Archivio | marzo, 2013

A proposito della polemica Travaglio – Grasso

27 Mar

Nel corso della trasmissione “Servizio Pubblico” trasmessa dalla televisione La7 lo scorso 21 marzo Marco Travaglio ha rivolto diverse accuse, alcune particolarmente pesanti, al Presidente del Senato Pietro Grasso (non presente in studio), per il comportamento da questi tenuto nel corso degli anni passati, quand’era magistrato della Procura di Palermo, comportamento giudicato da Travaglio eccessivamente accomodante nei confronti del potere politico.

L’accusa più grave è senza dubbio quella secondo la quale Pietro Grasso avrebbe ottenuto la nomina a Procuratore nazionale antimafia proprio come “compenso” del suo comportamento compiacente.

Venuto a conoscenza di queste accuse, Pietro Grasso è intervenuto via telefono in trasmissione per chiedere un confronto con Marco Travaglio, allo scopo di poter controbattere alle accuse rivoltegli, giudicate da Grasso “infamanti”.

La richiesta di confronto di Grasso ha meravigliato Travaglio, che si è mostrato molto stupito di essere accusato di aver rivolto accuse infamanti.

La meraviglia manifestata da Travaglio nasce dal fatto che questo nuovo Savonarola considera le sue affermazioni come narrazioni di fatti e non, come spesso invece accade, espressioni di sue personali opinioni, e come tali prive dell’inconfutabilità che caratterizza un fatto realmente tale.

Un fatto è tale non perché qualcuno dice che lo sia ma perché, sottoposto a verifiche, si dimostra tale.

Affermare, per esempio, come ha fatto Travaglio nel corso della puntata di “Servizio Pubblico” della scorsa settimana, che Grasso “ha ottenuto addirittura tre leggi fatte dal centro destra per far fuori Caselli“, facendo così intendere a chi ascoltava che quelle tre leggi sarebbero state chieste da Grasso (si ottiene qualcosa che si chiede), significa rivolgere una grave accusa, non certamente riportare un fatto, come invece Travaglio vuol far credere.

Il fatto, caso mai, è che il governo di centrodestra ha fatto tre leggi (per di più giudicate incostituzionali) allo scopo di far fuori un vero galantuomo come Giancarlo Caselli.

Un’ulteriore conferma del modo di fare giornalismo di Travaglio è offerta dall’articolo pubblicato, con data 27 marzo 2013, sul sito del Fatto Quotidiano, dal titolo “Lunedì Grasso (con bugie)”.

In un pezzo di questo articolo c’è, chiaro, il difetto che caratterizza il modo di fare giornalismo di questo Savonarola dell’informazione italiana.

Vale la pena di riportarlo (è tratto dalla voce “Balla n.2: caso Giuffrè).

“Per evitare “fughe di notizie” che avrebbero messo a repentaglio la vita dei famigliari del neopentito: oltretutto – dice Grasso – “Giuffrè mi aveva parlato di talpe in Procura, che poi abbiamo individuato”. Se ne deduce che Grasso sospettava (senza prove) dei suoi colleghi, e perciò disattese la regola-Falcone della “circolazione delle informazioni” nei pool antimafia.”

Sta proprio in quel “se ne deduce” il virus che troppo spesso caratterizza il modo di fare giornalismo di Travaglio, che tende a fare passare come fatti, cioè come qualcosa di indubitabile, mescolandole con alcuni veri fatti, quelle che sono invece delle sue semplici congetture (dov’è la prova che i sospetti di Grasso riguardavano i suoi colleghi e non invece le persone che avevano accesso negli uffici della Procura?).

I fatti, se sono realmente tali, non essendo opinioni, non hanno paura di essere sottoposti a verifiche (che molti “opinionisti” temono proprio perché, in questo modo, le false opinioni verrebbero smascherate).

P.S. Le indagini hanno dimostrato che le talpe di cui aveva parlato Giuffrè non erano colleghi di Grasso.

Decrescita felice non significa affatto impoverimento

15 Mar

Quanto più sento parlare di decrescita felice tanto più mi rendo conto di quanto la scelta di questa locuzione sia stata una scelta assai poco felice.

Non basta evidentemente aggiungere l’aggettivo felice alla parola decrescita, con l’intento di bilanciare la negatività che tante persone vedono in questa parola con la positività che si vuole suscitare con l’aggettivo postole a fianco, per riuscire a trasmettere quello che è il reale valore contenuto nella locuzione.

La stragrande maggioranza delle persone, non disponendo degli strumenti culturali idonei, né essendo abituata ad approfondire i temi sui quali si sente sempre e comunque in diritto di intervenire (pur non essendo in possesso della necessaria competenza), tende infatti ad associare la parola decrescita a qualcosa di negativo, ad una perdita, ad una regressione, ad un generale impoverimento, in tal modo equivocando in maniera grossolana su ciò che, in questo caso, si nasconde dietro alla parola decrescita.

Chi usa le parole ha il dovere di considerare le conseguenze che derivano dal loro uso, soprattutto quando il significato di alcune  di esse non è univocamente determinabile.

In realtà, parlare di decrescita felice non significa affatto tornare indietro, ridurre genericamente i consumi, né tanto meno ritenere lo sviluppo tecnologico qualcosa di negativo, da contrastare.

Ma, si sa, le persone hanno bisogno di parole “magiche”, di parole il cui uso consenta loro di sentirsi parte di una “comunità”, e cosa c’è di più attraente di un facile slogan (in questo caso decrescita felice) da ripetere in modo automatico assieme ad altri per sentirsi parte di uno schieramento?

Se ci si spogliasse di pre-giudizi, di pre-concetti e si andasse piuttosto, con mente aperta, disposti a capire, alla ricerca di quello che c’è dietro alle parole, di quello che è il loro reale significato, si scoprirebbe che l’espressione decrescita felice significa in realtà sviluppo, crescita, andare avanti, altro che ritorno al passato!

Solo che lo sviluppo di cui in questo caso si parla non è quello che ci ha portati nel punto nel quale oggi ci troviamo, in conseguenza dell’adozione di un modello insensato, è piuttosto quello intellettuale, della conoscenza, delle competenze, così come la crescita non è quella materiale di cose per la gran parte inutili e dannose ma, prima di tutto, quella delle capacità critiche degli individui, della loro consapevolezza, delle loro responsabilità.

Molte persone, soprattutto tra quelle che occupano un ruolo nelle istituzioni (centrali e periferiche), vedono nella decrescita felice un ostacolo alla risoluzione del problema della mancanza di lavoro.

Se solo avessero la necessaria apertura mentale, la predisposizione ad ascoltare, ad imparare, si potrebbero facilmente rendere conto che in realtà decrescita felice non significa affatto perdita di lavoro, ma l’esatto contrario.

Solo che la povertà culturale che li contraddistingue, la strenua difesa dello status quo, la paura di perdere comode posizioni di rendita, impedisce loro di vedere le opportunità che si presentano, che chiedono semplicemente di essere colte.

Dovrebbero innanzitutto cominciare a parlare di lavoro e non più di posti di lavoro e poi dovrebbero tener conto che il lavoro non va inteso come un fine, ma come uno strumento, uno strumento di crescita degli individui.

Ma prima ancora di parlare di lavoro si dovrebbero fissare gli obiettivi che si vogliono raggiungere attraverso di esso.

Lavorare per fare che cosa?

Certamente non per costruire palazzi sui greti dei fiumi (anche se per tanti amministratori questa autentica bestialità ha rappresentato lavoro). Secondo questa logica aberrante del lavorare per lavorare si potrebbe dare lavoro a milioni di persone per far loro dipingere di azzurro le cime delle Alpi!

Il lavoro dovrebbe innanzitutto essere finalizzato ad eliminare l’enorme quantità di sprechi presenti nel nostro Paese e poi per mettere in sicurezza le costruzioni esistenti e il territorio.

Appare del tutto ovvio che questo cambio di approccio presuppone un radicale cambiamento degli amministratori pubblici (centrali e periferici) di questo Paese.

Il problema non sta infatti nell’individuare le soluzioni, ma nel creare le condizioni necessarie alla loro realizzazione.

Pensare infatti di uscire da un problema con le stesse persone che quel problema lo hanno prodotto è, con tutta evidenza, qualcosa di assolutamente insensato, esattamente come pensare di uscire dalla crisi nella quale ci troviamo continuando ad utilizzare la logica che questa crisi ha prodotto.

Piuttosto che ricorrere a banali slogan bisognerebbe essere capaci di evidenziare all’opinione pubblica, ricorrendo ad un linguaggio semplice, chiaro, diretto e facendo uso di esempi concreti, qual è l’arricchimento (non solo qualitativo) che sta dietro alla locuzione decrescita felice, occorrerebbe riuscire a far capire che si sta parlando, prima di tutto, di un approccio diverso.

Si tratta di far capire quanto sia conveniente, anche dal punto di vista economico, puntare ad una riduzione degli sprechi generati dalle odierne abitudini, quanto sia importante uscire dagli schemi, cambiare la prospettiva, considerare le cose da un altro punto di vista, pensare in modo non convenzionale.

Bisognerebbe riuscire a far capire, con esempi concreti, che ridurre gli sprechi, imparare a fare di più e meglio con meno, ridurre i consumi intermedi, significa in ultima analisi vivere meglio, andare avanti, altro che tornare indietro.

A proposito della manifestazione svoltasi ieri a Milano

12 Mar

In una nota diramata oggi dal Quirinale, il Presidente della Repubblica Napolitano ha espresso “rammarico per quanto è accaduto ieri ed è sfociato in una manifestazione politica senza precedenti all’interno del palazzo di giustizia di Milano“.

Nella stessa nota il nostro Presidente ha anche fatto “appello a un comune e generale senso di responsabilità perché non appaia messa in questione né la libertà di espressione di ogni dissenso né l’autonomia e l’indipendenza della magistratura“.

Nel leggere questa nota mi sono chiesto (è una domanda che in realtà mi pongo da tanto tempo) perché mai in questo Paese, anziché esprimere “rammaricarsi” dopo, quando ormai la frittata è fatta, non si faccia nulla per impedire che possano accadere certi fatti, che diventano “senza precedenti” solo dopo che sono accaduti, solo perché sono accaduti.

“Rammaricarsi” dopo è pura retorica.

La manifestazione svoltasi ieri davanti e dentro il Palazzo di Giustizia di Milano è soltanto l’ultimo (per ora) di una lunga serie di episodi senza precedenti che sono avvenuti in questo Paese (non solo in questi ultimi vent’anni).

Ma la cosa che considero assolutamente incredibile (e che nessun organo d’informazione stigmatizza) è il fatto che l’episodio di ieri di Milano (così come tanti altri avvenuti in precedenza) è avvenuto senza che nessuna autorità intervenisse per impedirlo.

Ma quand’è che in questo Paese avremo Autorità autorevoli che intervengono per impedire che accadano certi fatti, al posto di quelle che lasciano fare per poi limitarsi ad esprimere “rammarico” perché quei fatti sono accaduti e che si aspettano che persone che hanno più volte dimostrato di essere irresponsabili diventino, come per incanto, responsabili per il semplice fatto di essere stati invitati ad esserlo?

Per il momento non rimane che prendere atto del fatto che, come diceva Ennio Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”.

L’incapacità di cambiare rende prigionieri

11 Mar

Dalle ultime elezioni sono già passate due settimane e ancora oggi non solo non c’è un nuovo governo (ma allora per quale motivo si va a votare?) ma c’è anche una non trascurabile probabilità che gli italiani vengano chiamati a breve ad andare a votare una seconda volta, e questo senza che vi sia alcuna garanzia che l’ulteriore voto risulti meno inutile di quello appena espresso.

A proposito poi dei risultati di queste ultime elezioni, c’è da notare (con tanta amarezza ma senza stupore) come la maggior parte dei politici e degli osservatori italiani dimostri di non essere in grado d’interpretare correttamente il segnale lanciato quindici giorni fa.

Soprattutto, quello di cui non ci si rende conto è il fatto che i voti andati al Movimento 5 Stelle (8.689.458 alla Camera e 7.285.850 al Senato) non rappresentano né una parte ben definita della popolazione italiana né tanto meno una parte del territorio nazionale (tra le tante stupidaggini che si sono sentite in giro spicca quella che paragona il Movimento 5 Stelle alla Lega Nord) e questa non omogeneità è proprio una delle principali ragioni che stanno alla base delle difficoltà di interpretare il segnale del 24 e 25 febbraio.

A proposito delle difficoltà che vedo nel decifrare quello che è accaduto e, soprattutto, nel capire cosa bisogna fare per uscire da questa impasse nella quale ci troviamo, mi viene in mente la fissità funzionale, quella particolare situazione psicologica che impedisce di risolvere un problema se non si è in grado di ragionare uscendo da certi schemi, da certi vincoli, inesistenti nella realtà ma non nella nostra testa (i vincoli più forti sono proprio quelli che ci imponiamo da soli).

Ma quello che ritengo sia l’errore più grave, più pericoloso (errore che, se commesso anche dai componenti del Movimento 5 Stelle potrebbe risultare a questo fatale) è quello di dare per scontato che chi ha votato per il Movimento di Beppe Grillo possa essere considerato, semplicemente per questo fatto, totalmente d’accordo col programma politico del Movimento, col suo leader.

In realtà, la verità (che come spesso accade è molto semplice, basta avere occhi aperti per vederla) è che una parte considerevole dei voti andati al Movimento 5 Stelle sono voti espressi da persone che, da tanto tempo, sono alla ricerca di un reale cambiamento dello stato delle cose nella vita pubblica italiana e che vedono nel Movimento uno strumento capace di attuarlo.

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