L’albero si riconosce dai frutti che dà

6 Nov

La Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per appurare se vi sia un nesso di causalità tra l’elevata percentuale di nascite di bambini con gravi malformazioni che da anni si riscontra in quella zona e l’inquinamento prodotto dall’impianto petrolchimico dell’Eni, inaugurato nel 1965 (allora si chiamava Anic) da Enrico Mattei.

Visto che luoghi trasformati in veri mostri ambientali come Gela sono il frutto del modello di sviluppo pensato ed attuato, a partire dal dopoguerra, dai governi di questo Paese, dovrebbe essere chiaro a tutti che quel modello si è rivelato sbagliato, e questo non solo per i gravi e irreparabili danni che ha prodotto all’ambiente ed alla salute dei cittadini (che al primo è evidentemente collegata).

Credo valga la pena di fare un passo indietro e di ricordare che l’Italia, dopo il 1950, fu teatro di una vera e propria corsa all’oro (nero), che in poco più di vent’anni ci fece diventare il quarto Paese al mondo per capacità di raffinazione installata (prima di noi solo gli USA, l’Unione Sovietica e il Giappone).

In quegli anni si pensava che il settore della raffinazione potesse essere oggetto di uno sviluppo continuo (non tenendo così conto del fatto elementare che in un mondo con risorse finite non è possibile pensare ad uno sviluppo senza limiti).

Per anni, con una capacità di lavorazione di gran lunga superiore a quelli che erano i suoi reali fabbisogni, l’Italia ha svolto (chissà se se n’è resa conto) lo sporco compito di “raffinatore d’Europa”, ruolo affidatoci di buon grado dagli altri Paesi europei, dal momento che gl’impianti di raffinazione richiedono grandi investimenti, poca occupazione e producono grandi quantità di sostanze inquinanti.

Ce lo conferma lo scempio che nel nostro Paese si è fatto dell’ambiente; credo, a proposito della notizia su Gela, che l’apice sia stato raggiunto nella zona sud orientale della Sicilia, dove, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, con la complicità dei politici siciliani, le zone di Melilli, Priolo, Augusta cominciarono ad essere trasformate in veri e propri inferni.

Il caso più eclatante di questo scempio è quello del paesino di Marina di Melilli, in provincia di Siracusa: tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 il livello dell’inquinamento ambientale raggiunse valori così elevati che quel piccolo centro fu letteralmente cancellato dalla carta geografica; fu dichiarato morto.

Mi ritorna alla mente (erano i primi anni sessanta) cosa avveniva quando si percorreva in automobile la strada che da Augusta porta a  Siracusa: mi ricordo dei fazzoletti imbevuti d’acqua di colonia che mia mamma dava a me e a mio fratello per contrastare quella puzza insopportabile che infestava tutta quella zona.

Non ricordo, né in quegli anni né in quelli successivi, interventi, manifestazioni, che evidenziassero quello scempio, anzi.

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