A proposito di meritocrazia

25 Nov

Da un po’ di tempo a questa parte, in particolare da quando a Palazzo Chigi s’è insediato il “governo tecnico”, sempre più spesso si sente parlare di meritocrazia.

Chi promuove l’uso di questa parola  ritiene che affidare ai più meritevoli il potere di assegnare (tanto nel settore pubblico quanto in quello privato) i posti di responsabilità sia la più valida alternativa al sistema clientelare, notoriamente “il sistema più amato dagli italiani”.

Al di là del potere magico che vedo conferito alla parola “meritocrazia”, noto che nessuno s’interroga sul significato attribuito a “merito” e su come una parola che, a prima vista, sembra ispirare positività possa essere utilizzata per finalità tutt’altro che positive.

Come al solito, si usa un termine (merito) senza tener conto della moltitudine di significati diversi a questo attribuibili.

Se per merito s’intende la condizione in cui si trova chi è in possesso di specifici requisiti (come l’aver ottenuto, nello studio o nel lavoro, determinati risultati o l’essere dotato di certe capacità), condizione dalla quale discenderebbe il diritto ad una ricompensa, è del tutto evidente che parlare di meritocrazia si collega con un determinato criterio di selezione delle persone, finalizzato a far andare avanti soltanto i più adatti ad un determinato ambiente.

L’adozione della meritocrazia presuppone infatti una legittimazione discrezionale da parte di chi fissa i requisiti e i criteri per misurarli.

Con buona pace dei tanti illusi, essere “più meritevole” non vuol dire affatto essere “migliore” (come furbescamente si vorrebbe far credere), ma semplicemente essere “più adatto”, e questo non solo limitatamente ad un determinato ambiente ma anche limitatamente ad un determinato momento storico.

In definitiva, parlare di “merito” vuol dire parlare di qualcosa di assolutamente relativo.

Anziché parlare di “più meritevole” sarebbe meglio parlare di “più competente”.

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