A proposito di rottamazione

17 Ott

Il termine rottamazione, inizialmente utilizzato con riferimento alle automobili (era lo strumento pensato per aiutare i costruttori a venderle) è da tempo entrato nel linguaggio della politica italiana, e questo grazie al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che ne ha fatto una specie di parola magica, che sta ad indicare l’esigenza di un rinnovamento, di un cambiamento generazionale della classe politica del nostro Paese (in realtà l’esigenza di rinnovamento riguarda tutti i settori della società italiana, non soltanto quello dei politici).

Secondo la tesi alla base dell’uso di questo termine (inappropriato ma sicuramente efficace), con l’inserimento di persone di giovane età (sotto i quarant’anni) nei comuni, nelle regioni, nel Parlamento, si otterrebbe, come per incanto, un miglioramento del livello della nostra classe politica.

Per facilitare la rottamazione dell’attuale classe politica italiana, qualcuno ha pensato poi di porre un limite al numero dei mandati (c’è chi parla di due, c’è chi parla di tre).

Come è stato più volte dimostrato (anche recentemente), questa tesi secondo la quale essere giovane sarebbe la soluzione ai mali della politica italiana non regge alla prova dei fatti.

L’errore di fondo che vedo in questo modo di ragionare, in quest’approccio schematico, meccanico (troppo semplicistico per problemi che andrebbero affrontati con più cervello e meno pancia) sta, da un lato, nel ritenere che il cambiamento, di per sé, equivalga ad un miglioramento e, dall’altro, nell’immaginare che un trentenne, solo perché trentenne, dia maggiori garanzie di un sessantenne nella gestione della “cosa pubblica”.

Il semplice dato anagrafico di una persona non può costituire elemento di giudizio di idoneità o di non idoneità.

Quello che invece ritengo debba essere il criterio da prendere a riferimento per confermare o meno il mandato di rappresentanza ad un politico è l’analisi di cosa ha fatto durante la sua attività, dei risultati che ha ottenuto (sempre che ce ne siano).

Occorrerebbe ragionare con le frazioni, anziché con i semplici numeri interi.

Il tempo di permanenza di un politico in una carica pubblica andrebbe cioè rapportato alle cose che il politico ha fatto in quel periodo, al valore della sua prestazione, ai benefici ottenuti dalla collettività.

Cinque anni senza far nulla sono molto più lunghi di cinque anni nel corso dei quali un politico ha realizzato qualcosa che possa essere effettivamente riscontrato dai cittadini elettori (per esempio, il numero delle proposte di legge presentate).

Il vero scandalo del “sistema” Italia (sul quale in tanti hanno l’interesse di sorvolare) non sta tanto nelle somme molto elevate che tante persone (non solo i politici) si portano a casa ogni mese, quanto nel fatto che molto spesso queste somme sono assolutamente slegate da quello che fanno, dai risultati del loro operato.

Pagare tanto uno che fa poco o nulla è molto più scandaloso che pagare la stessa somma ad uno che fa tanto.

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