Archivio | agosto, 2012

Per giungere alla verità alle persone libere basta il ragionamento, la confessione non è necessaria.

28 Ago

Appare sempre più evidente come in Italia sia pressoché impossibile discutere in maniera logica, razionale, partendo dai dati di fatto.

E non c’è da meravigliarsi più di tanto, se si considera che viviamo in un Paese del tutto privo di cultura scientifica (e quindi di cultura in senso generale), in un Paese a-scientifico, da sempre condizionato, dipendente, dai voleri della Chiesa cattolica.

E come si sa, la differenza fondamentale tra la religione e la scienza  sta nel fatto che mentre la prima è basata sull’autorità, indiscussa e indiscutibile, la seconda è basata sull’osservazione della realtà e sul libero ragionamento.

I sempre più numerosi casi di personaggi della politica italiana che sfuggono, senza alcun ritegno, il confronto, la verifica, vale a dire proprio ciò che Popper pone a fondamento del pensiero scientifico, ne sono la prova più chiara.

Qui da noi, anziché analizzare i fatti e cercar di capire, dopo averli studiati a fondo, se vogliono dire qualcosa, se dietro di loro si nasconde qualcosa, mantenendo in questa ricerca la mente aperta a qualunque conclusione, prevale l’abitudine di schierarsi (da una parte o dall’altra) a prescindere dalla realtà, sulla base di pregiudizi, di posizioni precostituite, da difendere sempre e comunque, anche a costo di negare ciò che pure è evidente o di pronunciare affermazioni chiaramente false.

Appare chiaro che in simili condizioni ogni tentativo di confronto è inevitabilmente destinato a fallire.

A questa difficoltà ad indagare in piena libertà, senza vincoli di nessuna natura, va ad aggiungersi un’altra peculiarità del nostro Paese: quella di considerare qualcuno colpevole di qualcosa (di un reato, di un comportamento eticamente riprovevole, ecc.) solo se confessa, e questo indipendentemente dal fatto che esistano prove evidenti contro di lui e dal fatto che una confessione possa essere falsa, oppure estorta con la violenza, oppure possa essere funzionale a nascondere la reale verità.

E non è un caso il fatto che in Italia, per indicare chi decide, per un suo tornaconto, di collaborare con chi indaga, si faccia ricorso ad un termine (quello di “pentito”), proprio della cultura cattolica (il pentimento è il primo passo dell’esperienza di salvezza del credente, ovvero della conversione).

Questa fissazione della confessione mi ricorda un film di Costa-Gavras del 1970 (“La confessione”), film che racconta un falso processo istruito dallo stalinismo allo scopo di eliminare le teste pensanti ancora presenti nel partito comunista.

Nei lunghi interrogatori ai quali viene sottoposto, con metodi coercitivi di sperimentata efficacia, il protagonista del film subisce un “lavaggio del cervello”, che lo spinge a confessare gli inesistenti crimini politici di cui era accusato.

Quello che colpisce di questo film non è la vicenda del protagonista, è la capacità di narrare quello che da sempre accade sulla terra, contestare quale reato quello di considerarsi uomini liberi e pensanti.

A proposito del fatto che la via per giungere alla verità non prevede comunque, come condizione necessaria, la confessione, ricordo un famoso aneddoto su Laplace; quando Napoleone gli chiese come mai nel suo libro Exposition du système du monde non vi fosse alcun cenno a Dio, Laplace gli rispose: perché non ne ho avuto bisogno.

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Le informazioni, per avere valore, devono essere integrate

24 Ago

Internet ha dato a tutti la possibilità di disporre di una miriade di informazioni, su qualunque argomento, in maniera diretta, con una velocità incredibile.

Ha dato inoltre la possibilità, a chiunque, di esprimere commenti su qualunque argomento, chiunque sia il personaggio coinvolto (e questo indipendentemente dalla reale conoscenza della materia) e questo fatto dà a molti la sensazione (o meglio, la pia illusione), di “contare”, di aver “fatto” qualcosa.

Tutto questo però accade in un mondo virtuale (la cosiddetta “rete”), un mondo nel quale sempre più persone a poco a poco si stanno trasferendo, un mondo sicuramente attraente ma privo di contatti con quello reale.

Nel mondo della realtà fattuale, quella di tutti i giorni, quella dalla quale in tanti fuggono, ciò che conta è quello che ognuno di noi fa di concreto, sono le nostre azioni, sono le cose che creiamo (altro che premere i tasti di un mouse).

Un conto è infatti esprimere il proprio parere su temi quali l’inquinamento delle nostre città o il potere della corruzione (e pensare con questo di aver “fatto” qualcosa), un altro conto è agire in concreto, nella vita di tutti i giorni, contro questi fenomeni (per esempio modificando il proprio stile di vita, oppure scegliendo di avere contatti soltanto con persone di indubbia dirittura morale).

Inoltre, nonostante la disponibilità, facile, immediata, di una sterminata quantità di dati (o forse, proprio per questo), molte persone non riescono a capire qual è il reale significato delle cose, non sanno andare al nocciolo delle questioni, al cuore dei problemi.

Credo che le due cose siano tra loro intimamente collegate: la possibilità di disporre (con un semplice clic) di un’enorme quantità di dati su un argomento dà a molti l’illusione che navigare (a velocità folle) sulla rete significhi conoscere realmente la materia in questione e così li distoglie dalla necessità di approfondire gli argomenti, di andare in profondità.

Ma la cosa che veramente impressiona, in questo mondo dove tutto viene fatto apparire (volutamente e falsamente) facile, dove ci si perde sempre più spesso su aspetti particolari, specifici, di nessun valore generale, è che sempre di più viene meno la consapevolezza del fatto che cercare di trovare soluzioni richiede la capacità di mettere tra loro in relazione i dati di cui si dispone (che non è affatto necessario che siano tanti), di ricercare quelli che sono i legami che li collegano.

Le informazioni devono essere integrate tra di loro, devono essere messe in relazione le une con le altre.

Qualunque parte in cui è suddiviso un sistema, se questa non è in relazione con le altre, può essere eliminata senza che la sua scomparsa provochi un danno per il sistema, come mostra splendidamente il cervello umano, vale a dire la più bella cosa esistente.

Le radici del vero potere della mafia

19 Ago

Ma com’è possibile che in questo Paese si perda così tanto tempo intorno a questa benedetta questione della trattativa Stato-mafia, trattativa che ancora oggi tanti farisei hanno la faccia tosta di definire “presunta”?

Come se non bastasse la devastante ignoranza della gran parte dei cittadini italiani (per i quali la storia del Paese nel quale vivono è qualcosa di assolutamente sconosciuto), bisogna fare i conti anche con i tanti ipocriti, quelli che fanno finta di non sapere, quelli che, pur di non vedere minimamente intaccate le loro convinzioni, le loro posizioni di potere, non hanno alcun pudore nel negare l’evidenza.

Lo Stato italiano, fin dalla sua formazione, ha da sempre trattato con i mafiosi (in alcuni casi gl’interessi delle due controparti erano coincidenti); da sempre istituzioni di questo Paese hanno  fatto ricorso ai servizi di chi comanda in Sicilia, per azioni che lo Stato non poteva fare, con un comportamento che ricorda molto quello dell’Inquisizione, che faceva ricorso al potere civile quando si trattava di eliminare qualcuno.

Quello che caratterizza il potere della mafia, quello che in particolare fa di Cosa Nostra un’organizzazione con la quale lo Stato italiano non è assolutamente in grado di competere, non è tanto l’efficienza della struttura organizzativa, non è nemmeno il capillare controllo del territorio, né la capacità d’infiltrazione nelle istituzioni; quello che rende incredibilmente forte Cosa Nostra è il suo potere punitivo, unito alla paura (fisica), al terrore (fisico), che da questo potere derivano.

Come la storia insegna, le sentenze emesse da Cosa Nostra sono sempre sentenze di morte e certa ne è l’esecutività (per lo Stato italiano invece quella della certezza della pena è da sempre una pura dichiarazione d’intenti).

Bisogna rendersi conto che uno Stato è effettivamente tale se è a lui che viene riconosciuto, da parte dei suoi cittadini, l’uso esclusivo della forza e della giustizia.

Ora, come chiunque sa, in Italia ci troviamo ben lontani da questa condizione, soprattutto in un terzo del Paese, dove il controllo del territorio da parte della criminalità organizzata è pressoché totale.

Il Potere si trova all’esterno della politica

18 Ago

Uno degli errori più frequenti (e più gravi) che molti commentatori di questo Paese commettono da anni nelle loro analisi è quello di ritenere che quello di cui soffre l’Italia sia un male limitato alla sua classe politica (la cosiddetta “casta”).

No, il male che da sempre divora, dal di dentro, il sistema nel quale viviamo interessa l’intera classe dirigente italiana (della quale quella politica è solo una parte, e nemmeno la più importante), a partire da quella imprenditoriale.

Tranne pochissime eccezioni (un nome su tutti: Adriano Olivetti), gl’imprenditori italiani sono infatti personaggi senza scrupoli, che hanno sempre pensato unicamente ad arricchirsi alle spalle del resto del Paese, spesso non disponendo nemmeno dei mezzi necessari previsti dal codice civile e men che meno assumendosi il rischio che caratterizza un’attività realmente imprenditoriale (il cosiddetto “rischio d’impresa”). Imprenditori, quelli nostrani, lo sono solo di nome, non di fatto.

Per arricchirsi sfruttano impunemente le risorse pubbliche, grazie a politici compiacenti promuovono l’emanazione di leggi favorevoli ai loro interessi, ricorrono alla corruzione quale ordinario strumento per acquisire commesse, determinano carriere nelle grandi aziende (soprattutto in quelle controllate dallo Stato, nelle quali è fondamentale disporre di connivenze, di persone sulle quali poter contare), deturpano il paesaggio, devastano l’ambiente (infischiandosene allegramente della salute dei cittadini).

Pur di acquisire potere e, una volta raggiunto, di mantenerlo, fanno ricorso a qualunque strumento (nessuno escluso); in molti casi si alleano con la criminalità organizzata (a volte essa stessa è l’imprenditore).

D’altra parte, come sa chiunque conosca la storia di questo Paese, il vero potere in Italia (e questo fin dall’inizio della Repubblica) non è mai stato certo nella sua classe politica, una classe politica formata, per la stragrande maggioranza, da personaggi d’infimo livello, dove tanto quelli che stanno al governo che quelli che stanno all’opposizione (questa solo di facciata) sono dei semplici interpreti di un enorme gioco delle parti, che ha fatto del Parlamento un luogo nel quale vengono banalmente ratificate decisioni prese altrove.

La radice del male del nostro Paese sta nel fatto che la politica non ha mai ricoperto (e questo non solo per sua incapacità) il ruolo che le compete, non ha mai governato il mondo della finanza, della quale anzi è sempre stata al servizio.

Nella situazione italiana le elezioni politiche finiscono per essere un enorme spreco di denaro pubblico (oltre che un buffo spettacolo): si spendono tanti soldi per eleggere gente che non conta nulla.

A proposito della ricerca di petrolio nel canale di Sicilia

16 Ago

Sul sito del Fatto Quotidiano ho letto che il governo italiano sarebbe intenzionato ad aumentare la quantità di petrolio estratto in Italia (per portarla al 20% della domanda) e per di più ad eliminare il divieto d’installare pozzi d’estrazione entro dodici miglia dalla costa.

Se questa ipotesi dovesse tramutarsi in realtà, sarebbe inevitabile un considerevole aumento del numero di pozzi petroliferi nel canale di Sicilia.

Al di là del fatto che ancora oggi, nonostante le conoscenze scientifiche acquisite, nonostante i significativi progressi compiuti dalla tecnologia, nonostante le numerose e pesanti criticità evidenziate dal modello di sviluppo collegato allo sfruttamento del petrolio, nonostante i numerosi segnali d’allarme lanciati in tutto il mondo contro i rischi derivanti da un ulteriore aumento del consumo di combustibili fossili, nonostante tutto questo, si possa ancora continuare a credere nella favola del petrolio moderno portatore di sviluppo, la cosa che trovo veramente assurda è che a protestare contro l’indecente facilità con cui vengono concessi i permessi di perforazione nel canale di Sicilia sia soltanto una piccola parte di cittadini (gli ambientalisti), mentre la stragrande maggioranza dei siciliani assiste, indifferente come al solito (a parte le solite chiacchiere), allo sfruttamento selvaggio delle ricchezze naturali della loro terra.

La situazione, già di per sé sufficientemente critica, lo diventa ancora di più se si considera il Paese nel quale avviene tutto ciò, vale a dire un Paese nel quale vigono insieme leggi permissive e un’assoluta mancanza di controlli.

La cosa infine cessa di essere pericolosamente critica per assumere le caratteristiche dell’incredibile (la tragedia sfocia quasi sempre in commedia) se si considerano le ore di soleggiamento di cui godono i siciliani; ebbene, nonostante questo dato (ma chi se ne fotte dei dati!), che dovrebbe convincere tutti gli esseri dotati di raziocinio di quanto sia più logico puntare in Sicilia innanzitutto sull’energia solare (sia per la produzione di calore che per quella di energia elettrica), si continua a parlare di petrolio oppure si deturpa l’ambiente (nel silenzio anche degli ambientalisti) con mastodontiche pale eoliche, installate forse più per incassare gli incentivi previsti per questa tipologia di impianti che per diminuire il fabbisogno di combustibili fossili, visto il loro effettivo contributo alla produzione di energia elettrica (senza contare il fatto che a volte queste pale eoliche non sono nemmeno correttamente allacciate alla rete elettrica).

Il piacere delle cose ben fatte

9 Ago

Ieri mattina, mentre percorrevo una bellissima passeggiata, godendo di una vista spettacolare (ulivi da una parte e un mare incantevole dall’altra), ho visto alcuni operai impegnati nella costruzione di muretti a secco e ho notato che, al di là del piacere di trovarmi in un posto molto bello, la vista di quei muretti così ben fatti, con tutte le pietre collocate come si deve, proprio a regola d’arte, produceva in me una piacevole sensazione.

Mi sono reso conto di quanto sia importante vivere in mezzo a cose belle, dell’importanza che hanno per il nostro umore le opere d’arte e di come sia bello avere a che fare con persone che sanno fare bene e, ancor di più, che capiscono al volo, senza la necessità di ricorrere a tante parole per spiegare loro cosa fare e, soprattutto, come farlo.

Che si tratti di un piatto di spaghetti alla Norma o di una pratica amministrativa, di un’operazione chirurgica o di un impianto elettrico, quello che conta è che ciò che si fa sia fatto come si deve.

Riflettevo a questo proposito  su come sia possibile rendersi conto del degrado generale che c’è stato nel nostro Paese semplicemente osservando le abitazioni costruite a partire dagli anni sessanta e confrontandole poi con quelle degli anni precedenti.

Che differenza tra le abitazioni della prima metà del Novecento e i palazzoni della speculazione edilizia!

Queste orrende costruzioni (ricche di cemento ma assolutamente prive di anima), questi palazzoni progettati male e costruiti peggio, non sono soltanto delle cose brutte, non sono soltanto il segno della violenza che da anni si compie ai danni del nostro paesaggio, del nostro ambiente, dei nostri occhi, sono soprattutto un’evidente espressione di mancanza di cultura, vale a dire di senso del bello.

A proposito dell’ILVA di Taranto

8 Ago

Quello al quale si sta assistendo in queste settimane a proposito della vicenda dell’ILVA di Taranto è uno spettacolo veramente penoso, vergognoso, per certi versi rivoltante, degno di un Paese incivile quale quello nel quale viviamo.

E se, riferendomi a quello nel quale viviamo, parlo di un Paese incivile, lo faccio per motivi che vanno anche oltre quelli ben noti (l’evasione fiscale, la corruzione, la criminalità organizzata, la scarsissima qualità delle infrastrutture, l’inefficienza della pubblica amministrazione), lo faccio perché il nostro è un Paese nel quale, sempre più spesso e per di più davanti agli occhi di tutti, avvengono cose allucinanti e nel quale tutti stanno a guardare, spettatori passivi di uno spettacolo osceno che ogni giorno che passa riserva ai cittadini italiani una nuova puntata.

Quello nel quale viviamo è un Paese in cui, giusto per fare un esempio, i vertici delle principali aziende industriali si ritengono nella posizione di poter fare, senza che nulla accada, affermazioni che suonano come veri e propri ricatti nei confronti della collettività, proprio come se fossimo (ma forse lo siamo per davvero) all’epoca dei signori delle ferriere.

A rendere ancora più incasinata la situazione, nel nostro Paese ormai da tempo ogni questione (si tratti di  TAV, di gestione dei rifiuti, di energia, di ponte sullo stretto di Messina) viene sistematicamente inquinata dall’ideologia, viene trasformata in una crociata tra fedeli e infedeli (quando invece sarebbe sufficiente far ricorso alla semplice logica, al banale buon senso, per evidenziare l’assurdità di certe proposte).

Il caso dello stabilimento siderurgico di Taranto è, in particolare, la chiara dimostrazione di come in questo Paese i posti di lavoro siano stati spesso frutto di un vergognoso baratto, che ha visto da una parte industriali (interessati unicamente a far soldi) e sindacati (preoccupati principalmente di acquisire e mantenere potere) agire da attori e dall’altra governi (incapaci di governare, di fissare le regole del gioco e di farle rispettare) agire da semplici spettatori.

In questo vergognoso gioco di scambio (e poi ci si stupisce dei voti di scambio) i posti di lavoro sono stati barattati con la salute dei cittadini, non solo di quelli che hanno lavorato e che ancora oggi lavorano in certi impianti ma anche di tutti quelli che nei pressi di questi impianti ci vivono.

E questa è una cosa ancora più vergognosa, soprattutto se si pensa a quanto sta scritto nell’articolo 32 della tanto citata Costituzione Italiana (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”).

Ma da chi è stata tutelata finora la salute dei cittadini che hanno vissuto (e che vivono) nei pressi degli impianti di Marghera, Augusta, Gela, Taranto?

Chi ha impedito che negli anni questi impianti avvelenassero aria, suolo, acqua, compromettendo in tal modo la salute di milioni di cittadini italiani?

A proposito dell’ultima polemica tra la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo

7 Ago

Com’è noto, il Presidente della Repubblica italiana ha recentemente sollevato davanti alla Corte Costituzionale un “conflitto di attribuzione” nei confronti della Procura di Palermo.

Tale ricorso ha come oggetto le decisioni prese dai magistrati della Procura palermitana su alcune intercettazioni di conversazioni telefoniche (tra l’ex ministro Nicola Mancino e il Presidente della Repubblica) relative all’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa” tra lo Stato italiano e la Mafia.

Pur trattandosi di intercettazioni indirette (non disposte cioè su utenze telefoniche del Quirinale), il Presidente della Repubblica ha comunque ritenuto che siano state lese prerogative attribuitegli dalla Costituzione e per questo si è rivolto alla Suprema Corte.

Al di là della merito della questione e delle decisioni della Corte Costituzionale, questo caso non fa che confermare (per l’ennesima volta) alcuni semplici dati, di cui troppo spesso in questo Paese si tende a non tener conto, e cioè che:

1) in Italia chiunque detenga posizioni di potere (non solo quello politico) ritiene, per questo semplice motivo, di non dover rendere conto a nessun “esterno” del proprio operato e pertanto non accetta di essere sottoposto a controlli di sorta;

2) nel nostro Paese la “giustizia” è sempre stata considerata uno strumento a tutela del potere; qualcosa è cominciato a cambiare solo a partire dagli anni ottanta, ma si è trattato di un cambiamento che ha interessato solo alcuni singoli magistrati, che proprio per avere interpretato il loro ruolo animati da un alto senso di giustizia sono stati ostacolati in tutti i modi (proprio a partire dai loro “colleghi”);

Per quanto riguarda poi il modo col quale questo caso è stato trattato dalla stampa italiana (corsa subito, anche in quest’occasione, a schierarsi, a prescindere, per uno o l’altro dei due “contendenti”, incapace di offrire ai propri lettori una fredda e chiara analisi dei fatti, lasciando ad essi le conclusioni), anche in quest’occasione si è visto come la stampa di questo Paese (tranne rarissime eccezioni) non abbia mai svolto le funzioni di “controllore del potere”, essendo da sempre da questo dipendente.

Altro che stampa “watch-dog” della democrazia!

A proposito della spazzatura di Palermo

6 Ago

Il problema della spazzatura a Palermo è vecchio di anni e anni.

Ricordo che quand’ero piccolo (e di anni ne sono passati) i palermitani dicevano che la mano destra del monumento dedicato a Carlo V che si trova a piazza Bologna indicava l’altezza alla quale arrivava la spazzatura in città.

Di tempo ne è passato parecchio ma ancora oggi quello della spazzatura continua ad essere uno dei (tanti) problemi irrisolti di Palermo.

Com’è noto, più passa il tempo senza che si faccia nulla per risolvere un problema, più si assiste da semplici spettatori a ciò che accade davanti ai nostri occhi (a maggior ragione se interessa anche noi), più diventa difficile trovare poi una soluzione.

I cittadini palermitani, e quelli siciliani in genere, pagano ogni giorno (anche se molti di loro non se ne rendono affatto conto) il prezzo di vivere in un luogo periferico (non soltanto dal punto di vista geografico), in un luogo dove ancora oggi si ha a che fare con problemi antichi, dove si vive circondati dal superfluo ma privi del necessario, per di più in un ambiente pervaso da un malinteso senso di specificità (la famosa “sicilitudine”), in un luogo soprattutto caratterizzato dall’assoluta  mancanza di consapevolezza della necessità del rispetto delle regole che sono alla base di una civile convivenza.

I cittadini non si rendono conto che i problemi di cui soffrono, primi tra tutti la mancanza di lavoro, l’allucinante situazione della sanità pubblica, l’inquinamento dell’ambiente nel quale vivono (altro che valorizzazione dell’incredibile patrimonio storico e di risorse ambientali senza pari al mondo!) sono il risultato delle loro scelte, derivano innanzitutto dall’incapacità, dall’inettitudine delle persone alle quali loro stessi si sono affidati e continuano ad affidarsi.

Quello che i cittadini (soprattutto quelli che stanno peggio, quelli cioè che dispongono di meno risorse) dovrebbero capire una buona volta è che sono proprio loro, essendo loro infatti quelli che più di tutti si rivolgono ai servizi pubblici, ad avere interesse che le cose funzionino, che la cosa pubblica sia gestita nel segno della meritocrazia, che (per esempio) negli ospedali pubblici vadano avanti medici professionalmente capaci (tanto quelli che stanno bene, quelli che hanno i “piccioli”, se ne fottono di come vanno le cose, come hanno sempre fatto).

Ritornando al problema della spazzatura, occorrerebbe poi considerare che se da un lato ci sono le pessime abitudini dei cittadini palermitani, la loro assoluta mancanza di senso civico, il totale disinteresse per la loro città – che non a caso hanno lasciato devastare nel pressoché totale disinteresse (un solo esempio per tutti: un impianto di lavaggio per auto (!) sorge oggi nel luogo dove fino alla fine del 1959 sorgeva la splendida villa Deliella, forse il più bell’esempio del famoso liberty palermitano), dall’altro ci sono le cosiddette istituzioni cittadine, che da sempre gli stessi palermitani hanno affidato a personaggi assolutamente mediocri, chiaramente incapaci, per nulla interessati al bene comune, all’interesse generale, ma preoccupati solo di godere di incredibili privilegi.

E questi sono i risultati.

Sapere di poter fare è molto più importante che fare, ma fare è ciò che conta.

3 Ago

Nel “Sabato del villaggio” Leopardi ha descritto in modo poetico il lacerante conflitto che da sempre esiste tra il sentimento dell’attesa e quello del rimpianto e, soprattutto, ha invitato il lettore a godere in pieno del piacere legato all’attesa, piacere che col tempo è inevitabilmente destinato a lasciare il posto alla tristezza.

Ed è proprio a Leopardi che penso quando, sempre più spesso, mi capita di riflettere sul fatto che con il compimento di una piacevole azione, specialmente se questa è collegata a qualcosa che avevamo desiderato da tempo (e magari anche con tanta impazienza), il sentimento del piacere, soprattutto quello provato nell’attesa dell’evento, lascia il posto ad un indescrivibile senso di vuoto, di profonda malinconia.

Si fa fatica ad accettare il fatto che ciò che avevamo tanto atteso e che ci ha fatti stare bene sia poi finito, non ci sia più; è proprio vero che a volte il confine tra un grande piacere e un grande dolore è una linea estremamente sottile.

Non a caso i francesi chiamano il piacere amoroso “la petite mort”.

In effetti “fare” significa (anche) esaurire una possibilità: ciò che è possibile “prima” del compimento di un’azione non lo sarà più “dopo”.

Non fare, invece, può significare rimandare, non bruciarsi la possibilità.

Dostoevskij ha compreso fino in fondo il sentimento di profonda tristezza che a volte si prova subito dopo l’appagamento di un grande desiderio e per descriverlo ha usato le seguenti parole: “Quando la casa è finita, entra la morte”.

Ed è proprio per questo che a volte vorremmo che “la casa” non fosse mai finita, e così rimandiamo a domani quello che potremmo fare oggi, illudendoci in tal modo di poter in tal modo allungare la nostra vita (“metti tempo e camperai” recita un vecchio detto al quale si fa spesso ricorso in Sicilia, anche se in ambiti meno filosofici), salvo poi renderci conto che a furia di non fare e di rimandare il tempo a disposizione per fare diminuisce sempre di più.

Ed ecco che allora, nonostante la consapevolezza che il compimento di un’azione esaurisce la possibilità di una seconda volta (le condizioni del “prima” sono inevitabilmente diverse da quelle del “dopo”, tutto scorre), nonostante che “fare” voglia dire “non poter fare più”, la voglia di godere (anche solo per un attimo) del piacere dato dal compimento di un’azione, di vivere, prevale a volte sul dolore che pure sappiamo verrà dopo.

Mi vengono in mente le parole di una bellissima poesia di Eduardo De Filippo (“E allora bevo…”) : Dint’ ‘a butteglia/n’atu rito ‘e vino/è rimasto…/Embè/che fa/m’ ‘o guardo?/M’ ‘o tengo mente/e dico:/<<Me l’astipo/e dimane m’ ‘o bevo?>> Dimane nun esiste./E ‘o juorno primma,/siccome se n’è gghiuto,/manco esiste./Esiste sulamente/stu mumento/’e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia./E che ffaccio,/m’ ‘o pperdo?/Che ne parlammo a ffà!/Si m’ ‘o perdesse/manc’ ‘a butteglia me perdunarrìa./E allora bevo…/E chistu surz’ ‘e vino/vence ‘a partita cu l’eternità!

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