Archive | gennaio, 2013

A proposito del perché si scrive e si legge

31 Gen

Qual è la funzione della scrittura?

Perché si scrive? E perché si legge?

Che tipo di rapporto c’è tra lettore e scrittore?

In alcuni casi scrivere, esattamente come parlare, ha funzioni terapeutiche: ci consente di liberarci di qualcosa che sentiamo premere per uscire fuori, di sfogarci. Un po’ come far fuoriuscire il pus da un foruncolo o vomitare; mentre ci svuotiamo stiamo male, proviamo dolore, ma dopo avvertiamo una sensazione piacevole, ci sembra di stare meglio (non a caso chi si sfoga, chi lascia uscir fuori quello che con dolore tiene dentro, dice di essersi liberato di un peso sullo stomaco).

In altri casi scrivere rappresenta il tentativo di dare una risposta all’insopprimibile bisogno d’instaurare un rapporto umano con qualcuno, di poter condividere con altri i nostri pensieri (poche cose nella vita danno un piacere così intenso, così profondo, come la possibilità di condividere con altri le nostre idee).

Cosa spinge Robinson Crusoe ad affidare alle correnti dell’oceano il suo messaggio contenuto in una bottiglia  se non la speranza che qualcuno possa leggerlo, se non il tentativo di stabilire un contatto?

E non è forse vero che ciascuno di noi vive in un’isola, da solo? Non è forse vero che gli esseri umani sono tante isole solitarie, prive di ponti che le colleghino tra loro?

E a proposito del tipo di rapporto tra chi scrive e chi legge, come non notare come il ricorso alla scrittura per il bisogno di comunicare si sposi con la ricerca, da parte di chi legge, di quella particolare forma di piacere che scaturisce dall’incontro di una mente aperta e ricettiva con le parole contenute in una pagina? Si tratta di due metà, che quando s’incontrano (se s’incontrano) danno vita a qualcosa che vale molto di più della loro semplice somma.

In alcuni casi, poi, la scrittura rappresenta lo strumento al quale si ricorre nel tentativo di cercare di raggiungere, di stabilire, la verità, di portare alla luce quello che si cerca di tenere nascosto (Sciascia, a questo proposito, diceva che la letteratura è l’unica forma di verità possibile).

Ma forse, alla fine, scrivere è l’unica cosa che dà agli esseri umani l’illusione di superare l’abisso che li separa gli uni dagli altri.

A proposito della vicenda del Monte dei Paschi di Siena

28 Gen

Il Monte dei Paschi di Siena, vale a dire la più antica banca italiana e quello che oggi rappresenta il terzo gruppo bancario del Paese, è in serie difficoltà, praticamente sull’orlo del fallimento.

Per salvarlo si è dovuto muovere lo Stato, che gli ha prestato la considerevole somma di 3,9 miliardi di euro (2 ad opera del governo precedente, 1,9 ad opera di quello attuale).

Il Monte dei Paschi di Siena si è venuto a trovare in questa condizione innanzitutto per i comportamenti della propria direzione ma certamente anche per la complicità della Fondazione, che ha (aveva) proprio il compito di controllare la banca.

In particolare, la crisi dell’Mps nasce a seguito dell’operazione (avallata dal suo controllore) di acquisto della Banca Antonveneta, pagata agli spagnoli di Santander 9,5 miliardi di euro (quando, solo pochi mesi prima, gli stessi spagnoli l’avevano pagata 6 miliardi, e questo senza che questa strana differenza di prezzo allarmasse più di tanto chi avrebbe dovuto allarmare).

Al di là della reale capacità dell’Mps di restituire il prestito, resta il fatto che, per l’ennesima volta, la comunità si è dovuta far carico d’intervenire in soccorso di un’azienda privata che si è messa nei guai per le scelte del proprio management.

Ma perché, mi chiedo, è così difficile lasciare fallire una banca, a differenza di quel che avviene con le altre tipologie di aziende?

A chi dice che anche le banche devono essere lasciate fallire (come succede per tutte le altre imprese) si risponde di solito dicendo che non è giusto che ad andarci di mezzo siano i cittadini correntisti incolpevoli.

Ma i cittadini correntisti di Siena non sono anche cittadini elettori?

E se la loro banca (nessuna banca è così intimamente legata al suo territorio come l’Mps) va in malora per precise responsabilità della classe politica di cui è da sempre diretta emanazione (i componenti della Fondazione Mps sono nominati dalla politica locale), non è forse anche responsabilità dei cittadini elettori di cui quella classe politica è espressione?

Ma perché in questo Paese chi è responsabile non paga mai pegno? Perché a pagare deve essere sempre la generalità dei cittadini?

In ogni caso, dal momento che chi comanda in un’azienda è chi ci mette i soldi, una banca che viene salvata dallo Stato dovrebbe essere di proprietà di quest’ultimo.

La vicenda del Monte dei Paschi di Siena dimostra quanta possibilità ci sia di vedere riconosciuto il merito, le competenze, in un Paese in cui a presiedere la terza banca nazionale (e successivamente a guidare l’associazione di settore del mondo bancario e finanziario) viene nominato un semplice avvocato. Semplicemente nessuna.

E se si cominciasse col rendere semplice un banale rinnovo di patente?

23 Gen

Trent’anni fa Umberto Eco scrisse un esilarante articolo sull’avventura che aveva vissuto per riuscire ad ottenere un duplicato della sua patente di guida (che gli era stata rubata, o che aveva smarrito, durante un soggiorno all’estero).

Quell’articolo, che allora mi aveva fatto tanto sorridere, mi è tornato in mente in questi ultimi mesi, nei quali anch’io ho avuto a che fare con quell’infernale macchina burocratica che si occupa delle patenti degli italiani.

All’inizio di giugno dello scorso anno, in prossimità della scadenza di validità della mia patente, mi sono recato in un ufficio Aci per provvedere al suo rinnovo; dopo aver compilato un modulo, superato la visita medica e pagato quanto dovuto, mi è stato rilasciato un certificato, nel quale si confermava la validità della mia patente.

Questo certificato era destinato (in teoria!) ad essere utilizzato solo per un breve periodo di tempo, in attesa che mi arrivasse a casa il tagliando adesivo da applicare sulla patente, rendendola così ancora valida.

Da parte del personale Aci mi era stato detto che il tagliando sarebbe arrivato nella cassetta della posta (questi “bollini” vengono infatti spediti con la posta ordinaria) nel giro di un paio di mesi e comunque di farmi vivo con loro se, passata l’estate, non fosse ancora arrivato.

Ad ottobre, non avendo ricevuto nulla, ho contattato l’ufficio Aci che aveva istruito la mia pratica e la persona che mi ha risposto, preso nota del ritardo, mi ha assicurato che si sarebbe interessata con la Motorizzazione di Roma per sollecitare l’invio del fatidico tagliando; mi ha anche detto che non dovevo considerare il ritardo così strano (come invece a me sembrava).

Inoltre, ritenendo possibile che la causa del ritardo fosse dovuta alla perdita negli uffici del Ministero dei trasporti dei documenti che gli avevano spedito a giugno (nei quali si confermava a quel Ministero la validità della mia patente), mi hanno detto che avrebbero trasmesso a Roma una fotocopia del certificato che mi avevano consegnato a giugno, con gli estremi della mia pratica.

Dopo aver atteso invano per un altro mese, mi sono nuovamente rivolto all’Aci, ottenendo la stessa risposta, assieme ad un invito ad avere un po’ di pazienza.

A dicembre, poco prima delle festività natalizie, stessa storia: ennesimo sollecito ed ennesimo invito ad avere pazienza.

L’ultima tappa di questa storia è di ieri: questa volta ho provveduto io stesso a comporre il numero verde della Motorizzazione. Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, sono finalmente riuscito a mettermi in contatto con un operatore. Questi, molto serenamente, mi ha fatto presente che gli uffici di Roma sono molto indietro col lavoro e che pertanto devo ancora pazientare per un po’ di tempo (almeno un altro mese) per avere il piacere di ricevere a casa il magico tagliando.

Ora, come dimostra il mio caso (in oltre sette mesi l’apparato dello Stato non è stato in grado di produrre un banalissimo tagliando), appare chiaro che, nonostante i trent’anni passati dall’avventura di Umberto Eco, l’efficienza della macchina burocratica che gestisce le patenti degli italiani è rimasta quella di allora.

Ma com’è possibile che nell’era di Internet non si possa ottenere “in tempo reale”, una volta inseriti in un sistema tutti i dati necessari, una nuova patente (come avviene, per esempio, col rinnovo della carta d’identità)?

A tutti quelli che si presentano alle prossime elezioni vorrei far presente una cosa semplice: ad un normale cittadino italiano (ce ne sono ancora) quello che sta maggiormente a cuore non è tanto andare a votare con un sistema maggioritario (a turno unico o doppio), con un sistema proporzionale (con o senza sbarramento), bipartitico, bipolare,  multipartitico, alla francese, all’inglese, alla tedesca, alle persone normali interessa piuttosto poter usufruire di servizi degni di un Paese civile, soprattutto se si pagano così tante tasse.

Come, per esempio, non dover aspettare più di otto mesi per ottenere un banale “bollino” che confermi la validità di una patente.

A proposito della battuta di Grillo sui sindacati

21 Gen

Hanno suscitato notevole scalpore le parole sui sindacati pronunciate venerdì scorso a Brindisi da Beppe Grillo.

“Eliminiamoli, sono una struttura vecchia come i partiti politici. Non c’è più bisogno dei sindacati. Le aziende devono essere di chi lavora”, ha detto il leader del Movimento 5 Stelle.

Subito si sono levate parole di sdegno da parte dei rappresentanti dei maggiori sindacati italiani (quelli della cosiddetta “Triplice”), cui hanno fatto seguito quelle di alcuni politici.

Al di là delle parole “scandalose” pronunciate da Grillo, l’argomento toccato (l’effettiva utilità dei sindacati), anziché far scattare facili e prevedibili reazioni e far dividere, come al solito, i cittadini italiani in opposte fazioni, dovrebbe piuttosto far riflettere sulla reale efficacia del sindacato italiano, sulla sua capacità di tutelare per davvero gli interessi dei lavoratori e, più in generale, sull’effettiva realizzazione nel nostro Paese dei diritti e delle condizioni previste per i lavoratori dalla Costituzione.

E come si fa a verificare l’efficacia di uno strumento? Si prendono in esame le sue funzioni, quello cioè a cui dovrebbe servire, e poi si va a vedere se i risultati che si ottengono utilizzandolo sono in linea con quelli previsti. Quanto più i risultati si dimostreranno inferiori a quelli attesi tanto più inefficace, e quindi inutile, inadatto allo scopo, risulterà lo strumento.

Ma, come si sa, in Italia manca del tutto l’abitudine di fare i conti con la realtà, qui da noi si discute sempre prescindendo dai fatti, per cui risulta molto difficile poter affrontare i problemi in modo logico, razionale.

Occorre poi tener conto del fatto che molto spesso chi, in questo Paese, si presenta come innovatore, parte comunque dal presupposto che il tanto invocato cambiamento (di cui pure si dice portatore) non debba mai intaccare i propri interessi; in Italia si dà per scontato che alcuni settori siano da considerarsi esentati da qualsiasi cambiamento.

Si tratta del tipico atteggiamento nimby (“not in my back yard”, vale a dire “non nel mio cortile”).

Se, per esempio, a proposito dell’effettiva utilità dei sindacati italiani, si tenesse conto di quelle che sono le reali condizioni di lavoro di chi svolge attività lavorativa in questo Paese, risulterebbe evidente a tutti come sia semplicemente assurdo sostenere che i sindacati (a parte rare eccezioni) svolgano efficacemente la funzione di salvaguardia dei diritti di chi lavora: come i fatti dimostrano chiaramente, in Italia i diritti dei lavoratori sono da tempo sempre di più privi di un’effettiva tutela.

Chi ha tutelato in tutti questi anni i diritti dei lavoratori Fiat? E quelli dei lavoratori Ilva?

E chi tutela i diritti di chi lavora nei cantieri edili, dove il lavoro irregolare è di casa?

Perché, oltre ad attaccare Beppe Grillo, non ci si rende conto del fatto che più che preoccuparsi di garantire la dignità dei lavoratori, i sindacati italiani sono, da anni, impegnati a svolgere un ruolo di fiancheggiamento dei partiti politici?

Perché, oltre a scandalizzarsi delle parole di Beppe Grillo, non si dice che i sindacati italiani rappresentano una delle più potenti caste che, oltre a curare più i propri interessi che non quelli dei lavoratori, impediscono che in questo Paese avvengano quei cambiamenti che servirebbero a renderlo più civile?

Con quale efficacia i sindacati italiani hanno curato gli interessi dei lavoratori dell’industria, visto che lo stipendio di un operaio medio italiano è di gran lunga inferiore a quello di un pari grado tedesco?

E come mai nessun governo di questo Paese ha mai provato davvero ad eliminare le cause all’origine della grande differenza che esiste tra quanto costa un lavoratore e quanto entra nelle sue tasche a fine mese?

Forse perché nessuno in questo Paese (anche chi parla di “cambiamento”) vuole davvero smantellare quel sistema parassitario che ha il potere di mantenere in vita i propri privilegi, infischiandosene del fatto che così facendo non fa che danneggiare tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori.

AAA… Giornalista cercasi

11 Gen

Ieri sera Michele Santoro ha perso un’occasione di fare per davvero servizio pubblico, che è cosa ben diversa dal semplice far parlare “la piazza”.

Lo show andato in onda su La7 (perché di spettacolo si deve parlare, e non di programma giornalistico, com’è stato evidente quando Berlusconi ha finto di pulire col suo fazzoletto la sedia dov’era prima seduto Travaglio) ha evidenziato la condizione di privilegio di cui il Cavaliere ha potuto godere in tutti questi anni, privo com’è sempre stato di seri interlocutori, in grado di far notare l’assurdità di tante sue affermazioni, il loro chiaro scollegamento dai fatti.

Dov’erano i giornalisti che avrebbero dovuto contestare la non rispondenza alla realtà di alcune sue affermazioni?

Ma perché ieri sera Travaglio, anziché fare il suo solito monologo, non ha rivolto a Berlusconi alcune semplici domande-chiave, perché non gli ha prontamente contestato l’evidente contraddizione di certe sue affermazioni, proprio mentre queste venivano dette?

Ieri sera un giornalista che si rispetti, adeguatamente documentato sui fatti italiani degli ultimi venti anni e dotato di schiena dritta, avrebbe avuto un’occasione da non lasciarsi scappare, l’occasione di porre alcune domande-chiave all’uomo da quasi un quarto di secolo al centro dell’attenzione pubblica.

Avrebbe avuto la possibilità di contestargli in diretta le affermazioni chiaramente non rispondenti alla realtà, facendogli fare la figura di chi vuole vendere aria.

E invece è andato in onda il solito retorico spettacolo, francamente sempre più insopportabile, anche se oggi tutti parlano compiaciuti degli ascolti.

Ma di che cosa si compiacciono?

Onda Verde Rai: il notiziario simbolo della realtà italiana

2 Gen

Chi, viaggiando in automobile, ascolta i programmi radio conosce bene il notiziario Rai “Onda Verde”.

Si tratta di una trasmissione realizzata da due Ministeri (quello dell’Interno e quello delle Infrastrutture e Trasporti), in collaborazione con Polizia Stradale, Carabinieri, Aci, Anas, Aiscat, Autostrade per l’Italia, Infoblu e (dal momento che la compagnia non era ancora abbastanza numerosa) anche con la partecipazione dell’Eni.

Quando ascolto questo notiziario mi viene in mente che il Governo Monti, tra i tanti compiti che si era dato, si era anche impegnato a semplificare l’infernale macchina della burocrazia di questo Paese, per cercare in tal modo di rendere un po’ più facile la vita degli italiani, una vera mission impossible.

Ed a conferma di questo impegno era stata creata la struttura governativa “Pubblica amministrazione e semplificazione” (assegnata ad un Ministro senza portafoglio) e, all’interno di essa, un’unità specificamente dedicata alla semplificazione.

Ma com’era facile immaginare, in questo Paese dove le cose vanno in direzione esattamente contraria a quella che sarebbe logico attendersi, dove quasi mai alle parole seguono fatti con queste coerenti, la semplificazione è rimasta qualcosa semplicemente evocata, annunciata; in realtà, i cittadini italiani continuano a vivere in una società che non ce la fa proprio a non complicare le cose, anche se (a parole) si mostra aperta alla semplificazione.

Ora, come si fa a pensare che sia mai possibile deburocratizzare, razionalizzare, un Paese dove per realizzare un banale notiziario radio si ricorre a ben otto soggetti?

Ma siamo sicuri che una corretta informazione comporti scelte positive per il Paese?

1 Gen

Secondo una delle più diffuse convinzioni, tra le cause all’origine del degrado della realtà politica del nostro Paese vi sarebbe il fatto che i cittadini italiani non dispongono di una corretta informazione.

E a questo proposito si è soliti citare una famosa frase di Luigi Einaudi, “conoscere per deliberare”, nella quale il famoso economista piemontese, diventato secondo presidente della Repubblica italiana, sintetizzava il concetto che una corretta informazione è il presupposto indispensabile per l’esercizio del diritto di voto.

Da qui il valore che viene comunemente dato al ruolo dei mezzi di comunicazione di massa nella formazione dell’opinione pubblica e quindi l’importanza del controllo dei giornali e delle televisioni.

Ma davvero si può pensare che i cittadini italiani scelgano come scelgono solo perché non sono informati correttamente?

Ma davvero si può pensare che, solo se disponessero di informazioni corrette, i cittadini italiani indirizzerebbero le loro scelte verso persone di specchiata moralità, interessate unicamente al bene del Paese?

In realtà i cittadini scelgono innanzitutto in base ai loro personali interessi e poi in base alla loro natura, e quella degli italiani non è certo positiva, e su questo dato è inutile illudersi.

Se il Paese nel quale viviamo non fosse così ipocrita e sensibile alla retorica, non sarebbe così difficile attendersi dai suoi abitanti una doverosa presa d’atto del fatto che molti italiani sanno bene dove sta il male e dove sta il bene e nonostante ciò non esitano a scegliere il male, e questo semplicemente perché lo ritengono a loro più conveniente.

Ci sono poi quelli che vedono un collegamento tra il voto e il livello di scolarizzazione. Per costoro il basso livello della classe politica è da mettere in relazione al basso livello di scolarità della popolazione italiana.

Chi sostiene questa tesi evidentemente non ha presente quanti sono i lestofanti con laurea.

E per chi si crede che voti un lestofante?

Ma per quale motivo molti italiani si ostinano a voler essere quello che non sono e che non possono essere?

Tornando al mondo dell’informazione, ma come si fa a pensare che la RAI possa mai essere come la BBC, come si fa a pensare che possa mai esserci un’informazione autenticamente libera e indipendente in un Paese in cui è il potere (non solo quello politico) che controlla i mezzi di comunicazione di massa, e non il contrario?

Se solo fossimo un popolo un po’ meno con la testa tra le nuvole e un po’ più coi piedi per terra, un po’ meno abituato a fare programmi che assomigliano tanto a sogni irraggiungibili e un po’ più abituato a fare i conti con la realtà, ci renderemmo conto che non è proprio possibile non tener conto della nostra natura, della nostra cultura, in ultima analisi di quello che siamo.

Ogni popolo è il risultato di quello che è stato, della sua storia,  e quella italiana è quella che è.

Perché una cosa accada, miei cari lettori, non serve a nulla volerlo, se poi non ci sono le condizioni perché possa accadere.

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