A proposito di province

8 Nov

Il nuovo Presidente dell’UPI (Unione delle Province d’Italia) ha annunciato che tutte le Province italiane faranno ricorso al Tar contro i tagli di 500 milioni di euro decisi dal governo nell’ambito della cosiddetta “spending review“.

Nella sua dichiarazione, questo rappresentante delle istituzioni italiane ha in sostanza minacciato il governo di non riscaldare più le scuole che rientrano nelle competenze delle Province (le scuole superiori), aggiungendo che, come conseguenza di questa decisione, gli studenti vedrebbero aumentato il numero dei giorni di vacanza.

Al di là della singolare “uscita” di questo funzionario (arrivare a minacciare di non rispettare una legge dello Stato, che tra l’altro è anche il suo datore di lavoro, ha davvero dell’incredibile), quello che vale la pena di evidenziare in questa vicenda è vedere, ancora una volta, come una difesa di concreti interessi personali che si ritengono minacciati da un cambiamento venga mascherata con un inesistente interesse per il bene della collettività (in questo caso, il benessere degli studenti).

E che cosa sarebbe mai potuto accadere se il governo, in un momento di lucidità, avesse deciso non di ridurre il numero delle province italiane ma di eliminarle tutte, secondo un progetto sbandierato a destra e a manca dai tanti raccontatori di balle di questo Paese?

Quante ore di riscaldamento si potrebbero assicurare agli studenti delle scuole superiori italiane con quello che si risparmierebbe se si abolissero le Province e tutti gli enti inutili di questo Paese?

Il nostro problema numero uno è che l’amministrazione pubblica (centrale e periferica) è un mostro mitologico che consuma enormi quantità di danaro dei cittadini e che la gran parte di questo danaro viene consumato solo per farla vivere, non per farla funzionare in modo efficiente, non per farle produrre servizi utili alla collettività.

Proprio per questo, per poter continuare a vivere, pensa prima di tutto a come proteggersi, infischiandosene solennemente del Paese reale, che incredibilmente (e colpevolmente) accetta passivamente questo stato di cose.

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