A proposito delle prossime elezioni siciliane

24 Ott

Tra qualche giorno gli elettori siciliani saranno chiamati al voto per rinnovare il loro Parlamento ed eleggere il nuovo Presidente della Regione.

Dovranno districarsi tra 10 (!) candidati e 20 (!!) liste.

Molti commentatori attribuiscono a questo voto un valore nazionale, ritenendolo in grado d’influenzare l’esito delle elezioni politiche che si terranno la prossima primavera.

Il ragionamento di chi sostiene questa tesi poggia però su basi molto fragili, non in grado di reggere ad una seria verifica.

Si dà infatti per scontato che la realtà siciliana possa essere ritenuta omogenea a quella delle altre regioni italiane.

Le cose sono ben diverse.

Non basta infatti il semplice dato di una criminalità organizzata ormai largamente diffusa in tutto il territorio nazionale (risultato dell’avanzamento verso nord, tanto prevedibile quanto incontrastato, della famosa “linea della palma” di cui parlava Sciascia) per ritenere che l’Italia sia diventato un Paese omogeneo: non lo è mai stato e a maggior ragione non lo è oggi.

Se c’è qualcosa che oggi accomuna gli italiani è soltanto la stupida adozione di un certo modello di vita (basato sul consumo sfrenato, sul danaro quale elemento distintivo), la perdita della propria memoria storica, l’assenza di una vera classe dirigente, la mediocrità della classe politica (è questo l’elemento che ha reso possibile l’espansione della criminalità).

Ma questo non significa assolutamente che le regioni italiane costituiscano un’entità omogenea.

Prendiamo per esempio il caso di Milano: è la città dove ha avuto inizio, nei famosi anni ’80 (quelli della “Milano da bere”), il declino sociale e culturale italiano, la città che ha dato credito (e ancora lo dà) a personaggi indegni (è anche la città dove è nato il Fascismo), ma è anche la città che ha saputo reagire a questa deriva e lo ha fatto perché aveva dentro di sé energie sane, in grado di proporsi come credibili alternative. Giuliano Pisapia è espressione della migliore borghesia illuminata che ha sempre caratterizzato Milano.

Prendiamo anche il caso di Laura Puppato, la candidata alle primarie del centrosinistra, vergognosamente ignorata dalla televisione italiana: è stata sindaco di Montebelluna, in provincia di Treviso, una zona che negli ultimi anni si è segnalata per alcune vergognose prese di posizione di esponenti politici locali. Eppure anche in quel territorio sono venute alla luce energie sane, anche la provincia di Treviso ha espresso una persona positiva come Laura Puppato.

Quello che invece nel caso siciliano appare tristemente evidente è la pochezza dei candidati, pochezza culturale, prima ancora che politica.

Quello che ancora oggi trova un’amara conferma è l’assoluta mancanza di una borghesia siciliana illuminata, capace di proporsi come vera, seria alternativa agli squallidi personaggi (il cui potere deriva unicamente dall’essere mediatori tra chi è in grado di distribuire posti di lavoro (altro che creare lavoro) e i cittadini dal cui consenso dipende la loro carriera politica) che da sempre gestiscono la vita dei siciliani, sempre più costretti a vivere in uno stato di umiliante dipendenza dal danaro pubblico, sempre più condannati a non sentirsi parte dello Stato nel quale vivono.

Il paradosso, tutto siciliano (non a caso la Sicilia è la terra di Pirandello), sta nel fatto che la mafia, prima ancora di condizionare la politica, condiziona il voto dei cittadini, sul cui consenso (che in teoria dovrebbe essere libero, non condizionato) è basata la politica.

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