A proposito dell’ultima polemica tra la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo

7 Ago

Com’è noto, il Presidente della Repubblica italiana ha recentemente sollevato davanti alla Corte Costituzionale un “conflitto di attribuzione” nei confronti della Procura di Palermo.

Tale ricorso ha come oggetto le decisioni prese dai magistrati della Procura palermitana su alcune intercettazioni di conversazioni telefoniche (tra l’ex ministro Nicola Mancino e il Presidente della Repubblica) relative all’inchiesta sulla cosiddetta “trattativa” tra lo Stato italiano e la Mafia.

Pur trattandosi di intercettazioni indirette (non disposte cioè su utenze telefoniche del Quirinale), il Presidente della Repubblica ha comunque ritenuto che siano state lese prerogative attribuitegli dalla Costituzione e per questo si è rivolto alla Suprema Corte.

Al di là della merito della questione e delle decisioni della Corte Costituzionale, questo caso non fa che confermare (per l’ennesima volta) alcuni semplici dati, di cui troppo spesso in questo Paese si tende a non tener conto, e cioè che:

1) in Italia chiunque detenga posizioni di potere (non solo quello politico) ritiene, per questo semplice motivo, di non dover rendere conto a nessun “esterno” del proprio operato e pertanto non accetta di essere sottoposto a controlli di sorta;

2) nel nostro Paese la “giustizia” è sempre stata considerata uno strumento a tutela del potere; qualcosa è cominciato a cambiare solo a partire dagli anni ottanta, ma si è trattato di un cambiamento che ha interessato solo alcuni singoli magistrati, che proprio per avere interpretato il loro ruolo animati da un alto senso di giustizia sono stati ostacolati in tutti i modi (proprio a partire dai loro “colleghi”);

Per quanto riguarda poi il modo col quale questo caso è stato trattato dalla stampa italiana (corsa subito, anche in quest’occasione, a schierarsi, a prescindere, per uno o l’altro dei due “contendenti”, incapace di offrire ai propri lettori una fredda e chiara analisi dei fatti, lasciando ad essi le conclusioni), anche in quest’occasione si è visto come la stampa di questo Paese (tranne rarissime eccezioni) non abbia mai svolto le funzioni di “controllore del potere”, essendo da sempre da questo dipendente.

Altro che stampa “watch-dog” della democrazia!

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