A proposito della cosiddetta “spending review”

19 Set

Dopo aver sottoposto la spesa pubblica ad un’approfondita analisi (attività per la quale si è fatto ricorso, secondo la ridicola abitudine di usare in modo ingiustificato termini stranieri, all’espressione “spending review”), il governo italiano ha cominciato ad indicare quali spese tagliare per ridurre il debito pubblico.

Devo dire che da un governo di tecnici, che in teoria avrebbe dovuto essere caratterizzato da indipendenza dai partiti, era lecito aspettarsi di sentire qualcosa di diverso dalla solita musica, qualcosa che assomigliasse ad un progetto di futuro per questo Paese, e invece, ancora una volta, assistiamo alla solita scena: anziché puntare sul lungo termine, su benefici di lunga durata, si è scelto di agire sul breve, sull’immediato, con una serie di tagli che, nella sostanza, ricordano molto i “tagli lineari” del precedente governo e che peraltro incidono solo marginalmente su quelli che sono i veri motivi all’origine degli enormi sprechi che caratterizzano la spesa pubblica italiana.

E per di più, cosa ancora più deludente, ci si è concentrati sugli sprechi che caratterizzano la cattiva gestione della spesa nel sociale e nella cultura, ignorando quelli che riguardano la burocrazia, la politica, le banche, le imprese.

Ancora una volta, per ridurre il debito pubblico si è scelto di privilegiare una semplice riduzione di una parte della spesa pubblica (quella politicamente più facile da aggredire) anziché, come invece dovrebbe essere, di eliminare da un lato i tanti privilegi e i tanti carrozzoni che gravano sul bilancio dello Stato e di impegnarsi concretamente dall’altro per un uso più efficiente delle risorse a disposizione, obiettivo tanto più strategico in un mondo caratterizzato da risorse limitate.

Ma, si sa, una cosa è fare proclami, altra cosa è agire in coerenza con quel che si proclama. Gli sprechi, per esempio, vanno eliminati anche se i beneficiari sono portatori di voti.

Quello che caratterizza la cattiva gestione dei fondi pubblici italiani non è dovuto tanto alla quantità di soldi spesi ma al perché questi soldi vengono spesi, al come vengono spesi, alle loro destinazioni finali.

Due piccoli esempi, che credo valgano più di tante parole, di come sia possibile usare in modo diverso le risorse a disposizione:

 

1) l’isola d’Elba (circa 30 mila abitanti, in 223 km²) conta ben 8 comuni;

2) l’isola di Salina (circa 2.300 abitanti, in 26,4 km²) conta 3 comuni.

Una semplice proposta: perché non ridurre ad uno il numero dei comuni di queste piccole isole? I soldi destinati a pagare lo stipendio di tante persone potrebbero così essere utilizzati per qualcosa di utile per la comunità, qualcosa che forse oggi non può essere fatto per mancanza di fondi.

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