Nel nostro Paese pieno di leggi si vive al di fuori della Legge

2 Dic

Tra le tante considerazioni che mi vengono in mente a proposito della vicenda dell’Ilva, la prima è che questo incredibile spettacolo al quale da mesi stiamo assistendo dimostra cosa accade quando si affidano compiti importanti (quale quello di gestire il più grande impianto siderurgico di un Paese) a persone non all’altezza del compito.

E quando dico non all’altezza non mi riferisco soltanto all’aspetto tecnico, ma anche a quello etico.

Ma che Paese è mai quello nel quale una realtà industriale che conta circa 22.000 dipendenti è nelle mani di persone che giudicano “una minchiata” il fatto che l’attività della propria azienda provochi due casi di tumore in più all’anno?

D’altra parte va considerato il fatto che si tratta dello stesso Paese la cui classe politica ha ritenuto sensato affidare una società di costruzioni delle dimensioni di Autostrade a un soggetto che poteva vantare come esperienza quella di produrre maglie di lana.

E che dire poi dei criteri seguiti per vendere aziende come la Telecom e l’Alitalia?

Ma di cosa ci si meraviglia in fondo?

Una classe politica scadente come quella italiana non può che favorire, essendone una chiara espressione, una classe imprenditoriale altrettanto scadente.

Come evidenziato dal caso dell’Ilva (e come le vicende di questo Paese dimostrano), la classe politica italiana soffre di una storica sudditanza nei confronti degli industriali, da sempre abituati a trattarla come fosse un lacchè (celebre la famosa frase di Enrico Mattei, non a caso ricordato come esempio di vero imprenditore, che a proposito dei suoi rapporti con la classe politica diceva: “uso i partiti allo stesso modo di come uso i taxi: salgo, pago la corsa, scendo”).

E questo a conferma del fatto che il vero potere in Italia non sta certo nelle mani di quelli che siedono in Parlamento, che proprio per questo motivo possono essere pure i mediocri che sono.

Il caso dell’Ilva dimostra anche che a questo rapporto anomalo tra imprenditori e politici va poi aggiunta la totale assuefazione degli italiani all’illegalità.

Viviamo in un Paese dove, sulla carta, esistono centinaia di migliaia di norme di legge ma dove non esiste il senso della Legge.

Che Paese è mai quello nel quale i cittadini assistono ogni giorno al mancato rispetto di precise norme di legge, e tutto questo senza che vi sia alcun intervento sanzionatorio da parte delle istituzioni?

Che senso ha parlare di certezza del diritto in un Paese nel quale esistono 63.000 deroghe alle norme di legge?

La verità è che viviamo in un Paese che non può permettersi il lusso di avere una magistratura indipendente.

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