Archive | ottobre, 2012

La semplice quantità non dà alcuna garanzia di verità

29 Ott

La partita di calcio di ieri tra il Catania e la Juventus si è conclusa con la vittoria (per 1 a 0) della squadra bianconera.

Come al solito non sono mancate le polemiche sull’arbitraggio ma, al di là delle inevitabili e interminabili chiacchiere, quello che mi ha dato l’idea di scrivere questo breve post è la dichiarazione del presidente del Catania, quando ha detto di essersi meravigliato del fatto che, nonostante che ci fossero, tra arbitri e guardalinee, ben sette giudici, nessuno di questi si fosse accorto di com’erano andate in realtà le cose.

Al di là del condizionamento psicologico al quale si pensa da sempre, in maniera quasi automatica (non senza motivo), quando c’è una partita tra una piccola squadra e la Juventus, quello che mi ha colpito in quella dichiarazione è l’ignoranza, peraltro assai diffusa, di una verità elementare: la quantità non significa assolutamente nulla, non è affatto vero che una decisione, se presa da più persone, dia più garanzie di verità rispetto ad una decisione presa da una sola persona.

L’idea che coinvolgendo tante persone ci si possa avvicinare meglio alla verità è quanto di più sbagliato ci sia.

Non esiste infatti nessuna garanzia del fatto che ad un semplice aumento del numero delle persone chiamate a prendere una decisione corrisponda, necessariamente, un aumento della probabilità di avvicinarsi alla verità.

Se vogliamo avere una diagnosi esatta è meglio rivolgersi ad un bravo medico, la cui competenza sia attestata da dati certi, piuttosto che a dieci medici lottizzati dalla politica.

Quello che dà maggiori garanzie è il livello di preparazione, di autorevolezza, la qualità di chi decide, non il numero.

Quello che sicuramente aumenta con l’aumentare del numero dei decisori è il livello di confusione, e quindi di pericolo.

Ma che speranze può avere un Paese con una simile scuola?

28 Ott

Lo scorso 15 ottobre si è concluso il concorso d’ammissione al corso “Scienze della Formazione primaria” dell’Università della Calabria, destinato alla formazione di maestri e maestre della scuola elementare.

Dei 647 candidati, solo 55 (meno cioè del 10%) hanno superato la prova.

Nel comunicato diffuso dalla Commissione d’esame si legge: “Almeno i tre quarti dei candidati ha risposto in maniera errata a domande assolutamente facili. L’analisi degli errori denota una scarsa conoscenza della grammatica italiana, dei principi elementari di matematica e di fisica e delle nozioni di base della storia letteraria”.

A rendere ancora più grave la situazione c’è da considerare il fatto che “La stesura dei quiz si è fondata esclusivamente su informazioni di base delle varie aree disciplinari, con opzioni chiaramente dissimili dalla risposta esatta e perciò facilmente individuabili attraverso la deduzione logica e il ragionamento”.

Non solo oramai non si sa più rispondere a domande aperte (ritenute troppo difficili), ma non si sa nemmeno usare il ragionamento per arrivare ad individuare la risposta esatta almeno per esclusione.

Come dire che alla domanda: “Quante sono le regioni italiane?”, la gran parte degli interrogati non sarebbe in grado di rispondere correttamente né alla domanda aperta né ad una con quattro opzioni (tre delle quali chiaramente dissimili dalla risposta esatta), quali per esempio: 3, 95, 20, 60.

La situazione diventa poi drammatica se si va a vedere qual è stata la domanda che ha prodotto il maggior numero di errori (ben 573 candidati su 647 non sono stati in grado d’individuare la risposta corretta): ” 5 ragazzi hanno la maglia rossa e 7 la maglia blu. Ci sono aggettivi numerali?”

Si consideri poi che la domanda, risultata tra quelle più difficili (“Questi quadri sono molto belli, quelli sono orribili. Quanti sono gli aggettivi dimostrativi?”), ha visto ben 535 candidati non in grado d’individuare la risposta corretta.

Quello che fa impressione leggendo questi dati non è che alle soglie dell’Università giunga un certo quantitativo di ragazzi ignoranti e incapaci di ragionare correttamente, ma è l’enorme quantità di questa povertà intellettuale in circolazione.

Il fallimento più grave che abbiamo davanti ai nostri occhi non è quello della politica, ma quello della scuola, soprattutto di quella media, inferiore e superiore.

Prima ancora d’essere scienziati bisogna essere seri

24 Ott

Al di là del miserabile gioco politico al quale si sono prestati in occasione del terremoto dell’Aquila del 2009, quello che in questa triste vicenda va rimarcato con forza, a proposito dei sette componenti della commissione grandi rischi recentemente condannati, è l’assoluta mancanza di considerazione, da parte di questi “scienziati”, delle conseguenze che le loro dichiarazioni avrebbero potuto avere sulla popolazione.

Già, ma cosa volete che importi dei “semplici” cittadini dell’Aquila a degli “scienziati” del calibro di quelli che componevano quella commissione?

E cosa volete che importi di come sono andate realmente le cose a gente abituata a ragionare (si fa per dire) prescindendo dai dati, cosa che è quanto di più lontano dal metodo scientifico possa esserci?

Il vero problema, che nessuna legge, nessun codice etico, nessun regolamento può risolvere è che, prima ancora di essere scienziati (ammesso che molti di quelli che passano per tali lo siano in realtà), si dovrebbe essere persone adulte, indipendenti, ma soprattutto consapevoli delle conseguenze di ciò che si fa, di ciò che si dice, di ciò che si scrive.

Già, la responsabilità delle conseguenze, di cui parlava Max Weber.

Ciò premesso, individui (siano essi scienziati o meno) che dimostrano di non avere la schiena dritta, come per esempio quelli che si prestano ad essere utilizzati come delle semplici comparse, potranno anche sapere tutto di calcolo delle probabilità o di analisi del rischio, ma per me sono semplicemente individui di nessun valore (umano, prima che professionale) e per questo motivo indegni di ricoprire certi ruoli, soprattutto se questi hanno a che fare con la vita reale dei cittadini.

Il resto sono semplici chiacchiere, chiacchiere fini a se stesse, specialità nella quale molti degli “scienziati” di questo Paese sono dei veri maestri, senza rivali al mondo.

A proposito delle prossime elezioni siciliane

24 Ott

Tra qualche giorno gli elettori siciliani saranno chiamati al voto per rinnovare il loro Parlamento ed eleggere il nuovo Presidente della Regione.

Dovranno districarsi tra 10 (!) candidati e 20 (!!) liste.

Molti commentatori attribuiscono a questo voto un valore nazionale, ritenendolo in grado d’influenzare l’esito delle elezioni politiche che si terranno la prossima primavera.

Il ragionamento di chi sostiene questa tesi poggia però su basi molto fragili, non in grado di reggere ad una seria verifica.

Si dà infatti per scontato che la realtà siciliana possa essere ritenuta omogenea a quella delle altre regioni italiane.

Le cose sono ben diverse.

Non basta infatti il semplice dato di una criminalità organizzata ormai largamente diffusa in tutto il territorio nazionale (risultato dell’avanzamento verso nord, tanto prevedibile quanto incontrastato, della famosa “linea della palma” di cui parlava Sciascia) per ritenere che l’Italia sia diventato un Paese omogeneo: non lo è mai stato e a maggior ragione non lo è oggi.

Se c’è qualcosa che oggi accomuna gli italiani è soltanto la stupida adozione di un certo modello di vita (basato sul consumo sfrenato, sul danaro quale elemento distintivo), la perdita della propria memoria storica, l’assenza di una vera classe dirigente, la mediocrità della classe politica (è questo l’elemento che ha reso possibile l’espansione della criminalità).

Ma questo non significa assolutamente che le regioni italiane costituiscano un’entità omogenea.

Prendiamo per esempio il caso di Milano: è la città dove ha avuto inizio, nei famosi anni ’80 (quelli della “Milano da bere”), il declino sociale e culturale italiano, la città che ha dato credito (e ancora lo dà) a personaggi indegni (è anche la città dove è nato il Fascismo), ma è anche la città che ha saputo reagire a questa deriva e lo ha fatto perché aveva dentro di sé energie sane, in grado di proporsi come credibili alternative. Giuliano Pisapia è espressione della migliore borghesia illuminata che ha sempre caratterizzato Milano.

Prendiamo anche il caso di Laura Puppato, la candidata alle primarie del centrosinistra, vergognosamente ignorata dalla televisione italiana: è stata sindaco di Montebelluna, in provincia di Treviso, una zona che negli ultimi anni si è segnalata per alcune vergognose prese di posizione di esponenti politici locali. Eppure anche in quel territorio sono venute alla luce energie sane, anche la provincia di Treviso ha espresso una persona positiva come Laura Puppato.

Quello che invece nel caso siciliano appare tristemente evidente è la pochezza dei candidati, pochezza culturale, prima ancora che politica.

Quello che ancora oggi trova un’amara conferma è l’assoluta mancanza di una borghesia siciliana illuminata, capace di proporsi come vera, seria alternativa agli squallidi personaggi (il cui potere deriva unicamente dall’essere mediatori tra chi è in grado di distribuire posti di lavoro (altro che creare lavoro) e i cittadini dal cui consenso dipende la loro carriera politica) che da sempre gestiscono la vita dei siciliani, sempre più costretti a vivere in uno stato di umiliante dipendenza dal danaro pubblico, sempre più condannati a non sentirsi parte dello Stato nel quale vivono.

Il paradosso, tutto siciliano (non a caso la Sicilia è la terra di Pirandello), sta nel fatto che la mafia, prima ancora di condizionare la politica, condiziona il voto dei cittadini, sul cui consenso (che in teoria dovrebbe essere libero, non condizionato) è basata la politica.

Ma cosa c’entra Galileo con chi si presta a vergognose operazioni mediatiche?

23 Ott

Sta suscitando un mare di polemiche la sentenza con la quale il Tribunale dell’Aquila ha condannato i componenti della commissione grandi rischi in carica nel 2009.

I condannati sono stati ritenuti colpevoli d’aver diffuso, sei giorni prima del terremoto che il 6 aprile 2009 sconvolse l’Aquila, notizie a seguito delle quali i cittadini aquilani furono indotti a restarsene a casa.

Nel verbale di quell’ormai famosa riunione del 31 marzo 2009 (indetta allo scopo di tranquillizzare la popolazione) si riteneva poco probabile un forte terremoto (!).

Gran parte degli indignati commentatori (molti dei quali fanno parte del mondo scientifico), ricorrendo ad una tecnica da noi molto diffusa, puntano a cambiare le carte in tavola, mettendo in giro a questo scopo notizie false.

Sostengono, per esempio, che i componenti della commissione grandi rischi sarebbero stati condannati per non aver previsto il terremoto (evento assolutamente imprevedibile), quando invece nella sentenza di condanna non c’è traccia di questa circostanza.

In tanti poi, utilizzando impropriamente la possibilità d’intervenire data dai moderni mezzi di comunicazione, non fanno altro che confondere l’opinione pubblica, già confusa di suo.

Alcuni hanno addirittura tirato in ballo Galileo, sostenendo che la sentenza di condanna metta in crisi il ruolo dello scienziato.

Anche in questo caso, la stragrande maggioranza dei commentatori parla di cose che non conosce (nessuno che si sia curato di analizzare la sentenza di condanna emessa dal Tribunale dell’Aquila).

In ogni caso, basterebbe riflettere su una cosa molto semplice, addirittura banale: se è vero che non è possibile prevedere i terremoti, è altrettanto vero, esattamente per la stessa ragione, che non è possibile prevedere che non ce ne siano (come invece è riportato nel verbale della riunione del 31 marzo 2009).

Ma poi, cosa c’entra in tutto questo Galileo?

A proposito di rottamazione

17 Ott

Il termine rottamazione, inizialmente utilizzato con riferimento alle automobili (era lo strumento pensato per aiutare i costruttori a venderle) è da tempo entrato nel linguaggio della politica italiana, e questo grazie al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che ne ha fatto una specie di parola magica, che sta ad indicare l’esigenza di un rinnovamento, di un cambiamento generazionale della classe politica del nostro Paese (in realtà l’esigenza di rinnovamento riguarda tutti i settori della società italiana, non soltanto quello dei politici).

Secondo la tesi alla base dell’uso di questo termine (inappropriato ma sicuramente efficace), con l’inserimento di persone di giovane età (sotto i quarant’anni) nei comuni, nelle regioni, nel Parlamento, si otterrebbe, come per incanto, un miglioramento del livello della nostra classe politica.

Per facilitare la rottamazione dell’attuale classe politica italiana, qualcuno ha pensato poi di porre un limite al numero dei mandati (c’è chi parla di due, c’è chi parla di tre).

Come è stato più volte dimostrato (anche recentemente), questa tesi secondo la quale essere giovane sarebbe la soluzione ai mali della politica italiana non regge alla prova dei fatti.

L’errore di fondo che vedo in questo modo di ragionare, in quest’approccio schematico, meccanico (troppo semplicistico per problemi che andrebbero affrontati con più cervello e meno pancia) sta, da un lato, nel ritenere che il cambiamento, di per sé, equivalga ad un miglioramento e, dall’altro, nell’immaginare che un trentenne, solo perché trentenne, dia maggiori garanzie di un sessantenne nella gestione della “cosa pubblica”.

Il semplice dato anagrafico di una persona non può costituire elemento di giudizio di idoneità o di non idoneità.

Quello che invece ritengo debba essere il criterio da prendere a riferimento per confermare o meno il mandato di rappresentanza ad un politico è l’analisi di cosa ha fatto durante la sua attività, dei risultati che ha ottenuto (sempre che ce ne siano).

Occorrerebbe ragionare con le frazioni, anziché con i semplici numeri interi.

Il tempo di permanenza di un politico in una carica pubblica andrebbe cioè rapportato alle cose che il politico ha fatto in quel periodo, al valore della sua prestazione, ai benefici ottenuti dalla collettività.

Cinque anni senza far nulla sono molto più lunghi di cinque anni nel corso dei quali un politico ha realizzato qualcosa che possa essere effettivamente riscontrato dai cittadini elettori (per esempio, il numero delle proposte di legge presentate).

Il vero scandalo del “sistema” Italia (sul quale in tanti hanno l’interesse di sorvolare) non sta tanto nelle somme molto elevate che tante persone (non solo i politici) si portano a casa ogni mese, quanto nel fatto che molto spesso queste somme sono assolutamente slegate da quello che fanno, dai risultati del loro operato.

Pagare tanto uno che fa poco o nulla è molto più scandaloso che pagare la stessa somma ad uno che fa tanto.

Che pena i “talk-show” della televisione italiana

15 Ott

Da molti anni imperversano nella televisione italiana, sia in quella pubblica che in quelle private, programmi che, con termine inglese, vengono definiti “talk-show”.

Molti di questi talk-show passano poi per essere programmi d’informazione, anzi di approfondimento.

In realtà, nella quasi totalità dei casi, si tratta di quanto di più lontano dal vero giornalismo si possa immaginare, a cominciare dal fatto che a condurli non sono dei veri giornalisti ma dei personaggi che ritengono d’interpretare correttamente il loro ruolo facendo passare il microfono da un ospite ad un altro.

Questi programmi sicuramente non servono ad informare gli ascoltatori, a svolgere cioè quello che dovrebbe essere il principale compito di un giornalismo degno di tale nome.

Per prima cosa un conduttore di una trasmissione d’informazione giornalistica dovrebbe documentarsi in maniera approfondita sulla materia che intende trattare.

Dovrebbe poi porre delle domande vere e insistere se, come sempre accade, l’interlocutore non risponde affatto a quanto gli era stato chiesto.

Dovrebbe infine, in presenza di affermazioni false, bloccare prontamente chi ne è l’autore, contestargli le falsità che dice e informare gli spettatori su come invece stanno le cose.

Nella stragrande maggioranza dei casi il conduttore si limita invece a far passare il microfono, dando a ciascuno la facoltà di dire ciò che vuole, facoltà che consente (molto spesso) di affermare cose false, di offendere gl’interlocutori, il tutto senza che il conduttore intervenga prontamente per ristabilire un minimo d’ordine.

Al di là della pena suscitata dalla visibilità che in questi talk-show viene data, in nome degli ascolti, a certi squallidi personaggi, quello che considero il danno maggiore prodotto da questo surrogato di giornalismo è aver fatto passare l’idea (a furia di dare la parola a chi mente) che l’affermazione di cose false possa essere considerata come espressione di opinioni (quando invece dovrebbe essere chiaro che dire il falso non significa affatto esprimere un’opinione, significa semplicemente mentire).

In questo modo si è potuto spacciare per “confronto di tesi contrapposte” qualcosa che nulla ha a che vedere con quello che è un vero contraddittorio.

I comportamenti dell’uomo non sono dettati solo dalla ragione

12 Ott

Quante volte ci capita di meravigliarci per certi comportamenti incomprensibili, contrari al buon senso, alla logica comune, ma non per questo (anzi, forse proprio per questo) così diffusi?

Quante volte, per esempio, ci domandiamo come sia possibile che gli autori di certi comportamenti, di certe azioni, non si rendano conto dell’assurdità di quel che fanno?

La meraviglia che proviamo di fronte a comportamenti apparentemente (solo apparentemente) inspiegabili nasce da un errore molto diffuso, quello di ritenere che l’uomo sia un essere “soltanto” razionale e che pertanto sia sempre possibile spiegarne i comportamenti  facendo ricorso alla logica, pensando, per esempio, che per non compiere certe azioni, per non tenere certi comportamenti, sia sufficiente essere consapevoli della loro assurdità, della loro illogicità.

Il punto è che invece, per la loro gran parte, i comportamenti umani non rispondono affatto a criteri razionali e questo per il semplice motivo che molto spesso (soprattutto in certe condizioni), più che dalla logica, dal ragionamento, l’essere umano è mosso da spinte irrazionali (come sanno molto bene i pubblicitari) o da sentimenti (come la paura, la passione, l’odio, l’amore), da qualcosa cioè che nulla ha a che vedere con il semplice buon senso.

Ecco perché, per esempio, è perfettamente illusorio pensare che per combattere seriamente la corruzione (fenomeno che ai cittadini italiani costa, ogni anno, qualcosa come 60 miliardi di euro) possa risultare efficace puntare su concetti quali l’etica, la morale, il bene comune, su qualcosa cioè verso il quale gli abitanti di questo Paese, nella loro stragrande maggioranza, hanno sempre dimostrato di essere indifferenti, assolutamente insensibili.

Più efficace puntare sul potere di deterrenza esercitato da leggi chiare e rigorose e, soprattutto, dalla loro effettiva applicazione.

Allo stesso modo, perché un evasore fiscale paghi le tasse che deve non ha alcun senso aspettarsi che lo faccia perché questo è quello che ci si deve aspettare da parte dei cittadini dotati di senso civico; è piuttosto necessario che l’evasore venga “spinto” a comportarsi come un cittadino dotato di senso civico, consapevole dei suoi doveri nei confronti della comunità nella quale vive (comportamento evidentemente per lui innaturale), e per questo occorre (per esempio) che percepisca chiaramente il fatto che non pagare le tasse corrispondenti al suo reddito significa correre un rischio che deve apparirgli molto elevato, tanto elevato da indurlo a comportamenti meno rischiosi.

In certi casi, se si vuole veramente determinare un cambiamento nelle abitudini dei cittadini, occorre far leva sul sentimento della paura, piuttosto che sui “valori”, tanto nobili quanto estranei alla cultura di questo Paese.

Se in Svizzera si sta bene attenti a non buttare carta per terra, a non imbrattare i muri dei palazzi, i monumenti, a rispettare il codice della strada, questo non dipende da una (inesistente) superiore moralità dei cittadini svizzeri ma, molto più semplicemente, dalla loro consapevolezza di vivere in un luogo dove le regole vengono fatte rispettare; è l’ambiente nel quale ci troviamo che determina i nostri comportamenti, molto più delle nostre caratteristiche personali.

Le regioni italiane: un totale fallimento

3 Ott

Le incredibili porcherie di cui sono piene le cronache di questi giorni mostrano chiaramente, come meglio forse non si potrebbe, il totale fallimento dei Consigli Regionali (costituiti nel 1970) e, ancor di più, le disastrose conseguenze della riforma del 2001 del titolo V della nostra Costituzione.

A questo proposito, mi viene in mente una domanda: ma per quale oscuro motivo in questo Paese alla parola “riforma” viene comunemente associato un intrinseco connotato di positività, quando invece, come la storia insegna, sono proprio tante le riforme varate dai vari governi italiani che, una volta attuate, si sono rivelate portatrici di negatività? Tra le tante, basti pensare, ad esempio, a quella che, di fatto, ha aperto le porte all’ingresso nel mondo del lavoro dei cosiddetti “contratti a termine” e con ciò ponendo le premesse dell’esplosione del vergognoso fenomeno del precariato giovanile.

Tornando alla fallimentare riforma del 2001, si tratta di quella che ha enormemente ampliato il campo delle competenze delle regioni, facendo di fatto dell’Italia uno Stato decentrato, il tutto però senza tener conto del fatto che decentrare, delegare alle periferie, senza che questo significhi far venire meno il concetto di Stato unitario, richiedeva, “a monte”, uno Stato centrale forte, capace di esercitare efficacemente le proprie funzioni di indirizzo politico e di controllo (e non solo quelle di generoso distributore di soldi pubblici) e, “a valle”, delle istituzioni locali effettivamente in grado di svolgere correttamente le funzioni loro assegnate. Non esistendo né le condizioni “a monte” né quelle “a valle”, in questi anni, più che di un decentramento, siamo stati testimoni di una vera e propria disgregazione di quel poco Stato che c’era.

Quella riforma ha, di fatto, trasformato le regioni italiane in tanti piccoli Stati e, proprio in forza di questo enorme trasferimento di potere di spesa, ha non solo posto le basi degli sprechi di cui tanto si parla in questi giorni ma (ed è questa quella che considero la conseguenza più grave) ha reso possibile che si creassero (in particolar modo nel settore della sanità) condizioni favorevoli a interessi criminali, soprattutto in quelle regioni dove, da sempre, più forte è il legame tra criminalità, pubblica amministrazione e classe politica.

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