Siamo un Paese che non guarda al futuro, sempre alle prese col suo passato.

10 Dic

Leggendo i giornali di questi giorni m’è venuta in mente una vecchia canzone di Celentano, “Mondo in mi settima”.

In particolare, mi sono venute in mente queste parole: “E poi, se andiamo a vedere questo giornale, chissà di quanti anni è …; anzi, adesso voglio proprio vedere la data…è di oggi“.

Viviamo proprio in un Paese in cui non cambia nulla; passano gli anni, cambiano i personaggi, ma lo spettacolo è sempre lo stesso.

Per l’italiano il cambiamento è qualcosa che atterrisce, che fa paura. Il cambiamento è vissuto non come fonte di opportunità ma come perdita di una tranquillizzante abitudine.

La prova più recente la si è avuta in occasione delle primarie del centrosinistra, ridottesi (al ballottaggio) in primarie del PD.

Chiamati a scegliere tra un candidato che rappresentava (almeno a parole) il cambiamento, la rottura con certe consuetudini, ed un candidato tranquillizzante, che non metteva in discussione un certo modo di fare politica, gli elettori del centrosinistra hanno scelto nettamente il secondo.

E questo perché, al di là delle tante chiacchiere sul merito e sulla competenza che si sentono in giro, l’italiano ha innanzitutto bisogno di essere rassicurato, soprattutto se, vivendo di favori, occupando nella società posizioni che non merita, vede in un cambiamento il pericolo che possano venire meno i privilegi di cui gode, per di più immeritatamente.

E di privilegi in questo Paese ce ne sono talmente tanti che è pressoché impossibile elencarli tutti (e si tenga conto che quelli che derivano dalla politica sono solo una piccola parte).

All’inizio degli anni novanta molti italiani, stufi di stragi e di ruberie, si erano illusi che un cambiamento (in meglio) fosse possibile.

Ed è stato proprio facendo leva su questo sentimento d’indignazione, su questa voglia di voltare pagina, che c’è stato chi ne ha approfittato.

Come si può vedere, la situazione non solo non è migliorata, è addirittura peggiorata.

Adesso, ascoltando quello che certi personaggi dicono in televisione e leggendo i giornali, sembra proprio di essere tornati indietro di vent’anni; si ha, netta, la sensazione di vivere in un eterno presente, di girare a vuoto; è come se si fosse su un’auto col motore in folle: passa il tempo, si consuma carburante, si inquina l’ambiente, ma si è fermi.

Siamo un Paese che non è capace di progettare il suo futuro, sempre alle prese col suo passato, col quale non è stato in grado di fare i conti, un passato che proprio per questo motivo è sempre presente, come in un incubo.

Non a caso la campagna elettorale ora alle porte si presenta come la riedizione di uno spettacolo già visto, con personaggi ai quali andrebbe attribuita come loro principale responsabilità non quella di stare sulla scena politica da vent’anni e più ma quella di non essere stati capaci, in tutti questi anni, di migliorare le condizioni del Paese, anzi di aver fatto sì, con quello che hanno fatto e soprattutto con quello che non hanno fatto, che la situazione peggiorasse, fino al punto in cui ci troviamo oggi.

Quello che c’era da dire sull’uomo di Arcore, che da vent’anni condiziona la vita di questo Paese, è stato già detto mille volte e non vale la pena di tornarci sopra.

Lo stesso vale per quelli che lavorano nella sua azienda (che tutti chiamano erroneamente “partito”), che lui logicamente tratta come suoi dipendenti, perché questo, e nient’altro che questo, sono.

Quello che invece non viene detto è che se la democrazia fa sì che in un Paese accada quello che è accaduto in Italia, questo vuol dire che forse quel Paese non è adatto alla democrazia.

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