Le regioni italiane: un totale fallimento

3 Ott

Le incredibili porcherie di cui sono piene le cronache di questi giorni mostrano chiaramente, come meglio forse non si potrebbe, il totale fallimento dei Consigli Regionali (costituiti nel 1970) e, ancor di più, le disastrose conseguenze della riforma del 2001 del titolo V della nostra Costituzione.

A questo proposito, mi viene in mente una domanda: ma per quale oscuro motivo in questo Paese alla parola “riforma” viene comunemente associato un intrinseco connotato di positività, quando invece, come la storia insegna, sono proprio tante le riforme varate dai vari governi italiani che, una volta attuate, si sono rivelate portatrici di negatività? Tra le tante, basti pensare, ad esempio, a quella che, di fatto, ha aperto le porte all’ingresso nel mondo del lavoro dei cosiddetti “contratti a termine” e con ciò ponendo le premesse dell’esplosione del vergognoso fenomeno del precariato giovanile.

Tornando alla fallimentare riforma del 2001, si tratta di quella che ha enormemente ampliato il campo delle competenze delle regioni, facendo di fatto dell’Italia uno Stato decentrato, il tutto però senza tener conto del fatto che decentrare, delegare alle periferie, senza che questo significhi far venire meno il concetto di Stato unitario, richiedeva, “a monte”, uno Stato centrale forte, capace di esercitare efficacemente le proprie funzioni di indirizzo politico e di controllo (e non solo quelle di generoso distributore di soldi pubblici) e, “a valle”, delle istituzioni locali effettivamente in grado di svolgere correttamente le funzioni loro assegnate. Non esistendo né le condizioni “a monte” né quelle “a valle”, in questi anni, più che di un decentramento, siamo stati testimoni di una vera e propria disgregazione di quel poco Stato che c’era.

Quella riforma ha, di fatto, trasformato le regioni italiane in tanti piccoli Stati e, proprio in forza di questo enorme trasferimento di potere di spesa, ha non solo posto le basi degli sprechi di cui tanto si parla in questi giorni ma (ed è questa quella che considero la conseguenza più grave) ha reso possibile che si creassero (in particolar modo nel settore della sanità) condizioni favorevoli a interessi criminali, soprattutto in quelle regioni dove, da sempre, più forte è il legame tra criminalità, pubblica amministrazione e classe politica.

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