A proposito dell’ultima puntata dell’Infedele

11 Set

La prima parte della trasmissione televisiva “L’Infedele” andata in onda ieri sera è stata dedicata alle critiche mosse dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ai magistrati palermitani Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, presenti il giorno prima alla festa del “Fatto Quotidiano” e colpevoli, secondo l’accusa mossa nei loro riguardi, di non aver preso le distanze dalle critiche espresse nel corso di quella festa, in loro presenza, nei confronti del Presidente della Repubblica Napolitano.

Tra gli invitati alla trasmissione condotta da Gad Lerner c’era anche Luciano Violante, che ha detto chiaramente di condividere in pieno le critiche mosse ai due magistrati, dando così il suo contributo al loro isolamento, anche se poi ha aggiunto, con una tecnica tipica della più fine mentalità gesuitica, che le indagini che la Procura di Palermo sta conducendo devono, ovviamente, andare avanti (prima si mettono le persone in condizione di non poter agire e poi le si invita ad agire in piena libertà).

Quello che né Violante né nessun altro dei presenti ha detto è che il motivo vero all’origine delle critiche avanzate nei confronti dei due magistrati palermitani ha a che vedere col fatto che entrambi questi “servitori dello Stato” sono impegnati in indagini che vedono coinvolti importanti personaggi della politica italiana.

Devo dire che le parole pronunciate (e quelle non pronunciate) da Violante non mi hanno stupito per niente, dal momento che sono state pronunciate da parte del principale esponente di quella scuola di pensiero per la quale la giustizia deve essere “sensibile” agli interessi della politica, da parte cioè del massimo teorico della sottomissione della giustizia alla politica (teoria alla base dei tanti casi di uso strumentale della giustizia a fini politici).

Per chi non lo sapesse o se ne fosse dimenticato, Violante è anche la persona che pronunciò quel famoso discorso alla Camera nel quale rivendicò il merito di aver dato piene garanzie a Berlusconi che una legge sul conflitto d’interessi non sarebbe mai stata fatta, nonché la stessa persona che invitò a comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò.

La cosa che più mi intristisce quando sento fare certe affermazioni è vedere come queste trovino un così largo credito nella società italiana, segno evidente della scarsa considerazione nella quale è tenuta in questo Paese la giustizia, quella giustizia per la quale molti italiani perbene sono andati (alcuni anche consapevolmente) incontro alla morte.

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