Rendere più efficienti gli edifici che già esistono, non costruirne nuovi.

8 Dic

Con il debito pubblico che ci ritroviamo (2.000 miliardi di euro), che quest’anno ci costerà 70 miliardi di euro di interessi e con un PIL negativo, il quadro economico del nostro Paese è davvero preoccupante.

Ad aggravare la situazione c’è poi l’allarmante dato sulla disoccupazione, soprattutto quella giovanile.

Non si fa quindi che sentir parlare di crescita, di sviluppo, della necessità di nuovo lavoro, di nuova occupazione.

Al di là dell’errore che si commette nell’assimilare crescita e sviluppo (termini che stanno ad indicare due concetti che in realtà sono assolutamente diversi tra loro), quello che non capisco è per quale motivo, quando si parla della creazione di nuova occupazione, si debba far automaticamente riferimento, quasi si trattasse di un riflesso condizionato, alla creazione di qualcosa che va ad aggiungersi a ciò che già esiste, dando in questo modo al termine “nuovo” una connotazione meramente quantitativa, come se l’aggettivo “nuovo” volesse dire unicamente un semplice “incremento numerico” di qualcosa.

Credo invece che bisognerebbe che si cominciasse a parlare di “nuovo” dando a questo termine un altro significato: il “nuovo” di cui ha oggi bisogno il nostro Paese non consiste nella creazione di cose che vanno ad aggiungersi a quelle che esistono già, ma in un “nuovo” approccio ai problemi che stanno di fronte a noi; ciò che deve esserci di “nuovo” è la capacità di guardare quello che ci circonda con occhi “nuovi”.

Il settore di attività che meglio si presta ad illustrare quello che voglio dire è forse quello dell’edilizia: anziché continuare a pensare sempre e solo alla nuova occupazione collegata a nuove costruzioni perché non si comincia a pensare alla nuova occupazione che è collegata alla ristrutturazione, alla riqualificazione, delle numerosissime costruzioni esistenti (penso per esempio ai 66.000 edifici scolastici che hanno bisogno di interventi edilizi), vale a dire a tutte quelle attività finalizzate a rendere gli edifici esistenti staticamente più sicuri ed energeticamente più efficienti?

Quello che voglio dire è che non è affatto vero che la creazione di nuova occupazione nel settore dell’edilizia derivi unicamente dalle nuove costruzioni.

Che senso ha, fra l’altro, costruire nuove abitazioni quando nelle nostre città esistono decine di migliaia di case disabitate?

Un altro esempio di che cosa vuol dire guardare la realtà che ci circonda con occhi “nuovi” riguarda il settore delle opere pubbliche.

Due semplici considerazioni in proposito.

La prima: le opere pubbliche andrebbero pensate e realizzate solo se realmente utili alle persone, se finalizzate a facilitarne la vita, a qualificare un’area, a rendere più vivibile un luogo, non per far lavorare, a prescindere da ciò che si realizza, dal perché lo si realizza.

Il lavoro deve essere uno strumento, non un fine.

Che senso ha far lavorare delle persone solo per farle lavorare?

Seconda considerazione: anziché puntare su poche (costose) grandi opere sarebbe certamente più utile, per esempio, puntare su tanti piccoli interventi, diffusi su tutto il territorio nazionale, che ha bisogno di essere riqualificato, di essere messo in sicurezza, non di continuare ad essere deturpato, per di più con opere assolutamente inutili.

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