Nel Parlamento italiano ideale i partiti sono tanti quanti sono i parlamentari

23 Nov

Lo scenario politico italiano, così come si sta delineando in questi ultimi mesi, va assumendo toni sempre più surreali: da una parte ci sono i problemi quotidiani dei cittadini, che ogni giorno che passa diventano sempre più seri, sempre più gravi, dall’altra ci sono i partiti, vale a dire le organizzazioni che dovrebbero prendersi carico di questi problemi, che ogni giorno che passa dimostrano non solo di non essere in grado di far fronte al loro compito ma di essere unicamente interessati al proprio tornaconto.

Il risultato è una continua, inesorabile, decadenza di quello che un tempo veniva chiamato il Bel Paese, espressione che da alcuni anni identifica soltanto un formaggio.

La situazione, già grave, degenera poi in farsa: davanti alla loro conclamata incapacità, cosa fanno i politici che siedono in Parlamento?

Danno vita a nuove formazioni parlamentari, aggiungendo così confusione a confusione.

Anni fa, dopo aver messo in giro la storiella della morte della prima repubblica, nel nostro Paese si cominciò a parlare di bipolarismo, di sistema maggioritario.

Termini, entrambi, che non tenevano conto di com’è fatto il Paese nel quale si volevano introdurre sistemi politici esistenti in realtà ben diverse.

Il nostro è il Paese nel quale la tendenza dominante è quella di dividersi, di distinguersi, di badare innanzitutto al proprio “particulare“, alla propria famiglia, alla propria contrada, non quella di “fare squadra”.

Non bastò la suddivisione tra guelfi e ghibellini, si dovette far ricorso ad un’ulteriore suddivisione dei guelfi, in bianchi e neri.

Ed è proprio per questo “patrimonio genetico” degli italiani che il sistema politico che meglio risponde alle caratteristiche del nostro Paese è il proporzionale puro, che garantisce visibilità (e contributi pubblici) a tutte le formazioni politiche.

Anziché puntare a concentrare le forze sane del Paese, in modo così da ottenere quella “massa critica” necessaria per attuare (non solo annunciare) quelle riforme senza le quali la situazione non potrà che peggiorare (a cominciare dalle riforme necessarie per ridurre l’enorme spesa pubblica improduttiva e per rendere più equo il sistema tributario), si continua a pensare a come distinguersi dagli altri.

Il principale obiettivo di gran parte dei professionisti della politica italiana è quello di marcare la propria diversità (soprattutto quando questa non c’è), non quello di risolvere i problemi concreti; il loro impegno è più quello d’indicare in astratto cosa fare, non di fare.

Continuando su questa strada non c’è che l’ingovernabilità, quell’ingovernabilità che da sempre caratterizza questo Paese.

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