Sapere di poter fare è molto più importante che fare, ma fare è ciò che conta.

3 Ago

Nel “Sabato del villaggio” Leopardi ha descritto in modo poetico il lacerante conflitto che da sempre esiste tra il sentimento dell’attesa e quello del rimpianto e, soprattutto, ha invitato il lettore a godere in pieno del piacere legato all’attesa, piacere che col tempo è inevitabilmente destinato a lasciare il posto alla tristezza.

Ed è proprio a Leopardi che penso quando, sempre più spesso, mi capita di riflettere sul fatto che con il compimento di una piacevole azione, specialmente se questa è collegata a qualcosa che avevamo desiderato da tempo (e magari anche con tanta impazienza), il sentimento del piacere, soprattutto quello provato nell’attesa dell’evento, lascia il posto ad un indescrivibile senso di vuoto, di profonda malinconia.

Si fa fatica ad accettare il fatto che ciò che avevamo tanto atteso e che ci ha fatti stare bene sia poi finito, non ci sia più; è proprio vero che a volte il confine tra un grande piacere e un grande dolore è una linea estremamente sottile.

Non a caso i francesi chiamano il piacere amoroso “la petite mort”.

In effetti “fare” significa (anche) esaurire una possibilità: ciò che è possibile “prima” del compimento di un’azione non lo sarà più “dopo”.

Non fare, invece, può significare rimandare, non bruciarsi la possibilità.

Dostoevskij ha compreso fino in fondo il sentimento di profonda tristezza che a volte si prova subito dopo l’appagamento di un grande desiderio e per descriverlo ha usato le seguenti parole: “Quando la casa è finita, entra la morte”.

Ed è proprio per questo che a volte vorremmo che “la casa” non fosse mai finita, e così rimandiamo a domani quello che potremmo fare oggi, illudendoci in tal modo di poter in tal modo allungare la nostra vita (“metti tempo e camperai” recita un vecchio detto al quale si fa spesso ricorso in Sicilia, anche se in ambiti meno filosofici), salvo poi renderci conto che a furia di non fare e di rimandare il tempo a disposizione per fare diminuisce sempre di più.

Ed ecco che allora, nonostante la consapevolezza che il compimento di un’azione esaurisce la possibilità di una seconda volta (le condizioni del “prima” sono inevitabilmente diverse da quelle del “dopo”, tutto scorre), nonostante che “fare” voglia dire “non poter fare più”, la voglia di godere (anche solo per un attimo) del piacere dato dal compimento di un’azione, di vivere, prevale a volte sul dolore che pure sappiamo verrà dopo.

Mi vengono in mente le parole di una bellissima poesia di Eduardo De Filippo (“E allora bevo…”) : Dint’ ‘a butteglia/n’atu rito ‘e vino/è rimasto…/Embè/che fa/m’ ‘o guardo?/M’ ‘o tengo mente/e dico:/<<Me l’astipo/e dimane m’ ‘o bevo?>> Dimane nun esiste./E ‘o juorno primma,/siccome se n’è gghiuto,/manco esiste./Esiste sulamente/stu mumento/’e chistu rito ‘e vino int’ ‘a butteglia./E che ffaccio,/m’ ‘o pperdo?/Che ne parlammo a ffà!/Si m’ ‘o perdesse/manc’ ‘a butteglia me perdunarrìa./E allora bevo…/E chistu surz’ ‘e vino/vence ‘a partita cu l’eternità!

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