Decrescita felice non significa affatto impoverimento

15 Mar

Quanto più sento parlare di decrescita felice tanto più mi rendo conto di quanto la scelta di questa locuzione sia stata una scelta assai poco felice.

Non basta evidentemente aggiungere l’aggettivo felice alla parola decrescita, con l’intento di bilanciare la negatività che tante persone vedono in questa parola con la positività che si vuole suscitare con l’aggettivo postole a fianco, per riuscire a trasmettere quello che è il reale valore contenuto nella locuzione.

La stragrande maggioranza delle persone, non disponendo degli strumenti culturali idonei, né essendo abituata ad approfondire i temi sui quali si sente sempre e comunque in diritto di intervenire (pur non essendo in possesso della necessaria competenza), tende infatti ad associare la parola decrescita a qualcosa di negativo, ad una perdita, ad una regressione, ad un generale impoverimento, in tal modo equivocando in maniera grossolana su ciò che, in questo caso, si nasconde dietro alla parola decrescita.

Chi usa le parole ha il dovere di considerare le conseguenze che derivano dal loro uso, soprattutto quando il significato di alcune  di esse non è univocamente determinabile.

In realtà, parlare di decrescita felice non significa affatto tornare indietro, ridurre genericamente i consumi, né tanto meno ritenere lo sviluppo tecnologico qualcosa di negativo, da contrastare.

Ma, si sa, le persone hanno bisogno di parole “magiche”, di parole il cui uso consenta loro di sentirsi parte di una “comunità”, e cosa c’è di più attraente di un facile slogan (in questo caso decrescita felice) da ripetere in modo automatico assieme ad altri per sentirsi parte di uno schieramento?

Se ci si spogliasse di pre-giudizi, di pre-concetti e si andasse piuttosto, con mente aperta, disposti a capire, alla ricerca di quello che c’è dietro alle parole, di quello che è il loro reale significato, si scoprirebbe che l’espressione decrescita felice significa in realtà sviluppo, crescita, andare avanti, altro che ritorno al passato!

Solo che lo sviluppo di cui in questo caso si parla non è quello che ci ha portati nel punto nel quale oggi ci troviamo, in conseguenza dell’adozione di un modello insensato, è piuttosto quello intellettuale, della conoscenza, delle competenze, così come la crescita non è quella materiale di cose per la gran parte inutili e dannose ma, prima di tutto, quella delle capacità critiche degli individui, della loro consapevolezza, delle loro responsabilità.

Molte persone, soprattutto tra quelle che occupano un ruolo nelle istituzioni (centrali e periferiche), vedono nella decrescita felice un ostacolo alla risoluzione del problema della mancanza di lavoro.

Se solo avessero la necessaria apertura mentale, la predisposizione ad ascoltare, ad imparare, si potrebbero facilmente rendere conto che in realtà decrescita felice non significa affatto perdita di lavoro, ma l’esatto contrario.

Solo che la povertà culturale che li contraddistingue, la strenua difesa dello status quo, la paura di perdere comode posizioni di rendita, impedisce loro di vedere le opportunità che si presentano, che chiedono semplicemente di essere colte.

Dovrebbero innanzitutto cominciare a parlare di lavoro e non più di posti di lavoro e poi dovrebbero tener conto che il lavoro non va inteso come un fine, ma come uno strumento, uno strumento di crescita degli individui.

Ma prima ancora di parlare di lavoro si dovrebbero fissare gli obiettivi che si vogliono raggiungere attraverso di esso.

Lavorare per fare che cosa?

Certamente non per costruire palazzi sui greti dei fiumi (anche se per tanti amministratori questa autentica bestialità ha rappresentato lavoro). Secondo questa logica aberrante del lavorare per lavorare si potrebbe dare lavoro a milioni di persone per far loro dipingere di azzurro le cime delle Alpi!

Il lavoro dovrebbe innanzitutto essere finalizzato ad eliminare l’enorme quantità di sprechi presenti nel nostro Paese e poi per mettere in sicurezza le costruzioni esistenti e il territorio.

Appare del tutto ovvio che questo cambio di approccio presuppone un radicale cambiamento degli amministratori pubblici (centrali e periferici) di questo Paese.

Il problema non sta infatti nell’individuare le soluzioni, ma nel creare le condizioni necessarie alla loro realizzazione.

Pensare infatti di uscire da un problema con le stesse persone che quel problema lo hanno prodotto è, con tutta evidenza, qualcosa di assolutamente insensato, esattamente come pensare di uscire dalla crisi nella quale ci troviamo continuando ad utilizzare la logica che questa crisi ha prodotto.

Piuttosto che ricorrere a banali slogan bisognerebbe essere capaci di evidenziare all’opinione pubblica, ricorrendo ad un linguaggio semplice, chiaro, diretto e facendo uso di esempi concreti, qual è l’arricchimento (non solo qualitativo) che sta dietro alla locuzione decrescita felice, occorrerebbe riuscire a far capire che si sta parlando, prima di tutto, di un approccio diverso.

Si tratta di far capire quanto sia conveniente, anche dal punto di vista economico, puntare ad una riduzione degli sprechi generati dalle odierne abitudini, quanto sia importante uscire dagli schemi, cambiare la prospettiva, considerare le cose da un altro punto di vista, pensare in modo non convenzionale.

Bisognerebbe riuscire a far capire, con esempi concreti, che ridurre gli sprechi, imparare a fare di più e meglio con meno, ridurre i consumi intermedi, significa in ultima analisi vivere meglio, andare avanti, altro che tornare indietro.

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