Archivio | aprile, 2013

Ma tra inciucio e accordo c’è una bella differenza

25 Apr

Del discorso del secondo insediamento al Quirinale di Napolitano mi hanno colpito queste parole:

Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche“.

Ho notato in esse una “strana” somiglianza con quelle contenute nella parte conclusiva dell’intervento di Massimo D’Alema alla direzione del PD del 6 marzo di quest’anno:

Un’ultima cosa: vogliamo liberarci dal complesso ossessivo, dalla malattia psicologica dell’inciucio? Badate, Antonio Gramsci diceva che la paura dei compromessi è una manifestazione di subalternità culturale, che serpeggia anche nelle nostre fila. Se c’è una cosa sicura su questa disgraziata Seconda Repubblica è che non è stato mai fatto nessun accordo, né segreto né pubblico e, infatti, moltissimi problemi non si sono potuti risolvere. Il fatto che, in un Paese dove da vent’anni le forze politiche non sono d’accordo su nulla, il dibattito pubblico sia dominato dall’ossessione dell’inciucio è segno di fragilità culturale“.

Da una parte regressione, dall’altra fragilità culturale, parole entrambe indirizzate a chi si ostina a manifestarsi contrario agli “inciuci”.

E non è certamente casuale il fatto che il richiamo agli accordi, alle intese, alle mediazioni, al compromesso, alle convergenze tra schieramenti opposti (?) provenga da personaggi accomunati dalla medesima radice culturale, frutti dello stesso albero.

Entrambi però non si chiedono il perché di questa ostilità (da parte di alcuni) verso l’inciucio, che tra l’altro assimilano erroneamente all’accordo.

Ad entrambi sfugge che l’ostilità nei confronti degli “inciuci” (che per molti non è ostilità nei confronti dei reali accordi) nasce dal fatto che i partiti della repubblica italiana, tra i quali quello della loro comune origine (che in questa materia ha fatto scuola), hanno troppo spesso stravolto, svuotandolo del suo significato proprio, il termine “accordo”, termine che in realtà sta ad indicare qualcosa di assolutamente naturale (per lo meno in una società che vuole considerarsi democratica).

Un accordo, per essere considerato tale, presuppone però il rispetto di alcune condizioni di base: per esempio, che avvenga alla luce del sole, che ne siano trasparenti i motivi e gli scopi, che entrambe le parti si muovano all’interno dello stesso campo, nel rispetto di regole condivise, che nessuno si trovi nelle condizioni di ricattare l’altro (costringendolo ad accettare condizioni normalmente inaccettabili).

In definitiva, non esistono accordi a qualunque costo e, soprattutto, non esistono accordi con chiunque.

A che cosa invece ci ha abituati la classe politica italiana?

A compromessi al ribasso, ad accordi “sotto banco”, mai alla luce del sole, a ricatti, a intimidazioni, a patti inconfessabili, a intese così “larghe” da includere soggetti che infrangono sistematicamente la Costituzione.

Ad “accordi” presi al di fuori del Parlamento, considerato dai politici di questo Paese un semplice luogo dove recarsi per formalizzare, come davanti ad un notaio, decisioni già prese altrove (in qualche stanza privata) e non come la sede deputata alla formazione delle leggi.

Ad accordi con autentici fuorilegge, come quelli che in più occasioni esponenti delle istituzioni italiane hanno concluso con la criminalità organizzata di questo Paese.

Per quanto riguarda infine il passo sopra ricordato del discorso di D’Alema, non è affatto vero che nella cosiddetta seconda repubblica  “non è stato mai fatto nessun accordo, né segreto né pubblico“.

Per rendersene conto è sufficiente ricordare l’allucinante intervento che il 28 febbraio del 2002 Luciano Violante fece alla Camera.

In quell’occasione questo esponente di primo piano della sinistra italiana dichiarò tranquillamente (senza preoccuparsi minimamente di cosa stavano ad indicare le parole che usò) che nel 1994 era stata data a Silvio Berlusconi piena garanzia che non sarebbero state toccate le sue televisioni. Aggiunse anche (per chiarire meglio il senso del suo intervento) che non avevano fatto la legge sul conflitto d’interessi e che avevano dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni a lui facenti capo.

Palermo muore sotto la spazzatura e tutti stanno a guardare

23 Apr

La cronica vergogna della spazzatura di Palermo, evidente segno di una città allo sbando, priva di amministratori degni di tale nome, di qualcuno che se ne prenda cura, sta assumendo in questi giorni aspetti sempre più allarmanti, da autentica calamità ambientale, il tutto nella più totale indifferenza dell’opinione pubblica, a cominciare da quella locale.

Al di là delle evidenti incapacità e inutilità dei suoi amministratori, autentici buoni a nulla (come minimo), questa vicenda fa emergere quanto questa città sia enormemente distante (non solo fisicamente) dal cuore del Paese, quanto sia ad esso estranea.

È interessante notare come questa decomposizione alla luce del sole avvenga nonostante che siano palermitani tanto l’attuale quanto il precedente Presidente del Senato (la seconda carica dello Stato).

Sembrerebbe un paradosso, mentre è la riprova del fatto che i cosiddetti rappresentanti politici palermitani se ne sono sempre fottuti della loro città.

Questa vergogna, segno di una situazione enormemente peggiorata nel tempo, mostra anche che quello che più manca ai palermitani, prima ancora del lavoro, prima ancora della giustizia, è la speranza del futuro, è il non poter sperare che domani possa essere migliore di oggi (non a caso nel dialetto palermitano il futuro non esiste).

Quello che più mi impressiona, guardando le fotografie che stanno circolando in questi giorni, non è tanto l’allucinante degrado della città dove sono nato quanto il fatto che i palermitani accettino passivamente di vivere in una simile situazione.

Ma cosa aspettano a manifestare in massa davanti al loro Comune, per chiedere conto del suo operato a quell’autentico campione di retorica che è Leoluca Orlando, l’inventore di quella pirandelliana categoria di percettori di stipendio rappresentata dai cosiddetti “lavoratori socialmente utili” (LSU), quello che ha costruito la sua carriera politica su un’antimafia parolaia? (è bene ricordare che è a lui che si rivolgeva Leonardo Sciascia quando parlava di “professionisti dell’antimafia” nella sua famosa intervista al Corriere della Sera, altro che Paolo Borsellino!).

Che cosa aspettano i palermitani a pretendere dai loro amministratori condizioni di vita rispettose della loro dignità di cittadini, da sempre calpestata, fino all’incredibile negazione del diritto alla salute?

Che cosa aspettano a presentare alla Procura della Repubblica una formale denuncia per attentato alla salute pubblica?

Che cosa aspettano a richiedere al Prefetto, quale rappresentante del Governo nazionale, l’immediato ripristino di condizioni igieniche e ambientali degne di una città civile?

So bene che è perfettamente inutile aspettarsi che a mobilitarsi sia la plebe o la moltitudine dei parassiti che vivono succhiando soldi alla Regione siciliana e alle altre istituzioni pubbliche locali, enormi mammelle da mungere.

Quella che dovrebbe muoversi è la parte sana dei palermitani, che esiste e resiste nonostante tutto.

Ma forse questa inconcepibile accettazione passiva di un degrado davvero spaventoso non è che la naturale conseguenza del fatto che i palermitani, in realtà, non sono mai stati veri cittadini, non hanno mai sentito la città dove vivono come una cosa loro.

Non è forse vero che nessuno degli splendidi monumenti della città è opera di palermitani?

Monumenti a proposito dei quali queste sono le parole usate da Don Fabrizio nel suo famoso colloquio con lo sgomento Chevalley: “questi monumenti del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno come bellissimi fantasmi muti“.

Non è forse vero che i palermitani la loro città, anziché curarla, l’hanno selvaggiamente saccheggiata?

A proposito della polemica tra Scalfari e Rodotà

22 Apr

Sulla “Repubblica” di oggi compare la risposta di Rodotà all’articolo di ieri di Scalfari, articolo (come al solito lungo e dal tipico tono professorale di Scalfari) che si concludeva con la motivazione che il fondatore di quel giornale dava della scelta di Napolitano quale nuovo Presidente della Repubblica.

La sua scelta Scalfari la motivava dicendo (con il tono sprezzante tipico di un certo mondo “di sinistra”) che non gli era venuto in mente alcun nome da contrapporre a quello di Napolitano, nemmeno quello di Rodotà.

Questa mattina, sul sito del “Fatto Quotidiano”, ho letto la breve intervista rilasciata a questo giornale dall’ex Garante della privacy.

Di questa intervista mi ha colpito la risposta all’ultima domanda.

Alla giornalista che gli chiedeva come mai il Pd non avesse voluto convergere sul suo nome, Rodotà ha risposto con queste parole: “Chissà. Forse avevano già definito una strategia che poi si è rivelata rovinosa: io ero probabilmente in rotta di collisione“.

Evidentemente Rodotà si è venuto a trovare in rotta di collisione con la strategia del PD proprio come nel 1992 capitò a Borsellino con quella adottata dallo Stato italiano nella primavera di quell’anno (e non solo in quei mesi) contro la mafia.

Ritornando alla risposta di Rodotà a Scalfari, in essa emerge nettamente la differenza tra l’ex Garante della privacy e il fondatore di “Repubblica”: da una parte una persona che, pur appartenendo ad una precisa parte politica, mantiene inalterata la sua capacità di ragionare liberamente, da persona indipendente, dall’altra un giornalista che, facendo parte del sistema di potere di questo Paese, preferisce non disturbare il manovratore.

Ricordo l’entusiasmo col quale salutai, nel 1976, la nascita di “Repubblica”, giornale del quale sono stato per tanti anni un affezionato e assiduo lettore (conservo ancora, gelosamente, ritagli di articoli delle sue migliori firme).

Già da tempo però ho rotto i rapporti con quello che per tanti anni ho considerato il mio giornale, a partire da quando ho percepito che la sua linea editoriale ne faceva, di fatto, un banale organo di partito, avvicinandolo così a quello di voce di una parte politica e allontanandolo sempre di più dalla principale funzione della stampa, quella di cane di guardia del potere.

Ma come si fa a valutare positivamente la rielezione di Napolitano?

21 Apr

Semplicemente sconcertante.

Questo è il commento che andrebbe espresso a proposito della rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Altro che le tonnellate di insopportabile retorica che già da ieri sera si stanno riversando sugli italiani!

Al di là dell’anomalia di questo secondo mandato, la cui possibilità era stata più volte chiaramente esclusa dallo stesso interessato, ma come si fa a compiacersi del fatto che si sia dovuto implorare un signore di ottantotto anni (!), supplicandolo in ginocchio di accettare per una seconda volta un incarico così impegnativo come quello di Presidente della Repubblica, per giunta poi in un momento così importante come questo?

Non si dovrebbe, tanto per cominciare, essere fortemente preoccupati da un primo significato di questa notizia, trattandosi della migliore conferma del fatto che in questo Paese usare la parola “cambiamento” significa prendere per i fondelli le persone?

E non ci si dovrebbe poi indignare di essere di fronte all’ennesima, lampante, prova dell’assoluta inutilità dei partiti italiani, della loro totale estraneità rispetto ai problemi degli italiani, dell’evidente conferma di quanto sia falso pensare di vivere in una democrazia rappresentativa?

Se poi si passa a considerare quel che ha fatto Napolitano nei suoi primi sette anni di Presidente della Repubblica, come si fa a non tener conto delle leggi-vergogna da lui promulgate?

Come si fa a dimenticare che molte di queste leggi sono state considerate anticostituzionali (alla faccia della sua pretesa figura di garante dei principi della Costituzione)?

Come si fa a dimenticare il fatto che a fine 2011, davanti alla caduta del governo Berlusconi, anziché sciogliere le Camere e far votare gli italiani, ha inventato un governo tra i più autoreferenziali della storia italiana, artefice tra l’altro della scandalosa vicenda degli esodati?

Come si fa poi a dimenticare la polemica sollevata nei confronti della Procura di Palermo?

E come non considerare la perla che ci ha regalato a coronamento del suo primo settennato, l’idea di nominare dieci cosiddetti saggi?

Richiamando proprio questa sua ultima operazione, di una inutilità assoluta, finalizzata com’era solo a prendere tempo, Napolitano ha confermato di essere stato, nei fatti, un garante dell’interesse dei partiti, vale a dire dell’interesse solo di una minima parte (per di più indecente) di italiani.

Altro che garantire, in nome di tutti i cittadini, il rispetto dei principi sanciti nella nostra Costituzione, buona solo da citare nei tanti discorsi ufficiali, ma evidentemente troppo difficile da applicare!

A proposito del mancato appoggio del PD a Stefano Rodotà

20 Apr

Molti italiani continuano a chiedersi, manifestando stupore, come mai il PD non abbia proposto Stefano Rodotà come Presidente della Repubblica e perché, poi, non abbia deciso di convergere sulla scelta del Movimento 5 Stelle, condivisa da SEL (partito che, tra l’altro, fa parte della stessa coalizione elettorale di cui fa parte il PD).

Al di là del fatto che a proporre Rodotà sia stato il Movimento 5 Stelle (del cui recente successo elettorale ancora oggi non sono state comprese le cause) e del metodo (ancora oggi avvolto da un fitto mistero) seguito per arrivare a tale scelta,  il motivo principale alla base del mancato appoggio del PD va individuato nel fatto che l’ex garante della privacy possiede, agli occhi del sistema dei partiti (e quindi anche a quelli della nomenklatura del PD), una caratteristica per questi assolutamente inaccettabile, quella di essere un vero garante della Costituzione, di essere realmente super partes, di non essere in alcun modo ricattabile, né controllabile e quindi di non essere in grado di garantire ai partiti il mantenimento del loro potere.

Ancora più grande è stato lo stupore manifestato in seguito al mancato sostegno, da parte di ben 101 elettori del PD, della candidatura di Prodi, proposto all’improvviso, e con una procedura assai poco trasparente, dopo il fallimento della candidatura di Marini.

All’origine di questo secondo stupore c’è il fatto che, ancora oggi, molti italiani ritengono, quando pensano al Partito Democratico, di avere a che fare con una realtà omogenea (pur con alcune diversità di vedute al suo interno), quando invece la realtà ha più volte dimostrato (fino all’allucinante spettacolo di questi ultimi giorni) che si tratta, proprio come la vecchia Democrazia Cristiana, di una composita comunità di persone, nella quale individui di specchiata onestà stanno assieme a personaggi di assoluta mediocrità (per non parlare di quelli che sono autentici mascalzoni), personaggi ai quali del bene comune, dell’interesse generale del Paese, non importa assolutamente nulla , impegnati come sono a curare unicamente il loro potere personale.

Risibile poi è stata la motivazione alla quale hanno fatto ricorso i dirigenti del PD per spiegare agli attoniti osservatori l’improvviso e inatteso cambio di strategia, nel passare dal nome di Marini a quello di Prodi: il bisogno di dare ascolto alla “base” del partito.

Alla base del totale fallimento di questa “seconda scelta” c’è un classico esempio di ragionamento errato, quello di considerare, in presenza di un sistema assolutamente disomogeneo, una parte, una piccola parte (i cosiddetti “grandi elettori”), rappresentativa del tutto (la cosiddetta “base”).

In ogni caso, alla luce dei miseri fallimenti delle due candidature (soprattutto quella di Romano Prodi), gli elettori del PD dovrebbero sottoporre i dirigenti del loro virtuale partito (virtuale perché il PD, più che un vero partito, ha più volte dimostrato di essere una semplice accozzaglia di fazioni) ad un pubblico processo, con l’imputazione di alto tradimento e vigliaccheria.

Il processo dovrebbe concludersi con la condanna all’esilio dalla scena politica.

La sola regola rispettata è quella di non rispettare le regole

18 Apr

Nell’autunno dello scorso anno, prima delle primarie del centrosinistra, il Partito Democratico, Sinistra e Libertà e il Partito Socialista hanno sottoscritto un documento politico che costituisce la base della loro coalizione.

In questo documento è espressamente richiamato l’impegno delle forze di questa coalizione a “sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie” e, soprattutto, a “vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta“.

In occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica sta emergendo invece che una parte significativa del Partito Democratico e Sinistra e Libertà non voteranno per Marini, vale a dire per la persona indicata dal loro premier.

Al di là della condivisibilità della scelta di Bersani (è del tutto evidente l’incoerenza col tanto invocato “cambiamento”) e del metodo seguito per giungere a tale scelta (anziché tener conto dei chiari segnali provenienti da parte degli elettori si sono privilegiati gli interessi della nomenklatura), appare evidente l’anomalia di una consistente parte della coalizione di centrosinistra che, dopo essersi formalmente impegnata a rispettare le risoluzioni scelte a maggioranza (come quella di Marini quale Presidente della Repubblica), ritenga lecito non rispettare una chiara regola contenuta nel documento che pure è alla base della loro coalizione.

Il “bello” di questa vicenda è vedere come anche chi parla di rispetto delle regole si comporti poi in modo chiaramente contrario a quello indicato dalle stesse regole, per giunta da quelle liberamente sottoscritte.

L’impossibile rapporto di Renzi con la classe dirigente del PD

16 Apr

Soltanto chi si rifiuta di vedere la realtà che gli sta di fronte può stupirsi di una delle più evidenti incongruenze che da qualche anno a questa parte fa discutere gli osservatori della politica italiana.

Si tratta del problematico rapporto tra Matteo Renzi e la classe dirigente del PD.

Le ultime dichiarazioni del sindaco di Firenze, che hanno riguardato Anna Finocchiaro e Franco Marini, vale a dire due tra i più tipici esponenti della nomenklatura del suo partito, perfetto simbolo del cattocomunismo, hanno reso ancora più evidente l’estraneità del “rottamatore” rispetto al “cuore” del PD.

Ma in effetti, a pensarci bene, cos’ha in comune uno come Matteo Renzi, uno che quando parla usa un linguaggio chiaro, soprattutto uno che vuole vincere (e che per questo parla anche con chi sta fuori dalla sua “chiesa”), con la classe dirigente del PD, formata per la stragrande maggioranza da persone che non gradiscono fare vera opposizione, da persone che hanno una profonda paura di proporre una vera alternativa (perché sanno che così facendo verrebbero relegati all’angolo), da persone che in fondo hanno paura di vincere?

Il difficile rapporto tra Renzi e la classe dirigente del PD non ha fatto altro che rendere ancora più evidente quello che in realtà era ben chiaro già da tanto tempo, vale a dire quello che è il vero limite di questo strano partito, limite che sta tutto nel suo dna, nella sua pretesa di volere essere qualcosa che non era possibile che esistesse (un po’ come la pretesa di voler fare stare insieme l’acqua e l’olio).

Il progetto di far nascere un nuovo partito dalla fusione di due realtà culturalmente così diverse come il DS e la Margherita non poteva che dimostrarsi un semplice esperimento di laboratorio.

Il PD, semplicemente, ha dimostrato di essere soltanto una sigla, privo com’è sempre stato di una vera, riconoscibile, identità e si è così rivelato per quello che non poteva non essere, un progetto destinato al fallimento.

Ma quello che, più di ogni altra cosa, Matteo Renzi ha reso evidente a tutti è che il PD, al di là delle chiacchiere, al di là di programmi pieni di vuota retorica, è in realtà un partito incapace di attuare il tanto evocato cambiamento, prigioniero com’è di ferree logiche conservatrici, attente solo a mantenere lo status quo.

A proposito dell’invito di Napolitano alle solite “larghe intese”

11 Apr

Giorni fa, nell’ambito di un convegno organizzato per ricordare Gerardo Chiaromonte, storico dirigente del PCI (Partito Comunista Italiano), il Presidente della Repubblica ha ricordato quanto avvenne nel 1976, allorché il PCI e la DC (Democrazia Cristiana), i due partiti che allora dominavano la scena della politica italiana, ebbero il coraggio, per uscire da una profonda crisi, di una scelta di larga intesa, che li portò a collaborare dopo decenni di netta opposizione.

Analogo coraggio, a parere di Napolitano, ci vorrebbe anche oggi, per uscire dal pantano nel quale ci troviamo.

A proposito di questa rievocazione storica fatta dal nostro Presidente della Repubblica nel tentativo di spingere gli schieramenti politici italiani a collaborare, in nome dell’interesse generale del Paese, ritengo che pensare di proporre un’analogia tra l’Italia del 1976 e quella di oggi significhi pensare che sia possibile comparare realtà non solo nettamente diverse tra di loro ma assolutamente incomparabili, esattamente come pretendere di voler mettere assieme “capra e cavoli”.

Ma come si fa a non rendersi conto delle trasformazioni intervenute nel mondo e nel nostro Paese dagli anni settanta ad oggi?

Forse perché, mentre il mondo è cambiato, il sistema politico italiano è rimasto fermo, chiuso nella sua pretesa immutabilità, insensibile a qualunque sollecitazione esterna.

Quello che invece vedo nell’invito di Napolitano alle “larghe intese”, al compromesso, al mettersi comunque d’accordo, senza tenere conto delle differenze, è la presenza di un elemento di continuità nella nostra classe politica, elemento fortemente connaturato col modo col quale questa intende la politica.

Questo elemento invariante, che torna sempre a galla, anche a distanza di tanti anni, lo vedo chiaramente nel comportamento dello schieramento politico che rappresenta la sinistra in questo Paese, nella sua incapacità di essere una vera alternativa, di rappresentare nei fatti un altro modo di occuparsi della cosa pubblica, e questo perché questo schieramento non è altro che l’altra faccia della stessa realtà italiana,  la cui classe dirigente (non soltanto quella politica) fa parte dello stesso, unico sistema, imperniato sulla collusione, sulla connivenza col potere.

Così come negli anni della cosiddetta prima repubblica il PCI, di cui Napolitano era un esponente di spicco, ha favorito, di fatto, il sistema di potere della DC, facendo finta di non vedere quello che era visibile a tutti e impedendo l’emersione di scomode verità, allo stesso modo il centrosinistra della cosiddetta seconda repubblica, di cui Bersani è un autorevole rappresentante, ha consentito che Berlusconi acquisisse e mantenesse il potere che ancora oggi gli consente di giocare il ruolo che più gli è congeniale.

Quanto a Bersani, persona sicuramente perbene, continua a dimostrare di non saper convincere, di non saper persuadere (essere capace di convincere della bontà delle proprie tesi è una dote essenziale di un vero leader), ma soprattutto dimostra di non avere la grinta che ci vuole per decidere, di non avere l’autorevolezza di un vero capo.

La realtà è che, più che un leader, Bersani dimostra di essere un follower (oltre che un fornitore di battute per Maurizio Crozza).

La libertà di stampa è un concetto che i politici italiani non considerano

10 Apr

In un articolo pubblicato oggi dal Corriere della Sera viene riportata la notizia di una dichiarazione rilasciata in un verbale due mesi fa da parte dell’architetto Roberto Sarno, secondo il quale nel 2005 l’allora presidente della Provincia di Milano Filippo Penati sarebbe stato indotto da Massimo D’Alema a pagare, per l’acquisto di azioni della società autostradale “Milano-Serravalle”, un prezzo oneroso.

Alla pubblicazione di questa notizia D’Alema ha prontamente risposto diramando un comunicato nel quale, dopo aver affermato la totale infondatezza di quanto riportato dal quotidiano milanese, ha annunciato una querela per calunnia.

Al di là del merito della vicenda, quello che mi ha colpito, nel comunicato di D’Alema, sono le seguenti parole: “Nel rilevare che tutta la ricostruzione della vicenda è stata già smentita da Penati, ovvero colui che avrebbe riferito quelle evidenti sciocchezze all’architetto Sarno, mi sconcerta il fatto che i due giornalisti del Corriere della Sera non abbiano avvertito l’esigenza di chiedere la mia versione prima di dare diffusione a dichiarazioni inventate di sana pianta, pubblicandole con straordinario e immotivato risalto“.

Queste parole la dicono lunga sul concetto che certi personaggi politici italiani hanno della libertà di stampa.

La “cultura” di cui sono intrisi impedisce loro di vedere la differenza che c’è tra la funzione di un giornalista e quella di un magistrato: il primo ha il compito di riportare le notizie di cui viene a conoscenza, il secondo ha quello di accertare le responsabilità di reati, ove ne venga a conoscenza.

Riportare una notizia (in questo caso l’esistenza di un verbale nel quale sono contenute alcune dichiarazioni) non vuol dire sostenere che i fatti in essa riportati sono veri, significa semplicemente informare sull’esistenza di una notizia.

Se un giornalista viene in possesso di una lettera nella quale è scritto che il giorno tale all’ora tale nel luogo tale ci sarà un attentato contro il personaggio tale, questo non vuol dire che quel fatto accadrà effettivamente, ma non per questo la notizia non esiste e non va pubblicata.

Dovrebbe essere del tutto evidente che i fatti riportati in una notizia possono rivelarsi falsi (anche se la notizia era vera), ma questo non può voler dire ridurre le notizie a certificati ufficiali.

Quanto poi allo sconcerto manifestato da D’Alema nel non essere stato sentito dai due giornalisti del Corriere della Sera prima della pubblicazione delle dichiarazioni rilasciate dall’architetto Sarno, ve li immaginate Bob Woodward e Carl Bernstein accusati di non aver chiesto a Nixon la sua versione dei fatti prima di pubblicare la loro inchiesta sullo scandalo “Watergate”?

La libertà di stampa in questo Paese è proprio come “il mare d’inverno” di Enrico Ruggeri, “un concetto che il pensiero non considera”.

Il problema non sta nel puparo ma in quelli che accettano di fare i pupi

4 Apr

Ieri, per l’ennesima volta, Beppe Grillo è intervenuto sul suo blog per sconfessare uno dei suoi; in quest’ultimo caso si trattava di Vito Crimi, capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato.

Al di là della fondatezza e della condivisibilità dei motivi per i quali Beppe Grillo si sente sempre in dovere d’intervenire per richiamare i suoi seguaci al rispetto delle regole che gli stessi, liberamente e consapevolmente, hanno accettato nel momento in cui hanno deciso di aderire al Movimento 5 Stelle, devo dire che questi richiami pubblici non appena qualcuno “sgarra”, queste sconfessioni di persone alle quali è stato per di più affidato l’incarico di rappresentare nelle sedi istituzionali il Movimento, suscitano tanta tristezza: che pena vedere come tanti ragazzi e tante ragazze abbiano accettato di far parte di una comunità vissuta e gestita come se si trattasse di una setta religiosa.

Che tristezza vedere delle persone adulte accettare passivamente, senza reagire, di farsi umiliare, di farsi trattare da bambini, pur se a trattarli in questo modo è chi ha comunque dato loro la possibilità (a loro, in gran parte persone banali) di diventare dall’oggi al domani persone “famose”, per di più senza poter vantare alcun merito, a parte quello di saper utilizzare la tastiera di un pc.

Drogati dal web, succubi dell’illusione di un potere derivante unicamente dalla padronanza di banali tecniche, queste persone non si rendono conto dell’enorme distanza che separa il volere una cosa dall’ottenerla, della necessità di dover creare preventivamente le condizioni favorevoli perché possano accadere i fatti desiderati, della difficoltà della strada che occorre percorrere, passo dopo passo, per raggiungere gli obiettivi.

Beppe Grillo non fa che richiamare i suoi al rispetto delle regole del loro Movimento, ma prima ancora di queste ne esistono delle altre, di portata più generale, che occorre rispettare da parte di chi ha deciso d’impegnarsi nella vita politica italiana: sono le regole della democrazia parlamentare.

Un conto, per esempio, è rifiutarsi di fare accordi con chi si ritiene tenda a cooptare, altra cosa è rifiutare qualunque tipo di confronto (senza poi tener conto del fatto che fare accordi non significa necessariamente fare accordi al ribasso: si possono fare accordi, se se ne è capaci, al rialzo).

Rifiutare a priori qualunque tipo di confronto vuol dire che, anziché contribuire a costruire qualcosa di nuovo, anziché incidere nelle decisioni strategiche, anziché “spingere” ad adottare misure in linea con quelle del proprio programma, si sceglie di restare isolati, così sprecando il potere derivante dai voti presi alle ultime elezioni, voti che, se non utilizzati, andranno certamente da qualche altra parte.

La nomina di Laura Boldrini a Presidente della Camera e di Pietro Grasso a Presidente del Senato non sono forse il frutto del “potere” del M5S, “potere” che ha costretto Bersani a cambiare in fretta e furia i propri originari candidati (quelli sì espressione della “casta”)?

Chi accetta di agire in maniera meccanica, quale semplice esecutore di una volontà esterna, accetta di fare la parte dei pupi (dal latino pupus: bambino), incapaci di vita propria, dipendenti da un puparo che li manovri.

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