Per giungere alla verità alle persone libere basta il ragionamento, la confessione non è necessaria.

28 Ago

Appare sempre più evidente come in Italia sia pressoché impossibile discutere in maniera logica, razionale, partendo dai dati di fatto.

E non c’è da meravigliarsi più di tanto, se si considera che viviamo in un Paese del tutto privo di cultura scientifica (e quindi di cultura in senso generale), in un Paese a-scientifico, da sempre condizionato, dipendente, dai voleri della Chiesa cattolica.

E come si sa, la differenza fondamentale tra la religione e la scienza  sta nel fatto che mentre la prima è basata sull’autorità, indiscussa e indiscutibile, la seconda è basata sull’osservazione della realtà e sul libero ragionamento.

I sempre più numerosi casi di personaggi della politica italiana che sfuggono, senza alcun ritegno, il confronto, la verifica, vale a dire proprio ciò che Popper pone a fondamento del pensiero scientifico, ne sono la prova più chiara.

Qui da noi, anziché analizzare i fatti e cercar di capire, dopo averli studiati a fondo, se vogliono dire qualcosa, se dietro di loro si nasconde qualcosa, mantenendo in questa ricerca la mente aperta a qualunque conclusione, prevale l’abitudine di schierarsi (da una parte o dall’altra) a prescindere dalla realtà, sulla base di pregiudizi, di posizioni precostituite, da difendere sempre e comunque, anche a costo di negare ciò che pure è evidente o di pronunciare affermazioni chiaramente false.

Appare chiaro che in simili condizioni ogni tentativo di confronto è inevitabilmente destinato a fallire.

A questa difficoltà ad indagare in piena libertà, senza vincoli di nessuna natura, va ad aggiungersi un’altra peculiarità del nostro Paese: quella di considerare qualcuno colpevole di qualcosa (di un reato, di un comportamento eticamente riprovevole, ecc.) solo se confessa, e questo indipendentemente dal fatto che esistano prove evidenti contro di lui e dal fatto che una confessione possa essere falsa, oppure estorta con la violenza, oppure possa essere funzionale a nascondere la reale verità.

E non è un caso il fatto che in Italia, per indicare chi decide, per un suo tornaconto, di collaborare con chi indaga, si faccia ricorso ad un termine (quello di “pentito”), proprio della cultura cattolica (il pentimento è il primo passo dell’esperienza di salvezza del credente, ovvero della conversione).

Questa fissazione della confessione mi ricorda un film di Costa-Gavras del 1970 (“La confessione”), film che racconta un falso processo istruito dallo stalinismo allo scopo di eliminare le teste pensanti ancora presenti nel partito comunista.

Nei lunghi interrogatori ai quali viene sottoposto, con metodi coercitivi di sperimentata efficacia, il protagonista del film subisce un “lavaggio del cervello”, che lo spinge a confessare gli inesistenti crimini politici di cui era accusato.

Quello che colpisce di questo film non è la vicenda del protagonista, è la capacità di narrare quello che da sempre accade sulla terra, contestare quale reato quello di considerarsi uomini liberi e pensanti.

A proposito del fatto che la via per giungere alla verità non prevede comunque, come condizione necessaria, la confessione, ricordo un famoso aneddoto su Laplace; quando Napoleone gli chiese come mai nel suo libro Exposition du système du monde non vi fosse alcun cenno a Dio, Laplace gli rispose: perché non ne ho avuto bisogno.

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