanto l’amministrazione del nostro Stato sia distante dal comune cittadino: per rendersene conto basta leggere le istruzioni per la compilazione del modello Unico.

Si tratta di “un’opera” composta da tre fascicoli (solo il primo è un “libro” di quasi cento pagine!).

Quello che impressiona, leggendo e, soprattutto, cercando di capire, non è tanto lo spropositato numero di pagine quanto il loro contenuto, in particolare il linguaggio col quale lo Stato italiano parla ai suoi cittadini.

Appare chiaro che per un normale cittadino è praticamente impossibile districarsi in un tale marasma.

La conseguenza di questa assurdamente complicata modalità di procedere (verso dove?), conseguenza inevitabile, voluta, accettata quasi fosse un ineluttabile destino dai cittadini italiani (la cui capacità di sopportazione, di adattamento al male, è qualcosa che ha dell’incredibile), è sotto gli occhi di tutti: il ricorso ad “esperti” (consulenti, commercialisti, patronati, CAF, ecc.).

Siamo alle solite: anziché lavorare “a monte”, per evitare che nascano i problemi, si lavora “a valle”, per cercare di risolvere i problemi creati.

Ritengo che questo modo di fare (lavorare “a valle” anziché “a monte”, cosa che tra l’altro significa far spendere alla collettività molto di più di quanto si sarebbe speso se si fosse puntato sulla prevenzione) sia la più importante fonte di sprechi contro la quale si dovrebbe combattere.

Ma la complicata scrittura delle leggi, delle norme, delle procedure, il linguaggio utilizzato nella loro stesura (da “iniziati”), la loro farraginosità, non sono affatto elementi casuali, non sono soltanto il prodotto di menti guaste: confermano piuttosto quella che è una tipica caratteristica dello Stato italiano, quella di mettere in difficoltà i suoi cittadini, di farli sentire sudditi, di metterli a disagio, in condizione di dover chiedere aiuto.

Questo mare di leggi, scritte in modo volutamente incomprensibile alla stragrande maggioranza dei cittadini, è opera di una classe politica composta in gran parte da professionisti della burocrazia (avvocati, notai, consulenti fiscali, ex magistrati), che hanno sempre operato in modo da garantirsi un maggior potere e la possibilità di guadagno.

In questo Paese le leggi non vengono pensate e scritte a favore dei cittadini ma a favore di chi le pensa e scrive.

Altrettanto non casuale è l’assurdo numero di leggi esistenti nel nostro Paese (non si sa nemmeno quante siano in realtà).

Tra norme primarie, regionali e comunitarie, ci si avvicina all’incredibile numero di 200.000 (!), qualcosa d’inconcepibile in Paesi come la Germania o come la Francia.

Come non vedere l’esistenza di un rapporto causa-effetto con lo spropositato numero di avvocati che operano nel nostro Paese (solo a Roma, così come solo a Milano, ci sono più avvocati che nell’intera Francia)?

I burocrati di questo Paese sono i principali ostacoli ad uno Stato efficiente, ad una pubblica amministrazione realmente al servizio del cittadino, essendo i primi a rimetterci con uno Stato davvero funzionante.

Nel 2011 in Italia si contavano circa 230.000 avvocati, un numero incredibilmente grande se confrontato, ad esempio, col numero di avvocati che operano in tutta la Francia (circa 10.000).

Com’è pensabile, sic stantibus rebus, che il nostro sistema possa essere reso più efficiente da una burocrazia parassitaria e per questo opprimente come quella italiana, com’è pensabile che possa essere amico dei cittadini uno Stato che, di fatto, li tratta da sudditi?

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