Archivio | novembre, 2012

Ma perché in questo Paese non si tiene conto dei numeri?

26 Nov

Ieri è stato il giorno delle tanto reclamizzate primarie del centrosinistra.

Il primo commento dei partecipanti è stato di grande soddisfazione per il dato dell’affluenza alle urne: ben (?) 3.100.000 persone si sono recate a votare.

Tutti hanno letto questo dato “strabiliante” come la più evidente dimostrazione di quanto grande sia in realtà, nei cittadini-elettori del centrosinistra,  l’interesse nei confronti della politica, altro che l’anti-politica (ovviamente in tanti pensavano, a questo proposito, al Movimento 5 Stelle).

Ben 3.100.000 persone hanno sborsato volentieri 2 euro ed hanno accettato di buon grado di sottoporsi ad una procedura di voto complicata (e quando mai le menti burocratiche di questo Paese sono state in grado di elaborare procedure semplici?), in qualche caso anche a lunghe code, pur di esercitare il loro diritto di elettori, pur di concorrere a designare il leader della coalizione di centrosinistra alle prossime elezioni politiche.

Tutti quanti, di fronte a questo “impressionante” segnale di partecipazione popolare, di democrazia vera, hanno tirato un grosso sospiro di sollievo, soprattutto pensando a quanto era emerso in occasione delle recenti elezioni siciliane, dove quasi il 53% degli elettori non è andato a votare.

Davanti a queste manifestazioni di soddisfazione resta però un mistero: ma come si fa ad essere così contenti se chi è andato a votare (poco più di 3 milioni di persone) rappresenta soltanto una piccola parte di quello che è il potenziale elettorato dello schieramento di centrosinistra?

Sulla base dei risultati delle precedenti elezioni politiche (quelle del 2008), il numero degli elettori del centrosinistra è valutabile in circa 13 milioni.

Se si mettono a confronto il dato dell’affluenza di ieri (poco più di 3 milioni) e quello del potenziale elettorato del centrosinistra (circa 13 milioni), dovrebbe venir fuori questa semplice domanda: dove sono i 10 milioni di elettori del centrosinistra che mancano all’appello?

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A proposito di meritocrazia

25 Nov

Da un po’ di tempo a questa parte, in particolare da quando a Palazzo Chigi s’è insediato il “governo tecnico”, sempre più spesso si sente parlare di meritocrazia.

Chi promuove l’uso di questa parola  ritiene che affidare ai più meritevoli il potere di assegnare (tanto nel settore pubblico quanto in quello privato) i posti di responsabilità sia la più valida alternativa al sistema clientelare, notoriamente “il sistema più amato dagli italiani”.

Al di là del potere magico che vedo conferito alla parola “meritocrazia”, noto che nessuno s’interroga sul significato attribuito a “merito” e su come una parola che, a prima vista, sembra ispirare positività possa essere utilizzata per finalità tutt’altro che positive.

Come al solito, si usa un termine (merito) senza tener conto della moltitudine di significati diversi a questo attribuibili.

Se per merito s’intende la condizione in cui si trova chi è in possesso di specifici requisiti (come l’aver ottenuto, nello studio o nel lavoro, determinati risultati o l’essere dotato di certe capacità), condizione dalla quale discenderebbe il diritto ad una ricompensa, è del tutto evidente che parlare di meritocrazia si collega con un determinato criterio di selezione delle persone, finalizzato a far andare avanti soltanto i più adatti ad un determinato ambiente.

L’adozione della meritocrazia presuppone infatti una legittimazione discrezionale da parte di chi fissa i requisiti e i criteri per misurarli.

Con buona pace dei tanti illusi, essere “più meritevole” non vuol dire affatto essere “migliore” (come furbescamente si vorrebbe far credere), ma semplicemente essere “più adatto”, e questo non solo limitatamente ad un determinato ambiente ma anche limitatamente ad un determinato momento storico.

In definitiva, parlare di “merito” vuol dire parlare di qualcosa di assolutamente relativo.

Anziché parlare di “più meritevole” sarebbe meglio parlare di “più competente”.

A proposito delle scelte “rivoluzionarie” del nuovo presidente della regione siciliana

24 Nov

Dopo la nomina di Franco Battiato ad assessore al Turismo e Spettacolo, quella dell’ottantatreenne Antonino Zichichi ai Beni Culturali e quella di una ragazza di 29 anni alla Formazione dovrebbero rappresentare (?) due ulteriori segnali della “rivoluzione” promessa dal nuovo presidente della Regione siciliana.

Quello che sfugge in questa “rivoluzione” è il criterio adottato nella scelta degli assessori.

Certamente non è quello della competenza: quale competenza può infatti vantare il non più giovane Antonino Zichichi in materia di Beni Culturali? Davvero si vuol far credere che in Sicilia, luogo come pochi altri al mondo ricco di cultura, di arte, di storia, non ci sono seri specialisti della materia?

Altrettanto certamente non è il merito, né il riconoscimento dei risultati ottenuti  nella materia che questi nuovi assessori sono stati chiamati a gestire, né tanto meno dell’impegno dimostrato da questi nuovi “nominati” nel raggiungere tali risultati.

Che segnale (soprattutto nei confronti di quei giovani che affrontano lo studio con sacrificio e impegno) è quello di aver nominato alla guida della Formazione una ragazza che all’età di ventinove anni non ha ancora concluso il suo corso di studi? Non è forse questa una chiara dimostrazione d’inaffidabilità? Come fa a promuovere l’efficienza (parola di cui tutti si riempiono la bocca) una persona che non riesce a gestire in maniera efficiente la propria formazione? Quali sono i titoli di merito, quali i risultati ottenuti da questa nuova esponente della classe politica siciliana? Forse quello di fare politica da quando aveva 14 anni, quello cioè di essere una piccola “professionista” della politica?

Ho l’impressione che all’origine di alcune scelte (non soltanto di quelle sopra richiamate, ma anche di quelle che, oggi come in passato, vedono coinvolti, loro malgrado, parenti di vittime della mafia) ci sia innanzitutto l’esigenza di “fare scena”, di buttare fumo negli occhi di un’opinione pubblica sempre più facilmente suggestionabile, altro che rivoluzione culturale!

D’altra parte non è forse la Sicilia la terra dove l’apparenza è tutto?

La vera rivoluzione di cui c’è bisogno, in Sicilia come nel resto del Paese, sta nel ripristino della normalità; e la prima pietra di questa ricostruzione è proprio l’adozione del criterio della reale competenza nella scelta delle persone chiamate a gestire la cosa pubblica.

Nel Parlamento italiano ideale i partiti sono tanti quanti sono i parlamentari

23 Nov

Lo scenario politico italiano, così come si sta delineando in questi ultimi mesi, va assumendo toni sempre più surreali: da una parte ci sono i problemi quotidiani dei cittadini, che ogni giorno che passa diventano sempre più seri, sempre più gravi, dall’altra ci sono i partiti, vale a dire le organizzazioni che dovrebbero prendersi carico di questi problemi, che ogni giorno che passa dimostrano non solo di non essere in grado di far fronte al loro compito ma di essere unicamente interessati al proprio tornaconto.

Il risultato è una continua, inesorabile, decadenza di quello che un tempo veniva chiamato il Bel Paese, espressione che da alcuni anni identifica soltanto un formaggio.

La situazione, già grave, degenera poi in farsa: davanti alla loro conclamata incapacità, cosa fanno i politici che siedono in Parlamento?

Danno vita a nuove formazioni parlamentari, aggiungendo così confusione a confusione.

Anni fa, dopo aver messo in giro la storiella della morte della prima repubblica, nel nostro Paese si cominciò a parlare di bipolarismo, di sistema maggioritario.

Termini, entrambi, che non tenevano conto di com’è fatto il Paese nel quale si volevano introdurre sistemi politici esistenti in realtà ben diverse.

Il nostro è il Paese nel quale la tendenza dominante è quella di dividersi, di distinguersi, di badare innanzitutto al proprio “particulare“, alla propria famiglia, alla propria contrada, non quella di “fare squadra”.

Non bastò la suddivisione tra guelfi e ghibellini, si dovette far ricorso ad un’ulteriore suddivisione dei guelfi, in bianchi e neri.

Ed è proprio per questo “patrimonio genetico” degli italiani che il sistema politico che meglio risponde alle caratteristiche del nostro Paese è il proporzionale puro, che garantisce visibilità (e contributi pubblici) a tutte le formazioni politiche.

Anziché puntare a concentrare le forze sane del Paese, in modo così da ottenere quella “massa critica” necessaria per attuare (non solo annunciare) quelle riforme senza le quali la situazione non potrà che peggiorare (a cominciare dalle riforme necessarie per ridurre l’enorme spesa pubblica improduttiva e per rendere più equo il sistema tributario), si continua a pensare a come distinguersi dagli altri.

Il principale obiettivo di gran parte dei professionisti della politica italiana è quello di marcare la propria diversità (soprattutto quando questa non c’è), non quello di risolvere i problemi concreti; il loro impegno è più quello d’indicare in astratto cosa fare, non di fare.

Continuando su questa strada non c’è che l’ingovernabilità, quell’ingovernabilità che da sempre caratterizza questo Paese.

Non si riesce nemmeno a dire chiaramente quanto costa parcheggiare un’auto

21 Nov

Su molti cartelli posti nelle sempre più numerose zone blu, quelle dedicate ai parcheggi a pagamento, sono riportati due importi, quello indicato come “tariffa oraria” e quello indicato come “frazione”.

Ma che cosa vuol dire “frazione”, visto che non viene indicato a quale parte dell’ora si riferisce quell’importo?

Qual è la parte, la frazione, di ora alla quale pensava chi ha scritto quel cartello? 1/3, 1/4, 1/5?

Dalla cifra indicata a fianco della scritta “frazione” si deduce che l’autore intendeva riferire quell’importo ad 1/10 d’ora (6 minuti).

Ma perché chi scrive qualcosa destinato ad informare non si rende conto che l’obiettivo al quale deve tendere è che si capisca quel che scrive? Non sarebbe stato più chiaro, in questo caso, indicare i centesimi di euro da pagare ogni 6 minuti di sosta, anziché indicare il prezzo di una non meglio precisata frazione d’ora?

A proposito del confronto tra i candidati alle primarie del centrosinistra

13 Nov

Ieri sera ho seguito il confronto televisivo tra i cinque candidati alle prossime primarie del centrosinistra.

Si è trattato di un’altra tappa della trasformazione della politica in spettacolo, dalle cui leggi sembra ormai che tutto sia condizionato, alle cui leggi sembra che tutto e tutti debbano obbedire.

Sembrava di assistere ad un gioco a premi, con i cinque candidati nella veste di concorrenti; ed in effetti uno di loro (Matteo Renzi) concorrente lo era stato per davvero, quando (nel 1994) partecipò al gioco televisivo di Mike Bongiorno “La ruota della fortuna”.

Ho visto molta finzione, molta “plastica”, nessuna spontaneità; sembrava che tutti stessero recitando una parte (chissà a quante prove si saranno sottoposti prima dello spettacolo), preoccupati più d’ogni altra cosa di “bucare lo schermo” più e meglio degli altri aspiranti alla parte, in una gara a chi la sparava più grossa pur di far scattare l’applauso del pubblico (Renzi è arrivato a promettere di formare un governo con soli dieci ministri).

Ci mancava solo l’applausometro, l’apparecchio col quale venivano giudicati i cantanti che partecipavano a “Settevoci”, il programma televisivo che nella seconda metà degli anni sessanta lanciò Pippo Baudo.

In realtà, una cosa è “bucare lo schermo”, un’altra è dire cose interessanti.

Per tutta la durata del confronto ho avuto la netta impressione che il principale obiettivo dei cinque concorrenti fosse quello di non far emergere le differenze tra gli uni e gli altri, di far vedere di andare d’accordo, di tranquillizzare l’elettore-spettatore.

In chiusura, lo spettacolo di ieri sera ha raggiunto il suo momento clou quando ai cinque concorrenti è stato chiesto d’indicare due nomi del loro pantheon.

Sentir dire ai due rappresentanti della sinistra italiana che i nomi del loro pantheon sono quello di un cardinale e quello di un papa ha fatto venir fuori, in un colpo solo, due dati: da un lato ha reso evidente quanto fosse finto lo spettacolo al quale si stava assistendo e dall’altro ha fatto vedere come ancora oggi la sinistra italiana senta il bisogno di essere accettata, di essere legittimata a guidare questo Paese.

Poco più di trent’anni fa Alberto Ronchey coniò il termine “fattore K” (dal russo Kommunizm); l’utilizzò, per la prima volta, il 30 marzo 1979, sul Corriere della Sera, per indicare la causa del mancato ricambio delle forze politiche che, dal dopoguerra, avevano guidato l’Italia: l’alternanza era impedita dalla presenza del partito comunista al quale, per ragioni di alleanze e di equilibri internazionali, non poteva essere consentito di arrivare al potere.

Mentre il “fattore K” non è più presente, continua invece ad esserlo quello che io chiamo il “fattore V”, l’impossibilità cioè di non tener conto della presenza nel nostro Paese del Vaticano, del potere condizionante della chiesa cattolica.

La strada migliore è e resta quella della prevenzione

11 Nov

Da mesi il Parlamento italiano è alle prese con la nuova legge elettorale.

Il punto sul quale i parlamentari si sono impantanati è quello del premio da riconoscere a chi otterrà la maggioranza relativa.

L’obiettivo (nemmeno tanto nascosto) che si vuole che la nuova legge elettorale consenta di raggiungere è quello d’impedire che ci sia un chiaro vincitore; esattamente l’opposto di quello che, come abbiamo visto nei giorni scorsi, consentono di raggiungere le elezioni americane.

Sembra di assistere alla preparazione di uno dei tanti concorsi-truffa ai quali siamo abituati in questo Paese (tanto nel settore pubblico che in quello privato), uno di quei concorsi fatti apposta per far risultare vincitore chi si è già deciso lo sia prima ancora del loro svolgimento.

La funzione del concorso viene così completamente trasformata: anziché fissare delle regole per scegliere il migliore, si costruisce un regolamento su misura per chi è già stato designato vincitore.

In questo modo il concorso non serve più, come dovrebbe, ad individuare il migliore ma a rendere formalmente giustificabile una scelta invece fatta a monte.

Anziché continuare con questi tatticismi, anziché discutere, come in un un suk arabo, sull’entità del premio da riconoscere a chi ottiene più voti, mi concentrerei su come impedire che vengano candidati personaggi privi dei requisiti necessari per rappresentare degnamente il Paese.

Penserei inoltre a come limitare il numero degli elettori, negando per esempio il diritto di voto a chi si trovi nelle condizioni previste nell’articolo 48 della nostra Costituzione, nel quale è scritto: “Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge”.

Chi volete che voti un pregiudicato, un delinquente abituale, un buon a nulla, se non un suo simile?

Come diceva Cicerone, similes cum similibus facillime congregantur.

La società nella quale viviamo assomiglia tanto ad un supermercato

10 Nov

Il modello di società che anche il nostro Paese ha adottato si caratterizza per avere, come obiettivo principale, quello di vendere, cioè di fare spendere.

Si tratta del modello su cui si basa la società americana, fondata sul consumismo, cioè sul danaro, considerato lo strumento che dà la felicità.

Nella società americana infatti è molto diffuso il concetto secondo il quale la felicità consiste nel possedere cose, ragione per la quale per acquisirla è necessario comprare, e quindi disporre di danaro.

E certamente non è casuale il fatto che nella Costituzione americana ci sia un esplicito riferimento al diritto alla felicità.

Qui, secondo me, va ricercata l’origine della trasformazione dei cittadini in consumatori.

Nella società nella quale viviamo si vende di tutto, soprattutto un sacco di cose inutili.

Si vendono i debiti delle nazioni, si vendono le partite di calcio, si vendono i voti.

Per vendere è ovviamente necessario che ci sia chi compra, chi è disposto a spendere soldi per acquistare quello che il venditore offre.

Per chi vende è quindi indispensabile creare le condizioni necessarie perché il cittadino sia invogliato a comprare, e a questo ci pensa il marketing, la propaganda televisiva, sempre più martellante; è necessario, prima di tutto, rendere più facile l’acquisto.

Non è un caso che in questi anni si sia assistito ad una progressiva, continua diminuzione del livello di difficoltà delle domande che vengono poste a chi segue da casa certi programmi televisivi.

La ragione per cui certe domande appaiono di una facilità vergognosa risiede nel fatto che il numero dei telespettatori partecipanti al gioco deve essere il più alto possibile; la domanda deve facilitare l’individuazione della risposta esatta e quindi la decisione di pagare la somma per partecipare al gioco, somma che deve essere bassa, sempre per lo stesso motivo (invogliare tante persone a giocare).

Invitare a spendere 1 euro è più utile che invitare a spenderne 10; le persone in grado di rispondere esattamente a domande da 10 euro sono certamente meno numerose di quelle in grado di rispondere esattamente a domande da 1 euro, motivo per cui con le domande da 1 euro s’incassa di più (le domande da 10 euro sono meno “vendibili” di quelle da 1 euro); ecco il motivo per cui si fanno domande facili, per vendere meglio.

Fare la spesa in un grande supermercato fornisce una chiara dimostrazione di quanto sia più utile, per chi vende, rendere facile il superfluo e difficile il necessario (il sale e lo zucchero sono sempre meno “visibili” delle caramelle, delle merendine).

La politica deve suscitare passione, non fanatismo

10 Nov

Osservando quel che accade in certi schieramenti politici, vecchi e nuovi, mi rendo conto di quanto sia profondamente radicato negli esseri umani il bisogno di credere, di credere in qualcosa, in qualcuno, di sentirsi parte di una comunità, di una chiesa, di sentirsi legati ad altri da vincoli di obbedienza a personaggi trascendenti, a qualcosa di “sacro”.

Il bisogno di sentirsi parte di una comunità (sia essa reale che virtuale), di sapere sempre cosa fare semplicemente consultando un oracolo che guidi nelle scelte è molto più forte del bisogno di crescere, di diventare adulti, d’imparare a consultare solo se stessi per capire cosa fare e cosa non fare.

Bisognerebbe sempre avere in testa la differenza fondamentale tra la religione e la scienza: mentre la prima si basa sull’autorità (indiscussa e indiscutibile), la seconda si basa sull’osservazione (di ciò che accade) e sul ragionamento (su ciò che accade).

La religione si ritiene depositaria della verità e piega a questa quei fatti che non si prestano ad essere spiegati come manifestazioni di una volontà che li precede, determinandoli; i fedeli di una religione, così come i seguaci di una setta, ritenendo (a priori) di essere già a conoscenza di ciò che è bene e di ciò che è male, e quindi nelle condizioni di giudicare cosa va fatto e cosa non va fatto, tendono a guardare gli altri dall’alto in basso, a volte a commiserarli, a volte a combatterli, perché gli altri non condividono la loro visione del mondo, perché non accettano la loro verità, soprattutto poi se questi altri dimostrano d’essere spiriti liberi, di preferire il metodo scientifico all’adesione a posizioni precostituite.

Il giudizio viene così sostituito dal pre-giudizio.

Sic stantibus rebus, ogni tentativo di confronto è inevitabilmente destinato a fallire.

Ma che ci sta a fare questo Parlamento?

9 Nov

Quando s’insediò l’attuale governo, gli osservatori politici di questo Paese, per cercare di far accettare ai cittadini (quelli che in una democrazia rappresentativa dovrebbero essere i “rappresentati”) l’idea di essere governati da un governo privo di veri “rappresentanti” del popolo, dissero che avere un governo “tecnico” non era poi del tutto negativo: mentre il governo si sarebbe impegnato ad evitare che il Paese finisse nel baratro, i veri politici, quelli sì autentici “rappresentanti” del popolo, esonerati da un compito certamente fuori dalla loro portata, avrebbero avuto a disposizione più di un anno di tempo per preparare le elezioni del 2013, che avrebbero sanato l’anomalia del governo Monti.

Come prima cosa, i parlamentari italiani avrebbero dovuto mettere al primo posto della loro agenda la stesura di una legge elettorale che andasse a sostituire quella da tutti considerata (anche da chi a suo tempo l’aveva votata, evidentemente “a sua insaputa”) una vera “porcata”.

Com’è noto, il governo Monti è in carica da un anno (al suo compleanno manca una settimana) ma della nuova legge elettorale ancora non v’è traccia.

Ma in quale altro Paese della Terra non si sa, a distanza di pochi mesi dalle elezioni politiche, con quale legge si andrà a votare?

Ora sembra che l’esito delle ultime elezioni siciliane (i tantissimi cittadini che non sono andati a votare, non sentendosi evidentemente rappresentati da nessuno dei candidati, e il successo del Movimento 5 Stelle di Grillo) abbia messo un po’ in allarme il mondo politico ufficiale.

Una cosa mi sembra del tutto chiara: il fatto che in un anno il Parlamento di questo Paese non sia stato in grado di mettere a punto una legge elettorale degna di tale nome dimostra (se mai ancora qualcuno non ne fosse convinto) non solo l’inesistenza di alcun rapporto tra rappresentanti e rappresentati (con buona pace per la democrazia rappresentativa) ma, ancor di più, l’assoluta inutilità dei sedicenti “rappresentanti del popolo italiano”.

Questo Parlamento va chiuso, prima ancora che per il fatto d’essere pieno di personaggi impresentabili, al di sotto di qualunque limite minimo accettabile, per il fatto che è inutile, che non è in grado di fare ciò che serve a questo Paese.

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