Chi di speranza vive disperato muore

7 Nov

Tra le prime misure adottate dal governo Monti mi sarei aspettato di vederne una in particolare, in grado di rappresentare un chiaro segnale di discontinuità rispetto ai governi precedenti: una drastica riduzione della spesa pubblica improduttiva, e invece …

E invece l’attuale governo, da tutti definito “tecnico” (a parole) ma nei fatti (che sono quelli che contano) espressione della più radicata cultura governativa di questo Paese, in quasi un anno di vita (è in carica dal 16 novembre 2011) non ha mostrato alcuna intenzione di volersi muovere in tal senso; s’è ben guardato infatti dall’intaccare gli enormi privilegi, le tante rendite di posizione, che proprio nella spesa pubblica improduttiva si annidano.

Eppure, in occasione del suo primo discorso alle Camere, Monti aveva usato parole come “rigore”, “crescita”, “equità”, parole che a molti avevano dato l’illusione che una nuova era era alle porte.

In molti hanno sperato che un governo non espressione dei partiti fosse in grado di prendere decisioni scomode ma serie, che potesse adottare provvedimenti impopolari ma giusti, equi.

Nei provvedimenti finora adottati questo governo ha però dimostrato di essere ben lontano da quello che a molti era sembrato un governo capace di spostare la barra del timone della politica italiana, indirizzando la barca Italia verso rotte mai percorse.

Ancora una volta i reali bisogni dei cittadini sono stati ignorati, ancora una volta chi governa questo Paese ha dimostrato di essere ostaggio della peggiore tradizione politica nostrana, quella dei compromessi al ribasso, quella che pur di non perdere i consensi che la tengono in piedi continua a sacrificare la parte migliore del Paese, a mantenere il sistema Italia bloccato.

Se c’è un settore nel quale il governo avrebbe dovuto agire con rigore e secondo equità, questo è proprio l’apparato burocratico della pubblica amministrazione, che più degli altri settori pubblici si caratterizza come esempio di spesa improduttiva.

Qui però viene fuori il vero problema della pubblica amministrazione del nostro Paese, un ostacolo così grande che nessun governo è mai stato in grado di affrontarlo seriamente: la spesa (enorme) destinata alla pubblica amministrazione italiana risulta improduttiva non soltanto per lo spropositato numero di dipendenti ma per la scarsa preparazione, la scarsa professionalità di gran parte di essi.

I cittadini italiani, oltre a manifestare (giustamente) contro lo strapotere delle banche, dovrebbero preoccuparsi seriamente di queste carenze della pubblica amministrazione, perché è proprio da queste che discende non solo la bassa qualità del servizio che da essa ricevono ma anche l’impossibilità che lo Stato destini adeguate risorse pubbliche a finalità importanti per la collettività, obiettivo più facilmente raggiungibile se prima si eliminassero le innumerevoli spese assolutamente inutili (che ogni anno assorbono ingenti somme di danaro pubblico).

Il dato del quale però non si tiene conto è che tutto questo non è affatto casuale, come crede chi ogni tanto “cade dal pero”; la bassa qualità dei servizi che la pubblica amministrazione italiana rende ai cittadini è (anche) frutto di un “patto” siglato, nei fatti, tra i politici e i sindacati di questo Paese, “patto” che può essere riassunto con queste parole: ti pago poco ma in compenso non ti chiedo di essere preparato, non ti controllo e in compenso ti lascio fare quello che vuoi (con buona pace per il merito).

Come ben sa chi è abituato a ragionare correttamente, prendere in esame i costi di “produzione” (quanto lo Stato spende ogni anno per mantenere la “macchina” della pubblica amministrazione) prescindendo dalla quantità e dalla qualità di ciò che si “produce” (la quantità e la qualità dei servizi resi ai cittadini), è quanto di più sbagliato possa esserci; quello da prendere a riferimento è invece il rapporto tra i costi sostenuti per “produrre” e ciò che si “produce”, il costo, cioè, per unità di “prodotto”.

Prendiamo per esempio la scuola media italiana: che senso ha mettere in evidenza sempre e soltanto quanto guadagnano gl’insegnanti e non considerare mai il basso livello di preparazione evidenziato nelle classifiche internazionali dagli studenti, segno evidente di una bassa qualità del lavoro dei docenti, cioè della loro “produzione” (studenti preparati, in grado di sostenere brillantemente le verifiche alle quali vengono sottoposti)?

Nel caso della scuola media c’è poi l’assurdo, a fronte di una scarsa qualità degli studenti, di una crescita del numero dei promossi.

Si dovrebbe poter sperare che gl’italiani migliorino, che si rendano conto che una società che premi i più meritevoli, i più capaci, non solo è una società più giusta ma è qualcosa che conviene a tutti, ma come la Storia insegna (e come ricordava Leopardi), sperare che gl’italiani cambino è perfettamente inutile.

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