Archivio | dicembre, 2012

Montanelli e il vaccino che non ha funzionato

11 Dic

Nel marzo 2001 Indro Montanelli rilasciò una famosa intervista alla Repubblica, nella quale, a proposito delle elezioni politiche che si sarebbero tenute due mesi dopo, disse (riferendosi a Berlusconi) queste parole: “Io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene con un vaccino”.

Quindi, secondo Montanelli, il modo migliore per l’Italia di liberarsi dell’uomo di Arcore (che lo stesso giornalista, come direttore del Giornale, aveva avuto modo di conoscere molto bene) sarebbe stato quello di provarlo, di sottoporsi a questo “vaccino”.

Nella sua previsione Montanelli aveva però commesso un grave errore: non aveva tenuto conto che il popolo italiano (nonostante che avesse avuto modo di conoscerlo bene, nel corso della sua lunga carriera di giornalista) si sarebbe trovato molto bene col sistema di vita impersonato dall’uomo di Arcore, per il semplice motivo che i “valori” incarnati dal “cavaliere” erano, sono, ben radicati nel carattere degli abitanti di questo Paese.

Nel corso degli anni mi son sempre chiesto: che senso hanno i tanti, vuoti, retorici, inutili, richiami alla legalità, dal momento che vengono fatti in un Paese che vive di illegalità?

Che senso ha richiamare i principi dell’Etica in un Paese tra i più corrotti del mondo, in un Paese in cui il malaffare è talmente esteso da interessare anche le sue istituzioni centrali? (l’ultima conferma di quest’inquinamento viene dall’indagine sulla corruzione che riguarda il Ministero dell’Agricoltura, del quale è risultata inquinata quasi ogni attività).

Forse, considerata la storia millenaria di questo Paese, tenuto conto di quelli che sono i “poteri” che qui realmente contano, quelli che hanno più presa sul popolo italiano, è molto probabile che più successo di tanti inutili richiami l’avranno le parole pronunciate dal cardinale Bagnasco nell’intervista da lui recentemente rilasciata al Corriere della Sera, in particolare queste: “Ciò che lascia sbigottiti è l’irresponsabilità di quanti pensano a sistemarsi mentre la casa sta ancora bruciando“.

Bisogna infatti tener presente che quella che per molti italiani è stata una sventura, per altrettanti è stata una vera fortuna, alla quale non rinunceranno facilmente volentieri.

Come diceva Lao Tze, “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla“.

Tutto dipende da quale lato si considera la faccenda.

Siamo un Paese che non guarda al futuro, sempre alle prese col suo passato.

10 Dic

Leggendo i giornali di questi giorni m’è venuta in mente una vecchia canzone di Celentano, “Mondo in mi settima”.

In particolare, mi sono venute in mente queste parole: “E poi, se andiamo a vedere questo giornale, chissà di quanti anni è …; anzi, adesso voglio proprio vedere la data…è di oggi“.

Viviamo proprio in un Paese in cui non cambia nulla; passano gli anni, cambiano i personaggi, ma lo spettacolo è sempre lo stesso.

Per l’italiano il cambiamento è qualcosa che atterrisce, che fa paura. Il cambiamento è vissuto non come fonte di opportunità ma come perdita di una tranquillizzante abitudine.

La prova più recente la si è avuta in occasione delle primarie del centrosinistra, ridottesi (al ballottaggio) in primarie del PD.

Chiamati a scegliere tra un candidato che rappresentava (almeno a parole) il cambiamento, la rottura con certe consuetudini, ed un candidato tranquillizzante, che non metteva in discussione un certo modo di fare politica, gli elettori del centrosinistra hanno scelto nettamente il secondo.

E questo perché, al di là delle tante chiacchiere sul merito e sulla competenza che si sentono in giro, l’italiano ha innanzitutto bisogno di essere rassicurato, soprattutto se, vivendo di favori, occupando nella società posizioni che non merita, vede in un cambiamento il pericolo che possano venire meno i privilegi di cui gode, per di più immeritatamente.

E di privilegi in questo Paese ce ne sono talmente tanti che è pressoché impossibile elencarli tutti (e si tenga conto che quelli che derivano dalla politica sono solo una piccola parte).

All’inizio degli anni novanta molti italiani, stufi di stragi e di ruberie, si erano illusi che un cambiamento (in meglio) fosse possibile.

Ed è stato proprio facendo leva su questo sentimento d’indignazione, su questa voglia di voltare pagina, che c’è stato chi ne ha approfittato.

Come si può vedere, la situazione non solo non è migliorata, è addirittura peggiorata.

Adesso, ascoltando quello che certi personaggi dicono in televisione e leggendo i giornali, sembra proprio di essere tornati indietro di vent’anni; si ha, netta, la sensazione di vivere in un eterno presente, di girare a vuoto; è come se si fosse su un’auto col motore in folle: passa il tempo, si consuma carburante, si inquina l’ambiente, ma si è fermi.

Siamo un Paese che non è capace di progettare il suo futuro, sempre alle prese col suo passato, col quale non è stato in grado di fare i conti, un passato che proprio per questo motivo è sempre presente, come in un incubo.

Non a caso la campagna elettorale ora alle porte si presenta come la riedizione di uno spettacolo già visto, con personaggi ai quali andrebbe attribuita come loro principale responsabilità non quella di stare sulla scena politica da vent’anni e più ma quella di non essere stati capaci, in tutti questi anni, di migliorare le condizioni del Paese, anzi di aver fatto sì, con quello che hanno fatto e soprattutto con quello che non hanno fatto, che la situazione peggiorasse, fino al punto in cui ci troviamo oggi.

Quello che c’era da dire sull’uomo di Arcore, che da vent’anni condiziona la vita di questo Paese, è stato già detto mille volte e non vale la pena di tornarci sopra.

Lo stesso vale per quelli che lavorano nella sua azienda (che tutti chiamano erroneamente “partito”), che lui logicamente tratta come suoi dipendenti, perché questo, e nient’altro che questo, sono.

Quello che invece non viene detto è che se la democrazia fa sì che in un Paese accada quello che è accaduto in Italia, questo vuol dire che forse quel Paese non è adatto alla democrazia.

Rendere più efficienti gli edifici che già esistono, non costruirne nuovi.

8 Dic

Con il debito pubblico che ci ritroviamo (2.000 miliardi di euro), che quest’anno ci costerà 70 miliardi di euro di interessi e con un PIL negativo, il quadro economico del nostro Paese è davvero preoccupante.

Ad aggravare la situazione c’è poi l’allarmante dato sulla disoccupazione, soprattutto quella giovanile.

Non si fa quindi che sentir parlare di crescita, di sviluppo, della necessità di nuovo lavoro, di nuova occupazione.

Al di là dell’errore che si commette nell’assimilare crescita e sviluppo (termini che stanno ad indicare due concetti che in realtà sono assolutamente diversi tra loro), quello che non capisco è per quale motivo, quando si parla della creazione di nuova occupazione, si debba far automaticamente riferimento, quasi si trattasse di un riflesso condizionato, alla creazione di qualcosa che va ad aggiungersi a ciò che già esiste, dando in questo modo al termine “nuovo” una connotazione meramente quantitativa, come se l’aggettivo “nuovo” volesse dire unicamente un semplice “incremento numerico” di qualcosa.

Credo invece che bisognerebbe che si cominciasse a parlare di “nuovo” dando a questo termine un altro significato: il “nuovo” di cui ha oggi bisogno il nostro Paese non consiste nella creazione di cose che vanno ad aggiungersi a quelle che esistono già, ma in un “nuovo” approccio ai problemi che stanno di fronte a noi; ciò che deve esserci di “nuovo” è la capacità di guardare quello che ci circonda con occhi “nuovi”.

Il settore di attività che meglio si presta ad illustrare quello che voglio dire è forse quello dell’edilizia: anziché continuare a pensare sempre e solo alla nuova occupazione collegata a nuove costruzioni perché non si comincia a pensare alla nuova occupazione che è collegata alla ristrutturazione, alla riqualificazione, delle numerosissime costruzioni esistenti (penso per esempio ai 66.000 edifici scolastici che hanno bisogno di interventi edilizi), vale a dire a tutte quelle attività finalizzate a rendere gli edifici esistenti staticamente più sicuri ed energeticamente più efficienti?

Quello che voglio dire è che non è affatto vero che la creazione di nuova occupazione nel settore dell’edilizia derivi unicamente dalle nuove costruzioni.

Che senso ha, fra l’altro, costruire nuove abitazioni quando nelle nostre città esistono decine di migliaia di case disabitate?

Un altro esempio di che cosa vuol dire guardare la realtà che ci circonda con occhi “nuovi” riguarda il settore delle opere pubbliche.

Due semplici considerazioni in proposito.

La prima: le opere pubbliche andrebbero pensate e realizzate solo se realmente utili alle persone, se finalizzate a facilitarne la vita, a qualificare un’area, a rendere più vivibile un luogo, non per far lavorare, a prescindere da ciò che si realizza, dal perché lo si realizza.

Il lavoro deve essere uno strumento, non un fine.

Che senso ha far lavorare delle persone solo per farle lavorare?

Seconda considerazione: anziché puntare su poche (costose) grandi opere sarebbe certamente più utile, per esempio, puntare su tanti piccoli interventi, diffusi su tutto il territorio nazionale, che ha bisogno di essere riqualificato, di essere messo in sicurezza, non di continuare ad essere deturpato, per di più con opere assolutamente inutili.

A proposito della decisione di ieri della Corte costituzionale

5 Dic

Con la sentenza emessa ieri, la Corte costituzionale italiana ha deciso in merito al conflitto istituzionale sollevato dal Presidente della Repubblica nei confronti della Procura di Palermo: ha dato ragione al primo.

Come aveva a suo tempo previsto Gustavo Zagrebelsky (una delle poche menti libere ancora in circolazione), non poteva che finire così.

Basta conoscere la Storia d’Italia per rendersene conto.

Ma davvero qualcuno in questo Paese pensava che la Corte costituzionale potesse dar torto al Presidente della Repubblica?

Ma davvero qualcuno in questo Paese pensa che il Potere possa accettare il principio in base al quale in uno Stato di diritto tutti (ma proprio tutti) devono rendere conto delle proprie azioni?

Ma davvero qualcuno in questo Paese pensa che il potere politico possa tollerare che esista una Magistratura indipendente?

Ma davvero qualcuno in questo Paese crede che in Italia possa mai trovare attuazione pratica il principio della separazione dei poteri di cui parlava M0ntesquieu?

La verità, cari miei lettori, è che lo Stato italiano non può permettersi il lusso di avere una Magistratura effettivamente indipendente e, men che meno, efficiente.

A proposito del richiamo al rispetto delle regole

4 Dic

Nelle ultime settimane non si è fatto altro che appellarsi al principio del rispetto delle regole. Le regole vanno rispettate, è stato detto, e soprattutto non si possono cambiare in corso d’opera.

Meno richiamato è stato un altro principio che, per importanza, dovrebbe precedere quello prima indicato: mi riferisco al principio per il quale le regole devono essere chiare, semplici e scritte in maniera tale da non creare dubbi, equivoci.

Ma in fondo non poteva che essere così, visto che l’Italia è il Paese delle procedure farraginose, delle regole incomprensibili, scritte proprio per creare equivoci.

Quello di cui invece non si è parlato affatto, quello che non è stato evidenziato, è che perché una gara sia una gara vera e non una farsa è necessario che tutti i partecipanti giochino ad armi pari.

Una competizione è seria solo se ad ogni concorrente sono garantite le stesse possibilità di vittoria.

Viceversa la partecipazione di alcuni concorrenti (quelli che risultano chiaramente non in grado di poter gareggiare alla pari con gli altri) si traduce soltanto in un puro atto formale, privo di concretezza, in un semplice atto di presenza.

Ripeto: prima ancora di parlare di rispetto delle regole occorre verificare la sussistenza della condizione che tutti i partecipanti ad una gara si trovino nelle stesse condizioni di partenza. Dopodiché si potrà dire: vinca il migliore.

Prendiamo per esempio il caso della corsa regina dell’atletica leggera, i cento metri.

Ovviamente i concorrenti devono rispettare (pena la squalifica) la regola secondo la quale, perché la partenza (e quindi la gara) sia valida, lo scatto dai blocchi di partenza non deve precedere lo sparo dello starter.

Ma prima ancora di applicare questa regola base bisogna verificare che tutti i blocchi di partenza siano posizionati lungo la stessa linea, perpendicolare alle corsie.

Sarebbe ovviamente inammissibile che il blocco di partenza di un atleta si trovasse più avanti degli altri; significherebbe dotarlo di un vantaggio irregolare.

Una tale corsa sarebbe falsata da un evidente vizio anche se tutti gli atleti rispettassero la regola di partire nello stesso istante, dopo lo sparo dello starter.

Consideriamo un altro caso, quello della boxe; perché un incontro sia regolare è necessario che il peso di entrambi i pugili si trovi all’interno di un intervallo ben definito. Solo dopo aver accertato la sussistenza di questa condizione (le operazioni di peso servono a questo) avrà senso richiamare i pugili al rispetto delle regole del combattimento (non colpire sotto la cintura, non colpire alle spalle, non colpire alla testa, ecc.).

Consentire che un pugile che pesa 100 chili combatta contro un pugile che pesa la metà e poi richiamare al rispetto delle regole è, con tutta evidenza, una farsa.

Dovrebbe pertanto essere chiaro a tutti che le recenti primarie del centrosinistra non erano affatto una gara a cinque, ma una semplice sfida a due, tra Renzi e Bersani.

Come si fa a sostenere che Puppato, Tabacci e Vendola avessero le stesse possibilità di vittoria di Bersani e di Renzi?

Vale sempre quello che Ramon Rojo dice a Joe nel film “Per un pugno di dollari”: Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.

Nel nostro Paese pieno di leggi si vive al di fuori della Legge

2 Dic

Tra le tante considerazioni che mi vengono in mente a proposito della vicenda dell’Ilva, la prima è che questo incredibile spettacolo al quale da mesi stiamo assistendo dimostra cosa accade quando si affidano compiti importanti (quale quello di gestire il più grande impianto siderurgico di un Paese) a persone non all’altezza del compito.

E quando dico non all’altezza non mi riferisco soltanto all’aspetto tecnico, ma anche a quello etico.

Ma che Paese è mai quello nel quale una realtà industriale che conta circa 22.000 dipendenti è nelle mani di persone che giudicano “una minchiata” il fatto che l’attività della propria azienda provochi due casi di tumore in più all’anno?

D’altra parte va considerato il fatto che si tratta dello stesso Paese la cui classe politica ha ritenuto sensato affidare una società di costruzioni delle dimensioni di Autostrade a un soggetto che poteva vantare come esperienza quella di produrre maglie di lana.

E che dire poi dei criteri seguiti per vendere aziende come la Telecom e l’Alitalia?

Ma di cosa ci si meraviglia in fondo?

Una classe politica scadente come quella italiana non può che favorire, essendone una chiara espressione, una classe imprenditoriale altrettanto scadente.

Come evidenziato dal caso dell’Ilva (e come le vicende di questo Paese dimostrano), la classe politica italiana soffre di una storica sudditanza nei confronti degli industriali, da sempre abituati a trattarla come fosse un lacchè (celebre la famosa frase di Enrico Mattei, non a caso ricordato come esempio di vero imprenditore, che a proposito dei suoi rapporti con la classe politica diceva: “uso i partiti allo stesso modo di come uso i taxi: salgo, pago la corsa, scendo”).

E questo a conferma del fatto che il vero potere in Italia non sta certo nelle mani di quelli che siedono in Parlamento, che proprio per questo motivo possono essere pure i mediocri che sono.

Il caso dell’Ilva dimostra anche che a questo rapporto anomalo tra imprenditori e politici va poi aggiunta la totale assuefazione degli italiani all’illegalità.

Viviamo in un Paese dove, sulla carta, esistono centinaia di migliaia di norme di legge ma dove non esiste il senso della Legge.

Che Paese è mai quello nel quale i cittadini assistono ogni giorno al mancato rispetto di precise norme di legge, e tutto questo senza che vi sia alcun intervento sanzionatorio da parte delle istituzioni?

Che senso ha parlare di certezza del diritto in un Paese nel quale esistono 63.000 deroghe alle norme di legge?

La verità è che viviamo in un Paese che non può permettersi il lusso di avere una magistratura indipendente.

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