Archivio | novembre, 2012

A proposito di province

8 Nov

Il nuovo Presidente dell’UPI (Unione delle Province d’Italia) ha annunciato che tutte le Province italiane faranno ricorso al Tar contro i tagli di 500 milioni di euro decisi dal governo nell’ambito della cosiddetta “spending review“.

Nella sua dichiarazione, questo rappresentante delle istituzioni italiane ha in sostanza minacciato il governo di non riscaldare più le scuole che rientrano nelle competenze delle Province (le scuole superiori), aggiungendo che, come conseguenza di questa decisione, gli studenti vedrebbero aumentato il numero dei giorni di vacanza.

Al di là della singolare “uscita” di questo funzionario (arrivare a minacciare di non rispettare una legge dello Stato, che tra l’altro è anche il suo datore di lavoro, ha davvero dell’incredibile), quello che vale la pena di evidenziare in questa vicenda è vedere, ancora una volta, come una difesa di concreti interessi personali che si ritengono minacciati da un cambiamento venga mascherata con un inesistente interesse per il bene della collettività (in questo caso, il benessere degli studenti).

E che cosa sarebbe mai potuto accadere se il governo, in un momento di lucidità, avesse deciso non di ridurre il numero delle province italiane ma di eliminarle tutte, secondo un progetto sbandierato a destra e a manca dai tanti raccontatori di balle di questo Paese?

Quante ore di riscaldamento si potrebbero assicurare agli studenti delle scuole superiori italiane con quello che si risparmierebbe se si abolissero le Province e tutti gli enti inutili di questo Paese?

Il nostro problema numero uno è che l’amministrazione pubblica (centrale e periferica) è un mostro mitologico che consuma enormi quantità di danaro dei cittadini e che la gran parte di questo danaro viene consumato solo per farla vivere, non per farla funzionare in modo efficiente, non per farle produrre servizi utili alla collettività.

Proprio per questo, per poter continuare a vivere, pensa prima di tutto a come proteggersi, infischiandosene solennemente del Paese reale, che incredibilmente (e colpevolmente) accetta passivamente questo stato di cose.

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Chi di speranza vive disperato muore

7 Nov

Tra le prime misure adottate dal governo Monti mi sarei aspettato di vederne una in particolare, in grado di rappresentare un chiaro segnale di discontinuità rispetto ai governi precedenti: una drastica riduzione della spesa pubblica improduttiva, e invece …

E invece l’attuale governo, da tutti definito “tecnico” (a parole) ma nei fatti (che sono quelli che contano) espressione della più radicata cultura governativa di questo Paese, in quasi un anno di vita (è in carica dal 16 novembre 2011) non ha mostrato alcuna intenzione di volersi muovere in tal senso; s’è ben guardato infatti dall’intaccare gli enormi privilegi, le tante rendite di posizione, che proprio nella spesa pubblica improduttiva si annidano.

Eppure, in occasione del suo primo discorso alle Camere, Monti aveva usato parole come “rigore”, “crescita”, “equità”, parole che a molti avevano dato l’illusione che una nuova era era alle porte.

In molti hanno sperato che un governo non espressione dei partiti fosse in grado di prendere decisioni scomode ma serie, che potesse adottare provvedimenti impopolari ma giusti, equi.

Nei provvedimenti finora adottati questo governo ha però dimostrato di essere ben lontano da quello che a molti era sembrato un governo capace di spostare la barra del timone della politica italiana, indirizzando la barca Italia verso rotte mai percorse.

Ancora una volta i reali bisogni dei cittadini sono stati ignorati, ancora una volta chi governa questo Paese ha dimostrato di essere ostaggio della peggiore tradizione politica nostrana, quella dei compromessi al ribasso, quella che pur di non perdere i consensi che la tengono in piedi continua a sacrificare la parte migliore del Paese, a mantenere il sistema Italia bloccato.

Se c’è un settore nel quale il governo avrebbe dovuto agire con rigore e secondo equità, questo è proprio l’apparato burocratico della pubblica amministrazione, che più degli altri settori pubblici si caratterizza come esempio di spesa improduttiva.

Qui però viene fuori il vero problema della pubblica amministrazione del nostro Paese, un ostacolo così grande che nessun governo è mai stato in grado di affrontarlo seriamente: la spesa (enorme) destinata alla pubblica amministrazione italiana risulta improduttiva non soltanto per lo spropositato numero di dipendenti ma per la scarsa preparazione, la scarsa professionalità di gran parte di essi.

I cittadini italiani, oltre a manifestare (giustamente) contro lo strapotere delle banche, dovrebbero preoccuparsi seriamente di queste carenze della pubblica amministrazione, perché è proprio da queste che discende non solo la bassa qualità del servizio che da essa ricevono ma anche l’impossibilità che lo Stato destini adeguate risorse pubbliche a finalità importanti per la collettività, obiettivo più facilmente raggiungibile se prima si eliminassero le innumerevoli spese assolutamente inutili (che ogni anno assorbono ingenti somme di danaro pubblico).

Il dato del quale però non si tiene conto è che tutto questo non è affatto casuale, come crede chi ogni tanto “cade dal pero”; la bassa qualità dei servizi che la pubblica amministrazione italiana rende ai cittadini è (anche) frutto di un “patto” siglato, nei fatti, tra i politici e i sindacati di questo Paese, “patto” che può essere riassunto con queste parole: ti pago poco ma in compenso non ti chiedo di essere preparato, non ti controllo e in compenso ti lascio fare quello che vuoi (con buona pace per il merito).

Come ben sa chi è abituato a ragionare correttamente, prendere in esame i costi di “produzione” (quanto lo Stato spende ogni anno per mantenere la “macchina” della pubblica amministrazione) prescindendo dalla quantità e dalla qualità di ciò che si “produce” (la quantità e la qualità dei servizi resi ai cittadini), è quanto di più sbagliato possa esserci; quello da prendere a riferimento è invece il rapporto tra i costi sostenuti per “produrre” e ciò che si “produce”, il costo, cioè, per unità di “prodotto”.

Prendiamo per esempio la scuola media italiana: che senso ha mettere in evidenza sempre e soltanto quanto guadagnano gl’insegnanti e non considerare mai il basso livello di preparazione evidenziato nelle classifiche internazionali dagli studenti, segno evidente di una bassa qualità del lavoro dei docenti, cioè della loro “produzione” (studenti preparati, in grado di sostenere brillantemente le verifiche alle quali vengono sottoposti)?

Nel caso della scuola media c’è poi l’assurdo, a fronte di una scarsa qualità degli studenti, di una crescita del numero dei promossi.

Si dovrebbe poter sperare che gl’italiani migliorino, che si rendano conto che una società che premi i più meritevoli, i più capaci, non solo è una società più giusta ma è qualcosa che conviene a tutti, ma come la Storia insegna (e come ricordava Leopardi), sperare che gl’italiani cambino è perfettamente inutile.

L’albero si riconosce dai frutti che dà

6 Nov

La Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per appurare se vi sia un nesso di causalità tra l’elevata percentuale di nascite di bambini con gravi malformazioni che da anni si riscontra in quella zona e l’inquinamento prodotto dall’impianto petrolchimico dell’Eni, inaugurato nel 1965 (allora si chiamava Anic) da Enrico Mattei.

Visto che luoghi trasformati in veri mostri ambientali come Gela sono il frutto del modello di sviluppo pensato ed attuato, a partire dal dopoguerra, dai governi di questo Paese, dovrebbe essere chiaro a tutti che quel modello si è rivelato sbagliato, e questo non solo per i gravi e irreparabili danni che ha prodotto all’ambiente ed alla salute dei cittadini (che al primo è evidentemente collegata).

Credo valga la pena di fare un passo indietro e di ricordare che l’Italia, dopo il 1950, fu teatro di una vera e propria corsa all’oro (nero), che in poco più di vent’anni ci fece diventare il quarto Paese al mondo per capacità di raffinazione installata (prima di noi solo gli USA, l’Unione Sovietica e il Giappone).

In quegli anni si pensava che il settore della raffinazione potesse essere oggetto di uno sviluppo continuo (non tenendo così conto del fatto elementare che in un mondo con risorse finite non è possibile pensare ad uno sviluppo senza limiti).

Per anni, con una capacità di lavorazione di gran lunga superiore a quelli che erano i suoi reali fabbisogni, l’Italia ha svolto (chissà se se n’è resa conto) lo sporco compito di “raffinatore d’Europa”, ruolo affidatoci di buon grado dagli altri Paesi europei, dal momento che gl’impianti di raffinazione richiedono grandi investimenti, poca occupazione e producono grandi quantità di sostanze inquinanti.

Ce lo conferma lo scempio che nel nostro Paese si è fatto dell’ambiente; credo, a proposito della notizia su Gela, che l’apice sia stato raggiunto nella zona sud orientale della Sicilia, dove, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso, con la complicità dei politici siciliani, le zone di Melilli, Priolo, Augusta cominciarono ad essere trasformate in veri e propri inferni.

Il caso più eclatante di questo scempio è quello del paesino di Marina di Melilli, in provincia di Siracusa: tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 il livello dell’inquinamento ambientale raggiunse valori così elevati che quel piccolo centro fu letteralmente cancellato dalla carta geografica; fu dichiarato morto.

Mi ritorna alla mente (erano i primi anni sessanta) cosa avveniva quando si percorreva in automobile la strada che da Augusta porta a  Siracusa: mi ricordo dei fazzoletti imbevuti d’acqua di colonia che mia mamma dava a me e a mio fratello per contrastare quella puzza insopportabile che infestava tutta quella zona.

Non ricordo, né in quegli anni né in quelli successivi, interventi, manifestazioni, che evidenziassero quello scempio, anzi.

Ancora con questa storia del ponte di Messina

4 Nov

Sul sito web del Fatto Quotidiano e su quello della Repubblica ho letto che ci sarebbe una cordata d’investitori cinesi pronti a finanziare la costruzione del ponte sullo stretto di Messina.

Questa notizia segue di alcuni giorni quella sulla decisione del governo italiano di ”prorogare, per un periodo complessivo di circa 2 anni, i termini per l’approvazione del progetto definitivo del Ponte sullo stretto di Messina al fine di verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità”.

Sembrerebbe quindi, stando alle parole del comunicato del governo, che la decisione se costruire o meno il ponte sia subordinata alla fattibilità tecnica dell’opera ed all’esistenza di adeguati finanziamenti.

Si continua così a parlare di fattibilità tecnica e di finanziamenti, quando il vero motivo per cui il ponte non va fatto non è perché non ci siano garanzie tecniche o perché manchino i soldi per costruirlo ma perché, molto più banalmente, si tratta di un’opera inutile, assolutamente marginale rispetto a quelle che andrebbero finanziate, a cominciare da quelle necessarie per la messa in sicurezza del territorio.

Come al solito, si sposta l’attenzione su un falso problema, evitando in questo modo di affrontare quello centrale: si guarda il dito (chi finanzia l’opera) anziché la luna (la sua assoluta inutilità).

Adesso si discute della credibilità degli investitori.

Ma se una cosa è inutile, che senso ha darsi da fare per trovare credibili finanziatori? Nessuno, l’unica cosa sensata da fare è non farla.

Che senso ha cercare finanziamenti per realizzare un’opera inutile, se non quello di distribuire denaro? Il ponte va cancellato una volta per tutte e tutto il castello creato apposta (comitati, consulenti, ecc.) va abbattuto.

Sono questi i tagli che ci si aspetterebbe da un governo serio, altro che giocare sulla pelle dei cittadini più deboli.

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